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  • 13/08/2007 Rom: in mezzo al guado, fra integrazione e ostilità (Redazione, http://www.korazym.org)

    Ricerca personalizzata

    La morte dei bambini riporta all'attenzione la condizione di vita delle popolazioni zingare (rom e sinti) nel nostro paese. Storie e culture differenti, con l'alternarsi di pregiudizi e voglia di legalità. Situazione difficile, ma con alcune luci...

    Un caso di cronaca, e ci si rende improvvisamente conto che qualcosa va cambiato. A pensarci bene, già lo sapevano tutti, ma in pochi ci badavano; ora invece tutti ne parlano. Avviene sempre così, in questo paese dalle mille emergenze, e dopo quella degli incendi, quella delle morti sul lavoro, quella degli incidenti stradali – tutte emergenze tutt’altro che superate – ecco arrivare l’emergenza-rom, il caso di cronaca che promette di spalmare un po’ di sociologia in quei pochi dibattiti sopravvissuti alla chiusura per ferie.

    L’incendio alle baracche e la morte dei piccoli bambini rom, con il successivo arresto dei genitori, ha vivacizzato il dibattito politico, spingendo il premier Prodi ad affermare che quello dei rom è “un problema politico di una complicazione terribile”, di fronte al quale “dobbiamo studiare tutti gli aspetti politici e tecnici per trovare tutti i tipi di soluzione possibile”. Sul piatto della bilancia due opposte tendenze: da un lato quella di considerare i rom come persone che rifiutano totalmente una qualsiasi ipotesi di integrazione e anche normali processi di istruzione per i loro bambini, e dall’altro quello di evidenziare i ritardi accumulati dalle amministrazioni locali nello sviluppo di politiche concrete di integrazione, con il sostanziale fallimento dei tentativi di spostare i campi nomadi dal centro delle città alle periferie (come se la situazione migliorasse semplicemente tenendoli lontani dagli occhi e dal cuore…).

    Certamente occorre aver ben chiaro di cosa si parla. Gli “zingari” in Italia sono tra i 130 ed i 140mila, ossia poco più dello 0,2% della popolazione italiana. E circa 70mila, ovvero più della metà, sono italiani, e lo sono da almeno sei secoli. Sbagliato dunque pensarli e considerarli tutti stranieri, e sbagliato è anche considerare immutabile la loro cultura, o pensare che atteggiamenti poco graditi derivino quasi dal dna genetico di queste popolazioni. Mendicare con un bambino in braccio, ad esempio, non è un fatto di cultura, neppure per i rom o i sinti: fra quelli con nazionalità italiana poi è ormai in disuso l’intero fenomeno dell’accattonaggio, che rimane come forma di sostentamento invece per i più poveri, soprattutto i rumeni ultimi arrivati nel nostro paese. Ma un lavoro, una qualche forma di integrazione sociale, e la stabilità che ne deriva, mina alla base la gran parte dei fenomeni avvertiti come ostili dalla gran parte della popolazione italiana.

    In questi giorni, una volta tanto, non si discute di un problema evidenziando la totale inoperosità del recente passato: nei mesi scorsi il ministero dell’Interno ha infatti stipulato patti con alcuni enti locali riguardo al problema delle sistemazioni e degli alloggi della comunità zingara. E’ da lì occorre muoversi ancora, consapevoli però che la quasi totalità di questi accordi ha puntato più sull’obiettivo sicurezza, ossia sul contenimento delle presenze estranee e sul presupposto che siano spesso dedite ad attività illegali, piuttosto che sulla prospettiva dell’accoglienza o della convivenza. Zingaro rischia di essere ancora considerato un sinonimo di ladro, insomma, e solo di ladro. Ma così non è per forza, e saperlo dovrebbe incoraggiare quanti pensano che la secolare ostilità nei confronti di queste popolazioni possa essere finalmente superata.

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