TuttoTrading.it

SITO

  • Home
  • Mappa
  • Contatti
  • G.Temi
  • Dividendi
  • Div.19
  • Shopping
  • Informaz.
  • Sicur.Inf.
  • Trading
  • Collezioni
    VAI ALLA MAPPA DEL SITO


    INFO
  • Acqua
  • Aliment.
  • Ambiente
  • Automot.
  • Balneab.
  • Banche
  • Bookcr.
  • Buttol
  • Case
  • acqua
  • Colorare
  • Decoro
  • urbano
  • Decresc.
  • dividendi
  • Donne
  • Economia
  • Economia
  • circol.
  • Energia
  • En.rinnov.
  • Famiglia
  • Finanza
  • Foto
  • Giardini
  • Giornata
  • memoria
  • G.foibe
  • Inquin.
  • M'illumino
  • dimeno
  • M5S TDG
  • Ora sol.
  • legale
  • Peso
  • rifiuti
  • Pishing
  • Politica
  • Raccolta
  • bott.
  • Olio
  • esausto
  • Rassegna
  • Riciclo
  • Rifiuti
  • R.affetto
  • R.zero
  • R.verde
  • S.mare
  • Scuole
  • ricicl.
  • Social
  • street
  • Solidar.
  • Shopping
  • Spoofing
  • Storia
  • TDG
  • News
  • Tumori rif.
  • Tutto
  • droga
  • T.racc.
  • differ.
  • T.droga
  • T.scuola
  • Violenza
  • V.rendere


  • 30/09/2006 Dopo il Duopolio ancora il Duopolio? (Michele Polo, www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il settore dei media si conferma anche in questa legislatura crocevia di fortissime tensioni politiche e difficile palestra per una riforma ragionata. Il governo ha mostrato in questi mesi una attitudine ondivaga nei confronti della Rai, tra tentazioni di intervenire in modo diretto nelle nomine e pudore a ripercorrere troppo fedelmente la triste esperienza delle liste di proscrizione che abbiamo conosciuto nella precedente legislatura.
    Resta tuttavia il tema di fondo di una riforma degli assetti del sistema dei media che intervenga laddove la legge Gasparri ha mostrato le più evidenti lacune, peraltro facilmente prevedibili fin dal suo varo. A questo primo scenario si è associato prepotentemente il parallelo problema dello sviluppo dei settori delle telecomunicazioni e della situazione di Telecom Italia, che seguendo il processo della convergenza tra Tlc e media propone ulteriori punti di riflessione.

    Da Gasparri a Gentiloni

    Le ipotesi di riforma della legge Gasparri che sino ad oggi sono circolate suggeriscono un approccio prudente: l’abbandono del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic), l’immenso contenitore entro il quale valutare l’esistenza di posizioni dominanti; il ritorno a una valutazione riferita ai singoli mercati e ai singoli media; l’utilizzo di un criterio di fatturato nel valutare dimensione dei singoli mercato e dimensione degli attori; la definizione di una soglia massima del 30 per cento nell’ambito del mercato televisivo. Silenzio sulla privatizzazione della Rai, silenzio sulla eventuale dismissione di reti e su analoghe misure per Mediaset.
    Se questi sono gli orientamenti della maggioranza, va detto che alla finzione della legge Gasparri, coerente nella tradizione di disegnare leggi sulla televisione che fotografassero l’esistente, seguirebbe una serie di deboli correttivi del tutto in linea con la stessa tradizione.
    Molte volte sulle colonne de lavoce.info abbiamo ripetuto che il problema di pluralismo in Italia si configura come un problema di concentrazione degli ascolti in capo a due soli gruppi editoriali. Se è così, la cura non può essere che una riduzione di tale concentrazione. Può il mercato, e in particolare lo sviluppo di nuovi canali, finanziati con pubblicità o a pagamento, ridistribuire la audience in modo meno concentrato?
    La risposta che deriva sia dall’analisi economica che dall’esperienza dei mercati è negativa, almeno in orizzonte temporale ragionevole. Il meccanismo di competizione per la audience porta all’emergere di pochi canali vincenti, gli unici in grado di ripagare con i proventi pubblicitari gli alti costi di un palinsesto di successo. La storia di eterno settimino di TeleMontecarlo, poi La7, non è il frutto di incapacità imprenditoriale, ma del fatto che non c’è spazio, dalla competizione con due gruppi multicanale, per un terzo incomodo di peso.
    Le pay-tv, oggi un attore importante con Sky che raggiunge 3,5 milioni di abbonati, sono in grado di raccogliere rilevanti fatturati, ma non incidono significativamente sulla audience media, al di là di pochi picchi in corrispondenza di eventi di particolare importanza. In questo senso anche lo sviluppo di piattaforme pay diverse da quelle oggi esistenti, e basate sulla banda larga (LINK Gambaro media company), può sicuramente arricchire il ventaglio di possibilità aperte ai telespettatori, ma non modifica la questione sostanziale della concentrazione della audience in capo a due grandi gruppi editoriali.

    Cedere una rete ciascuno

    L’unico modo per rompere questa situazione è quindi quello di ridurre il numero di licenze per trasmissione in chiaro finanziata con pubblicità in capo a un singolo operatore: la cessione sul mercato di una rete sia da parte di Rai che di Mediaset. Cessione, non esproprio né chiusura, attraverso cui il gruppo editoriale è in grado di realizzare il valore degli asset ceduti e gli addetti di mantenere i livelli occupazionali.
    Questa strada, tuttavia, non sembra nelle prospettive della maggioranza di centrosinistra, a giudicare dal programma dell’Unione e dai primi passi del governo in materia. La strada è sbarrata dalla volontà di non affrontare il capitolo Rai, la privatizzazione di una parte delle sue reti e la loro cessione sul mercato. Senza questo "sacrificio", il governo non può procedere a una analoga misura di cessione applicata alle reti Mediaset.
    In questo senso le anticipazioni uscite sulla riforma della legge Gasparri hanno la forma di un "vorrei ma non posso": si abbandona il Sic, in base a cui nessun operatore era dominante sul mercato complessivo, passando a una analisi dei singoli mercati. Si utilizza tuttavia un criterio di misurazione delle posizioni relative basato sul fatturato, e così le pay-tv, che realizzano con gli abbonamenti un elevato ricavo per telespettatore, vengono sopravvalutate rispetto a una loro misurazione in termini di audience ottenuta. La soglia del 30 per cento delle risorse nel mercato televisivo verrebbe sostanzialmente rispettata (le stime parlano di 32 per cento per Mediaset e 34 per cento per Rai), con una eventuale piccola limatura nelle politiche pubblicitarie.
    Tra "la Gasparri" e "la Gentiloni", verrebbe da dire, mutato l’ordine degli indicatori il risultato non cambia.

  • Archivio Informazione
  • Ricerca personalizzata

     Questo sito
  • Home
  • Mappa sito
  • Contatti
    VAI ALLA MAPPA DEL SITO