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  • 22/05/2006 Quote Rosa in Modica Quantità (Nicola Lacetera, Mario Macis, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il disegno di legge sulle "quote rosa", respinto dal Parlamento nella scorsa legislatura, prevedeva l’obbligo per i partiti che si presentano alle elezioni politiche di inserire nelle liste elettorali almeno una donna ogni tre uomini. Delle "quote rosa" si è tornati a parlare in occasione della presentazione del nuovo Governo: sei le donne ministro, poche rispetto a quelle promesse (otto), ma più di quelle presenti nel Governo Berlusconi (due). Lo stesso Prodi, nel giorno della votazione della fiducia al Senato, ha ribadito l’intenzione di approvare "una legge per garantire quote precise per l'ingresso delle donne in politica".

    Perché le quote

    Sono due, a nostro avviso, le questioni centrali. La prima, se e perché vi sia bisogno di interventi regolatori per allargare la partecipazione e rappresentanza femminile nelle sedi istituzionali quali il Governo, il Parlamento, i consigli regionali, provinciali e comunali. La seconda, se le "quote rosa" rappresentano un modo efficace di raggiungere quell’obiettivo.
    Perché le donne sono poco rappresentate nelle cariche politiche e istituzionali? Ci sono almeno tre possibili ragioni. Primo, è possibile che le donne abbiano una preferenza per altri tipi di occupazione e per "natura" siano meno propense all’attività politica rispetto agli uomini. Secondo, sono gli uomini a ricoprire le posizioni di rilievo all’interno dei partiti politici e a controllare le candidature alle cariche pubbliche, ed è possibile che le donne siano vittime di discriminazione. Una terza possibilità è che le donne possiedano in scarsa, o comunque insufficiente, misura esperienza e competenze necessarie a emergere in politica, e ciò impedisce loro di competere con gli uomini ad armi pari.
    Le preferenze individuali senz’altro giocano un ruolo, ma questa spiegazione non ci pare interamente soddisfacente. Uno studio dell’Unione interparlamentare (www.ipu.org), presentato alle Nazioni Unite, rivela che su un totale di 187 nazioni, l’Italia si colloca all’ottantanovesimo posto, subito prima dell’Indonesia, con una percentuale di presenza femminile dell’11,5 per cento alla Camera e dell’8,1 per cento al Senato. (1) In testa alla classifica ci sono Ruanda e Svezia, con percentuali superiori al 45 per cento, seguite da tre altri paesi scandinavi (Norvegia, Finlandia, Danimarca), e quindi da Olanda, Cuba e Spagna. In molti casi le elevate percentuali sono raggiunte anche in assenza di quote riservate alle donne, sembra quindi poco plausibile che le differenze internazionali siano totalmente dovute a diverse preferenze femminili nei vari paesi. Esiste peraltro una forte domanda da parte delle donne italiane di maggiore rappresentanza nelle sedi istituzionali, confermata da uno studio dell’Istat: il 62,9 per cento delle donne ritiene che sia necessaria una maggiore presenza di donne in Parlamento, contro il 44,6 per cento degli uomini. In effetti, il fallimento del disegno di legge sulle quote rosa in un Parlamento a larghissima maggioranza maschile, conferma che esiste una forte resistenza da parte degli uomini a liberare spazi per le donne.
    La discriminazione e le insufficienti competenze in campo politico sono facce della stessa medaglia. Se esiste discriminazione, ciò significa che a parità di altre condizioni (intelligenza, esperienza, eccetera) un partito politico preferisce candidare un uomo piuttosto che una donna. Di conseguenza, gli incentivi per le donne a partecipare in attività che accrescano la loro esperienza e le conoscenze politiche sono ridotti. Il risultato è che a causa della discriminazione maschile, le donne non solo sono sottorappresentate nelle cariche di partito e pubbliche, ma si impegnano meno in attività politiche. (2) Lo studio Istat riporta che solo il 47,9 per cento delle donne si informa settimanalmente di politica, contro il 64,6 per cento degli uomini. Inoltre, le donne partecipano meno degli uomini ai cortei (4,4, contro il 6,7 per cento) e ai comizi (4,6, contro 9,3 per cento), e la quota di donne che dà soldi o svolge attività gratuita per un partito è appena il 2,6 per cento, contro il 6,3 per cento degli uomini. Lo studio riporta altresì che l’astensionismo femminile alle elezioni politiche è superiore a quello maschile.

    L’entità della quota

    In questo scenario, introdurre per legge quote di candidature riservate alle donne aumenterebbe senza dubbio, e da subito, la rappresentanza femminile nelle sedi istituzionali (in misura dipendente dalla legge elettorale). Tuttavia, le quote riservate potrebbero anche avere effetti poco desiderabili.
    Gli avversari delle quote rosa, per esempio, sottolineano il rischio di avere donne scarsamente qualificate in ruoli importanti come quelli di parlamentare, consigliere regionale o comunale. Emma Bonino lo ha recentemente ricordato: "(...) quando nel 1976, non per legge ma per scelta politica, tutti i capilista del partito radicale erano donne, verificammo la ridicolaggine. Fu difficilissimo non dover ricorrere a certe signorine che non avevano requisiti politici, o di intelligenza, difetti che si riscontrano naturalmente anche tra le donne, oltre che tra gli uomini". (3)
    Anche ammettendo che la società nel suo insieme derivi un beneficio dalla presenza di un numero maggiore di donne in Parlamento, è chiaro che il costo di promuovere a importanti cariche politiche individui poco qualificati sarebbe piuttosto elevato.
    È importante, pertanto, stabilire quali sarebbero gli effetti delle "quote rosa" sulla partecipazione ad attività che accrescono l’esperienza e le competenze in politica delle donne. La risposta dipende in maniera cruciale dall’entità della quota.
    Esiste un certo numero di donne, penalizzate dalla discriminazione maschile, che avrebbero le qualifiche adatte a ricoprire incarichi di partito o pubblici: se la quota riservata è relativamente modesta, le candidate verranno presumibilmente dal bacino di donne qualificate. In questo caso, le maggiori possibilità di accedere alle cariche genererebbero maggiori incentivi per le donne a investire in esperienze e competenze politiche.
    Ma se la quota è troppo elevata, sarà necessario, per soddisfarla, nominare o candidare donne con qualifiche inadeguate. Le posizioni dedicate alle donne non saranno più una risorsa scarsa, ci sarà meno competizione per ottenerle, e quindi un minor incentivo a investire per mostrarsi migliore dei concorrenti. Anche donne non qualificate avranno accesso a candidature o cariche pubbliche con relativa facilità.
    Una possibile soluzione sarebbe l’introduzione di quote dapprima modeste, ma via via crescenti. Le donne interessate avrebbero così il tempo di acquisire l’esperienza e le competenze necessarie. (4) Inoltre, si arriverebbe a un punto in cui un numero sufficiente di donne ha incentivi a impegnarsi per accrescere le proprie capacità politiche. E la necessità stessa di avere quote rosa stabilite per legge verrebbe meno.



    (1) Queste cifre si riferiscono alla passata legislatura. Nell’attuale Parlamento, le donne rappresentano il 14 per cento alla Camera e il 13 per cento al Senato.
    (2) Il lettore interessato è invitato a vedere l’articolo di Coate and Loury: "Antidiscrimination Enforcement and the Problem of Patronization", pubblicato nel 1993 sull’American Economic Review, dove questa teoria è presentata formalmente.
    (3) http://web.radicalparty.org/pressreview/print_right.php?func=detail&par=13693.
    (4) Come accennato sopra, gli effetti delle quote rosa dipendono anche dalla legge elettorale. Per esempio, con il sistema elettorale attuale, proporzionale con liste bloccate, l’importanza di introdurre quote rosa non troppo elevate è maggiore rispetto a un sistema proporzionale con la possibilità di esprimere preferenze. Infatti, se una donna è collocata in una "zona alta" di una lista bloccata, avrà la quasi certezza di essere eletta, e di nuovo si indebolirebbero gli incentivi a impegnarsi per accrescere le proprie capacità politiche.

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