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  • 23/05/2006 Se il "Centro delle Strategie" ha troppe Teste (Carlo Scarpa, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Uno dei "pallini" storici di Romano Prodi è la necessità di creare quello che lui stesso chiamò un "centro delle strategie" per guidare lo sviluppo economico del paese, che comprenda la politica industriale nel senso tradizionale (incentivi alle imprese private, ad esempio), il comportamento delle imprese ancora sotto il controllo pubblico, la politica di penetrazione commerciale verso i mercati esteri. Il modello di riferimento è stato il famoso ministero giapponese detto Miti, che oltre a raggruppare commercio internazionale e industria, ha un potere di influenza e direzione sulle imprese che probabilmente nessun ministero italiano (per ragioni culturali, economiche e istituzionali) potrà mai avere. Ma qualche passo in questa direzione era legittimo preventivarlo. E invece, proprio sotto questo profilo, la nuova struttura del Governo è a dire poco sorprendente.

    Mutamenti ministeriali

    In primo luogo, si è risuscitato il ministero per il Commercio estero, che esisteva negli anni Ottanta e le cui funzioni furono poi assorbite (soprattutto) dall’allora ministero dell’Industria. Questa creazione da un lato separa la politica commerciale sia dalla dimensione più strettamente "economica" (legata quindi alle altre politiche rivolte alle imprese, gestite dall’ex ministero dell’Industria, poi ribattezzato ministero delle Attività produttive e ora ministero per lo Sviluppo economico), sia da quella politica (che sui mercati esteri è spesso fondamentale, e che avrebbe eventualmente spinto nella direzione di accorpare queste funzioni con quelle del ministero degli Affari esteri).
    In secondo luogo, la attribuzione di parte delle competenze che erano del ministero dell’Economia al ministero dello Sviluppo economico e alla stessa presidenza del Consiglio fa sorgere qualche perplessità.
    Da un lato, avere ricompreso tra le politiche industriali le cosiddette "politiche di coesione" prima attribuite al ministero dell’Economia non è sbagliato. La politica industriale senza questi interventi sul territorio è probabilmente un po’ monca, e – anche se nel passato il dipartimento delle politiche di sviluppo ha operato in modo attento – risultava piuttosto curiosa un’attribuzione che deve guardare al dettaglio microeconomico a un ministero che dovrebbe soprattutto provvedere alla politica macro del Governo. Anche se le preoccupazioni circa il controllo della spesa sono comprensibili.
    D’altra parte però, il ruolo della presidenza del Consiglio emerge come più importante di prima, non solo come coordinatore delle politiche, ma anche come attore diretto. Il che pone una questione interessante di dialettica tra ministri e presidenza.
    Resta poi aperta la questione della gestione delle partecipazioni dello Stato nelle imprese. Queste quote sono detenute dal ministero dell’Economia, anche se la commissione Attività produttive della Camera al termine della scorsa legislatura, con l’accordo tra parlamentari dei due schieramenti, aveva proposto di attribuirle all’allora ministero delle Attività produttive, il quale a sua volta aveva ripetutamente reclamato un ruolo più importante in queste imprese.
    Le pretese del ministero delle Attività produttive non erano campate in aria: ad esempio, la legge che nel 1999 ha avviato la liberalizzazione del mercato elettrico (decreto legislativo 79/99, Decreto Bersani), a proposito delle azioni di Enel che fossero rimaste in mano pubblica indicava "Le azioni della società (…) sono assegnate al ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica; la medesima società si attiene agli indirizzi formulati dal ministro dell'Industria, del commercio e dell'artigianato.". La prima di queste due azioni è avvenuta, la seconda è da sempre oggetto di contese: se l’azionista pubblico è rappresentato dal Tesoro, i rappresentanti pubblici nell’impresa rispondono al ministro che li ha nominati, e il ministro oggi detto "dello Sviluppo economico" finisce per avere un ruolo di secondo piano.
    Quale sarà la gestione di queste imprese? Avremo un "centro delle strategie" che comprende anche Eni ed Enel, o queste imprese resteranno strumenti di leva finanziaria per assicurare al Tesoro entrate che non sono ufficialmente "imposte" (il che riduce le polemiche politiche) anche se hanno una natura del tutto simile?
    Infine, il trasferimento delle competenze sul turismo al ministero dei Beni culturali è un altro elemento che a dir poco stupisce. Se si vuole creare un centro delle strategie per lo sviluppo produttivo del paese, come si può separare lo sviluppo industriale (e – come già ricordato – le politiche di coesione) dallo sviluppo turistico? Certo, chi lo ha fatto ha ben presente il peso immenso del turismo nella creazione del reddito nazionale, soprattutto in alcune delle regioni (il Meridione) meno sviluppate, che più saranno interessate dalle "politiche di coesione". E allora che senso ha? L’unica interpretazione che pare sensata è che questo sia una concessione per aumentare il peso specifico del neo-ministro dei Beni culturali, a scapito però della razionalità della struttura complessiva di governo.

    Dialettica presidenza-ministeri

    Questa struttura ha quindi elementi di minore razionalità di quanto sarebbe stato sensato sperare. Per altro, la sensazione principale è che il ritorno alla presidenza del Consiglio di un economista non sia del tutto neutrale, in una situazione nella quale i partiti, grazie anche e soprattutto al sistema proporzionale resuscitato nella scorsa legislatura, hanno un peso maggiore di prima.
    Nel recente passato, su diverse questioni (ad esempio, le privatizzazioni o la gestione delle imprese partecipate dal Tesoro) vi è stato un conflitto tra Tesoro e Industria, ovvero tra le ragioni del bilancio pubblico e quelle della competitività e della concorrenza. Ora vediamo che il Tesoro perde un po’ di potere (ma ne mantiene tanto), l’Industria (ora Sviluppo economico) diventa più importante per un verso, e meno per un altro, e la presidenza del Consiglio si attribuisce più funzioni di prima (ad esempio, la segreteria del Cipe, che non ci sembra un aspetto ornamentale).
    A questo dobbiamo poi aggiungere un altro dettaglio, anche questo non banale, ovvero la nomina tra i sottosegretari alla presidenza – funzione tipicamente riservata a politici "puri" – di un altro economista, Fabio Gobbo, da sempre collaboratore di Romano Prodi. È allora facile prevedere che dal conflitto "storico" tra Tesoro e Industria si passerà a una dialettica ancora più complessa, in cui la presidenza del Consiglio intende assumere un ruolo più importante che nel passato, quando si era limitata a mediare.
    Questo aumenterà i conflitti, o il peso diretto della presidenza sarà tale da risolvere eventuali contrasti alla radice? Il "centro delle strategie" sarà il ministero dello Sviluppo economico o direttamente la presidenza? La struttura del Governo purtroppo non dà indicazioni chiare.

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