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  • 17/11/2005 Perché le Periferie non "Brucino" (Marina Murat, Sergio Paba, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    La Francia ha una lunga storia di immigrazione. Nel periodo di forte crescita degli anni Cinquanta e Sessanta, gli immigrati dalle ex-colonie andavano a ricoprire il fabbisogno di manodopera low-skilled nell’industria, soprattutto metalmeccanica. Con la prima crisi petrolifera, l’industria ha smesso di assumere stranieri e progressivamente una buona parte degli immigrati si è riversata nel settore dei servizi o è diventata disoccupata. I figli di questi immigrati non sembrano aver avuto migliore fortuna. Dopo trent’anni, e con la comunità straniera che raggiunge circa il 10 per cento della popolazione, le differenze tra francesi e immigrati sono notevoli: il tasso di disoccupazione degli stranieri è circa il doppio di quello complessivo, ma per algerini, marocchini, tunisini, immigrati da altri paesi africani è di circa il triplo. (1) E nei giorni scorsi, nelle periferie di moltissime città francesi è scoppiato lo "scontento dei figli".

    Può accadere anche da noi?

    Gli immigrati presenti in Italia, regolarmente registrati, sono circa il 5 per cento della popolazione, ma il numero dei non regolari è molto elevato. Tra un decennio, pur prendendo in considerazione solo i regolari, raggiungeranno circa il 10 per cento. (2)
    La quasi totalità degli incrementi di occupazione nell’ultimo anno è attribuibile all’impiego di immigrati. Una parte assai rilevante di questi lavoratori è impiegata nella manifattura: quasi il 40 per cento nel 2002-2003, molto di più che negli altri paesi avanzati e più della media dell’occupazione italiana. (3) Lavorano soprattutto nelle imprese di piccole e piccolissime dimensioni dei distretti industriali, prevalentemente nei settori che alimentano le esportazioni del made in Italy e dove il valore aggiunto per addetto non è particolarmente elevato. (4) Sono in gran parte Nord-Africani, ghanesi, senegalesi, albanesi, ovvero il gruppo con il più basso grado d’istruzione tra la popolazione straniera in Italia.
    Sembra dunque che una parte rilevante dell’industria italiana stia cercando di far fronte alla concorrenza internazionale con strategie di contenimento dei costi e impieghi manodopera immigrata per tenere in vita produzioni low-skilled labor intensive che altrimenti sarebbero localizzate all’estero.
    È probabile perciò che l’impiego degli immigrati nelle piccole imprese con difficoltà a internazionalizzarsi sia un fenomeno transitorio: mentre gli imprenditori si attrezzano per la globalizzazione, gli stranieri ricoprono i posti di lavoro che gli italiani non vogliono più. Lavoratori italiani e stranieri sembrano essere dunque complementari. (5)
    Questa strategia transitoria, tuttavia, può nascondere alcune fondamentali debolezze. Il lavoro degli immigrati low-skilled, come le svalutazioni competitive del passato, permette alle imprese di non affrontare apertamente i nodi della produttività e dell’innovazione. Ma affrontarli troppo tardi può cambiare la specializzazione produttiva del paese e mutare, sicuramente non in meglio, la posizione dell’economia italiana nella divisione internazionale del lavoro.
    D’altra parte, quando queste imprese avranno chiuso o trasferito all’estero le loro attività, gli immigrati che vi lavoravano cercheranno occupazione negli altri settori e, in particolare, nei servizi. Il problema è che in Italia questo settore è assai meno disponibile ad accoglierli. Il comparto low-skilled dei servizi, sia pubblico che privato e con la sola eccezione del lavoro domestico, è infatti tuttora una destinazione privilegiata degli italiani. Si tratta di occupazioni tutelate dalle normative, con buone condizioni di lavoro e salari accettabili, nonostante la bassa produttività. In diversi casi, sono settori protetti. Questo spiega perché in Italia tassisti, addetti alle pulizie, uscieri, autisti di autobus, impiegati del settore pubblico siano ancora prevalentemente di nazionalità italiana. Nonostante i tentativi di liberalizzazione, le normative esistenti rendono ancora difficile anche l’ingresso nelle attività commerciali.

    Le politiche di integrazione

    Quando gli immigrati espulsi dall’industria premeranno su queste occupazioni, tenderanno a concorrere con gli italiani. La sostituibilità tra lavoratori italiani e stranieri aumenterà, e questo, senza una crescita sostenuta dell’occupazione, tenderà a creare tensioni fortissime sul mercato del lavoro, e di conseguenza, sul piano sociale e politico.
    Come evitare, allora, una situazione come quella francese? La risposta più comune è che bisogna rafforzare le politiche di integrazione. È difficile non essere d’accordo. Ma che significa in realtà? Proprio la Francia sembrava rappresentare un buon modello di politiche di integrazione: consente, ad esempio, la cittadinanza ai figli degli immigrati e abolisce all’anagrafe la distinzione tra comunità etniche.
    Una reale integrazione, tuttavia, significa avere anche le stesse opportunità di impiego e di carriera. Questo accade più facilmente quando i tassi di disoccupazione non sono troppo elevati, gli stranieri sono complementari e non sostituti nel mercato del lavoro, e soprattutto quando c’è una buona mobilità sociale. In tutta Europa la mobilità sociale è bassa e in Italia lo è ancora di più.
    La concessione di permessi temporanei di lavoro può sembrare una buona strada per soddisfare le attuali esigenze dell’industria italiana. Tuttavia, potrebbe rivelarsi una politica poco credibile e di non semplice implementazione. Può essere accettabile per i lavoratori dell’Est Europa, perché nei loro paesi di origine le nostre imprese stanno investendo e creando rapidamente numerose opportunità di lavoro, ma è difficile che funzioni per i lavoratori africani.
    Qualcosa si può comunque fare, e su più fronti. Ad esempio, si può investire con decisione in capitale umano, incentivare gli imprenditori a scegliere con coraggio le strade dell’internazionalizzazione, l’innovazione e i miglioramenti produttivi. Allo stesso tempo, si possono adottare politiche attive d’immigrazione, che disincentivino davvero gli ingressi clandestini, il successivo lavoro irregolare e l’attesa della regolarizzazione. Infine, si deve liberalizzare il settore dei servizi. Con un incremento nelle opportunità di lavoro per tutti, gli stranieri che attualmente lavorano nelle piccole imprese del made in Italy non si troveranno domani disoccupati ed esclusi. Come invece accade oggi ai giovani immigrati della Francia.

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