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  • 19/01/2009 Notizie da Sindyanna su situazione in Palestina (Commerciale LiberoMondo, http://www.liberomondo.org)

    Ricerca personalizzata

    In allegato due interessanti contributi circa la guerra nella striscia di Gaza: un messaggio di Sindyanna, organizzazione di commercio equo nostra partner, e un articolo del magazine Challenge, con il quale la stessa Sindyanna collabora

    Ci paiono contributi interessanti, nati nell’ambito della società civile interna allo stato di Israele e frutto dell’elaborazione congiunta di palestinesi ed ebrei che lavorano insieme per costruire qualcosa di diverso.

    N.B.  Nel messaggio di Sindyanna (Fermate la guerra) viene citata la parte finale dell’articolo “Israele contro Gaza…”, ma leggendoli entrambi vi accorgerete che ci sono delle piccole differenze nella traduzione. Questo è dovuto al fatto che sono stati tradotti da due persone diverse.

    Israele contro Gaza: una campagna per perpetuare l’occupazione (Yacov Ben Efrat – 9 gennaio 2009, www.challenge-mag.com)

    L’operazione militare chiamata Piombo Fuso è iniziata sabato 27 dicembre 2008 e per la soddisfazione del pubblico israeliano, il primo giorno è costato la vita a più di 200 persone. Già venerdì dalle colonne dei quotidiani più importanti si gridava “Andateli a prendere” e sabato gli abitanti di Gaza hanno avuto quello che gli israeliani gli auguravano da tempo. Non è stata una operazione spontanea, non è stata una semplice risposta ai recenti lanci di missili sulle città del Negev. Nei sei mesi di tranquillità che hanno preceduto, mentre avvertiva che Hamas si stava riarmando, Israele stava pianificando con attenzione il suo attacco per poterne ricavare il massimo.

    Ufficialmente la campagna voleva riportare nell’area una calma a condizioni più favorevoli per Israele. Ma gli obiettivi andavano oltre. Israele sta cercando di riportare Hamas al tavolo delle trattative con l’Egitto su delle basi favorevoli all’Autorità Palestinese (AP) e al suo presidente Mazen. Hamas ha sbagliato a non usare i sei mesi di tranquillità in modo costruttivo e adesso ne paga il prezzo. Israele vuole finire la resistenza armata, riconoscere gli Accordi di Oslo e accettare le condizioni del Quartetto. In altri termini Hamas dovrebbe rilasciare il controllo su Gaza e entrare nell’AP come partner di minoranza.

    Il conto alla rovescia è iniziato a Novembre quando, rifiutando la proposta egiziana Hamas ha rinunciato a partecipare alla riunione con l’AP al Cairo. Per Israele la campagna di Gaza non è una impresa solitaria. Il passo era stato coordinato con la Giordania e l’Egitto - e aveva persino avuto la benedizione di Abu Mazen. I Fratelli Musulmani, ai quali Hamas appartiene, costituiscono la maggiore opposizione ai regimi egiziano, giordano e palestinese. Ritroviamo lo stesso asse che è andato contro gli Hezbollah in Libano due anni fa. Di nuovo con l’appoggio totale della Casa Bianca. Una volta ancora Israele agisce come un esecutore il cui compito è quello di ridurre la sfera d’azione di un nemico comune.

    Hamas, da parte sua, ha commesso ogni possibile errore. Il primo è stato quello di conquistare Gaza nel giugno 2007, il che ha fatto sì che Israele rinforzasse l’embargo danneggiando i civili. L’ultimo errore è stata la ripresa della lotta armata contro Israele.

    Hamas vuole che il suo dominio su Gaza sia riconosciuto in modo da poter competere con l’AP per la West Bank. Ha giocato una partita doppia. Da una parte ha preso parte al processo democratico delle elezioni dell’AP tre anni fa – dal quale è persino uscito vincente. D’altra parte l’AP e le elezioni sono state frutto dell’Accordo di Oslo che Hamas si rifiuta d riconoscere.

    Khaled Mashal, leader del movimento, non si è accontentato di aprire nuovi fronti contro l’AP e Israele. Ha anche provocato il regime egiziano non sono rifiutando le sue proposte ma anche richiedendo l’apertura delle frontiere di Rafah, un atto che avrebbe violato gli impegni internazionali dell’Egitto. A livello della base, Hamas si è unito ai Fratelli Musulmani in una campagna contro il Presidente Egiziano Hosni Mubarak.

    Per tutti questi motivi Gaza oggi si ritrova sola contro le forze militari israeliane. Dal suo rifugio a Damasco Mashal invoca una nuova Intifada anche se i palestinesi non si sono ancora ripresi dalla seconda. Mentre Hamas brama il potere i palestinesi sono stanchi, confusi e sopratutto frustrati. Da una parte hanno Abu Mazen che è pronto ad ingoiare tutto quello che Israele gli mette davanti. Dall’altra hanno Hamas intrappolato nel concetto che il suo regime dipende dal volere di Dio anche a scapito del Paradiso Oggi.

    Dopo tre minuti dall’inizio delle operazioni Israele aveva già ucciso o ferito centinaia di persone. Non è difficile immaginare cosa può succedere in tre settimane. Lo scopo è quello di portare Hamas a una più ragionevole realtà – e se possibile restaurare il rispetto che Israele ha perso in Libano due anni fa. A questo proposito potremo definire Piombo Fuso una operazione di riparazione per la seconda Guerra del Libano secondo le raccomandazioni della Commissione Winograd che ha indagato sulle ragioni di quel disastro.

    Ma quale è la reale situazione di Israele? E cosi forte come vuole apparire spargendo sangue a Gaza? Quale effetto i corpi massacrati, sparsi nel cortile dell’Accademia di Polizia avranno alla fine su Israele? O le urla strazianti delle madri? Molti israeliani vogliono raggiungere una qualche normalità e diventare, secondo le parole del Primo Ministro Ehud Olmert “una società dove sia “divertente vivere”. Dove sta il divertimento in questi massacri riciclati da 60 anni?

    Negli ultimi 40 anni, Israele ha sistematicamente calpestato gli altri popoli rifiutandosi di cessare l’Occupazione. I palestinesi hanno perso tutti i loro diritti. La loro vita procede in mezzo alla cacciata dagli insediamenti, i blocchi stradali militari, le chiusure, i muri di separazione e la povertà strisciante. Olmert ha detto (ma soltanto quando ormai era chiaro che era in uscita) che non c’era altra possibilità per Israele che quella di ritirarsi dai Territori Occupati compreso da Gerusalemme Est. Se questa è davvero la sua posizione ha perso tempo in chiacchiere vuote. In azione, la posizione di Israele è l’opposto. Non si ritira, non demolisce nemmeno gli avamposti che chiama illegali, la maggioranza dei coloni rimane nelle loro case, i militari continuano a controllare le frontiere e Gaza continua ad affondare nella disperazione.

    Piombo Fuso non ha nessuna giustificazione politica. Anche se Hamas ritornasse al tavolo delle trattative Israele non ha niente da offrire. Perche è riluttante come sempre a pagare il prezzo della pace ossia di finire l’occupazione. Dato che non ha pagato per i missili caduti su Sderot o su altre città del Negev, Israele allora utilizza i missili per continuare a non pagare. Altra scusa è quella del mantra che non esiste un partner. Quando Israele dice che è pronto per uno stato palestinese non significa che questo comprenderà tutti i Territori Occupati – i suoi discorsi su di uno stato palestinese sono una benda sugli occhi. La mancanza di volontà di Israele di pagare è la forza di Hamas. Il movimento si basa su tre piloni: la povertà, la debolezza dell’AP e la mancanza di prospettive diplomatiche.

    E’ Israele che ha sprofondato Gaza nella condizione attuale. Il disimpegno del 2005 è stato unilaterale, rifiutando qualsiasi ruolo all’AP e lasciando il campo aperto alla presa del potere da parte di Hamas. La responsabilità per quello che sta succedendo adesso a Gaza è quasi esclusivamente di Israele. Forse Piombo Fuso finirà davvero con un cessate il fuoco “migliorato”. Forse vedremo presto la leadership di Hamas di nuovo al Cairo. Ma una rinnovata tranquillità non sarà una soluzione. Che soluzione sarebbe se i Territori continuano a sprofondare nella corruzione, nella povertà e nella disperazione? Quanto tempo ci vorrà perché una nuova tranquillità apra la strada ad un nuovo massacro?

    E per quanto tempo la società israeliana potrà continuare a vivere come una Forza di Occupazione? Quanto tempo fino a che le lacune interne della società, con il peggioramento del conflitto costituiranno un disastro peggiore dei missili da Gaza? Il problema fondamentale non è Hamas. E’ il consenso nazionalista dei partiti politici di Israele che hanno spinto il governo transitorio ad attuare questo massacro il cui solo scopo è quello di rimandare il costo della pace

    www.challenge-mag.com

    LiberoMondo sta seguendo l’evolversi della difficile situazione in Palestina anche grazie ai contatti con le organizzazioni partner presenti nell’area.

    Qui di seguito riportiamo un’interessante contributo che abbiamo ricevuto da Sindyanna, organizzazione con cui collaboriamo dal 2004. Oltre ad avere avuto il piacere di ospitare loro rappresentanti, abbiamo avuto modo di apprezzare il loro lavoro nel corso dei viaggi di verifica effettuati in Palestina da personale di LiberoMondo.

    Fermate questa guerra (Hadas Lahav a nome del direttivo di Sindyanna, 13 gennaio 2009)

    Cari partner di Sindyanna,

    Ancora una volta la nostra regione sguazza nel sangue del popolo palestinese. Sindyanna of Galilee, un’organizzazione di commercio equo che mira a costruire ponti tra israeliani e palestinesi, guarda con dolore al modo con cui l’esercito israeliano provoca la devastazione a Gaza. Noi crediamo, ora più che mai, che dobbiamo lavorare con le altre forze di pace nella nostra regione e nel mondo per fermare questa guerra, offrendo alternative alla politica israeliana di dominazione attraverso la forza. Ora più che mai noi abbiamo bisogno della vostra solidarietà in modo che l’idea che ci unisce, quella di un mondo più equo, si possa realizzare.

    In questo sforzo Sindyanna si è unita con le altre organizzazioni che stanno dietro le opinioni espresse sul sito internet di Challenge (www.challenge-mag.com).

    Vi invitiamo a leggere gli articoli pubblicati su tale sito internet e a inviarci le vostre considerazioni. Qui di seguito proponiamo una citazione da uno di questi articoli. Essa presenta la posizione di Sindyanna sulla guerra a Gaza:

    “La responsabilità per quello che ora sta accadendo a Gaza ricade, quasi esclusivamente, su Israele. Forse “Piombo fuso” (nome della campagna militare israeliana) si concluderà effettivamente, in un cessate il fuoco “migliorato”. Forse vedremo presto i capi di Hamas nuovamente a Il Cairo. Ma un ritorno alla calma sarà una non soluzione. Quale soluzione ci può essere finché i Territori Occupati continuano a sprofondare in corruzione, povertà e disperazione? Quanto tempo ci vorrà fino che una “nuova calma” ceda il passo ad un altro massacro?”

    “E per quanto tempo la società israeliana può continuare a vivere come una Forza di Occupazione? Quanto tempo ci vorrà prima che i divari sociali interni al paese, insieme con il continuo peggioramento del conflitto, assestino un colpo molte volte peggiore dei razzi provenienti da Gaza? Il problema fondamentale non è Hamas.

    È il consenso nazionalista dei partiti politici di Israele, che hanno spinto l’attuale governo di transizione ad attuare questo massacro, il cui solo vero scopo è di continuare a rinviare il costo della pace.”

     

    Vi chiediamo di unirvi a noi nel protestare per questa guerra, in massa nelle strade o con qualsiasi mezzo potete, per giungere finalmente a una soluzione giusta al problema palestinese.

     

    Un caro saluto

     

    Hadas Lahav

    a nome del direttivo di Sindyanna



    Sindyanna of Galilee è un’organizzazione no profit nata nel 1996, dall'iniziativa congiunta di un gruppo di donne ebree ed arabe, allo scopo di commercializzare prodotti agricoli, principalmente olio di oliva, dei contadini arabi che vivono in Israele e nei Territori Occupati della Cisgiordania, operando secondo i principi del commercio equo e solidale.

    Tra gli obiettivi di Sindyanna ci sono quelli di dare alle donne pari opportunità e di migliorare la condizione economica delle donne arabe che vivono in Israele.

    Sindyanna si fonda sulla cooperazione tra arabi ed ebrei, basata sulla reciproca fiducia nell’uguaglianza, e nel diritto dei palestinesi all'autodeterminazione. In un’area che soffre a causa di guerre, occupazione e fondamentalismo, Sindyanna offre alternative concrete e un barlume di speranza.

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