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  • 23/07/2008 Telecom: la doppia verita' ( II parte ) (http://www.antoniodipietro.com)

    Ricerca personalizzata

    tavaroli.jpg

    E’ passato solo un giorno dal deposito delle carte processuali da parte della Procura di Milano e già la matassa comincia a dipanarsi.

    Innanzitutto ora cominciano ad essere note le dichiarazioni rese ai P.M. dal diretto interessato Marco Tronchetti Provera. Al di là delle formali prese di distanza dal suo accusatore – nella sostanza Tronchetti riconosce quel che sostiene Giuliano Tavaroli: l’essersi costui adoperato per fissargli appuntamenti con varie personalità politiche. Certo, Tronchetti Provera si dice ora “…convinto ex post che lui, Tavaroli, mi ha usato molto per accreditare se stesso…”. Ma resta il fatto che fino al 2006 glielo ha lasciato fare. Quindi Tronchetti a Tavaroli nel suo Ufficio lo riceveva eccome e da lui – volente o nolente – riceveva informazioni. Certo, dice che Tavaroli “…non è mai stato mio riporto diretto…” ma ammette che non era uno qualsiasi all’interno di Telecom in quanto “…ha iniziato a dipendere direttamente dal dr. Buora…” (che era il n. 2 dell’azienda, subito dopo Tronchetti stesso) e comunque “..in casi specifici, se era una cosa di importanza generale dell’azienda che mi riguardava direttamente come presidente della società, il sig. Tavaroli si rivolgeva direttamente a me…”.

    Insomma, Tavaroli, in azienda si comportava proprio come si doveva comportare un riconosciuto ed accreditato Responsabile della Sicurezza: riferiva di regola all’amministratore delegato ed all’occorrenza direttamente al Presidente.

    Quindi, quando Tavaroli riferisce fatti e circostanze, queste non possono essere, sic et sempliciter, cestinate ma bisogna andare a ricostruire il contesto ed a andare a “ripulire” le sua affermazioni per cercare di dipanare la matassa della verità da quella delle possibili dicerie, del millantato credito o della calunnia.

    Sempre dalle carte, però emerge un’altra circostanza che retrodata nel tempo, al 2001 (e cioè in epoca incompatibile con l’arrivo dello stesso Tronchetti in azienda) l’operazione “OAK FUND”, ovvero l’operazione spionistica messa in piedi da Tavaroli e Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom, ora indagato pure lui) conclusasi con l’attribuzione ad esponenti del partito D.S. di un conto estero a Londra ove sarebbero stati fatti affluire somme di denaro per conto di Colaninno, che per prima si interessò all’operazione Telecom.

    Se ciò è vero - questo vuol dire che – indipendentemente dalla verità o meno dell’operazione OAK FUND – Tronchetti Provera non può essere accusato di alcunché di penalmente rilevante rispetto ad essa. Nemmeno se - successivamente al suo arrivo in Telecom – ciò gli fosse stato riferito da Tavaroli (come quest’ultimo sostiene e come Tronchetti un po’ pudicamente nega).

    L’attenzione deve essere pertanto spostata altrove: chi aveva interesse a ricostruire l’operazione in questione? O meglio: chi aveva interesse a “costruirla”, ad imbastirla, cioè per calare un “abito di responsabilità” addosso all’allora segretario dei D.S. Fassino? E soprattutto proprio nello stesso periodo in cui un altro abito sporco si cercava do calare addosso a Fassino con un il falso scoop Mitrokin? E chi aveva dato l’ordine a Tavaroli di eseguirla? Ed ancora in modo più pregante: l’ordine era di scovare una tangente o di costruire false prove – anche attraverso compiacenti riscontri documentali – per fare apparire che ci fosse stata? E siamo sicuri che chi è andato alla ricerche delle “prove disseminate” lungo il tragitto che ha portato i soldi a Londra era a conoscenza della eventuale strumentalità con cui erano state predisposte apposta ed a comando? Da queste risposte potremo sapere se ci troviamo di fronte ad una madornale bugia ovvero a “due verità” che – nonostante la apparente contraddizione logica - possono invece convivere fra loro: quella di Tavaroli che riferisce del conto OAK FUND (di cui peraltro qualche riscontro documentale seppur poco leggibile sarebbe agli atti del fascicolo processuale) e quella di Fassino che si è visto cadere quest’altra tegola addosso dopo il fantomatico caso Mitrokin.

    A noi non resta che seguire da vicino la vicenda, convinti come siamo che la partita è appena cominciata e che il vero “puparo” che muove i fili deve ancora venire fuori.

    22/07/2008 Telecom: la doppia verita' ( I parte ) (http://www.antoniodipietro.com)

    telecom_pirelli.jpg

    L’inchiesta della Procura di Milano sull’attività di dossieraggio e spionaggio messa in piedi dalla Telecom è terminata con ben 41 capi di imputazione a carico di 34 persone: funzionari di sicurezza della Telecom stessa, prezzolati investigatori privati,qualificati esponenti dei servizi segreti, da ufficiali e sottufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Sono 371 pagine che illustrano uno spaccato d’Italia fatta di spioni e maneggioni che hanno lavorato alle nostre spalle e sulle nostre teste per raccattare informazioni e ricattare personalità e istituzioni. Chi volesse leggere tutto l’atto di accusa integrale clicchi qui.
    Fin qui nulla di nuovo sotto il sole: è la solita Italietta dei servizi segreti deviati, delle centrali di disinformazione, dei centri di potere occulti, delle tante piccole e grandi “P2” di ritorno.

    C’è però un “ma”, una discrepanza che impedisce la chiusura del cerchio: chi era – anzi, chi è - il beneficiario delle loro attività di spionaggio e dossieraggio? Si badi bene, sul piano strettamente penale, il “beneficiario” non può che essere – per geometrica sovrapposizione - anche il mandante dei delitti commessi.
    L’ordinanza non lo dice, o meglio lo dice ma – almeno allo stato - non lo identifica come una “persona fisica” bensì come “due persone giuridiche”: Telecom Italia Spa e Pirelli Spa.
    Se non conoscessi come lavora la Procura di Milano e non avessi certezza dell’altissima professionalità dei magistrati inquirenti che hanno operato le indagini, sarei portato a pensare che si sono nascosti dietro ad un pannicello caldo per non mettere per il momento il nome e cognome del mandante “fisico”, giacchè – per definizione e per natura – nessun crimine può essere commesso da un soggetto inanimato, come sono appunto le persone giuridiche Telecom e Pirelli, ma sempre e solo da persone che hanno occhi, mani e soprattutto “testa”.
    Siccome, però, conosco come funzionano le indagini, sono pronto a scommettere che l’avviso di chiusura indagini di oggi in realtà non è una “chiusura”, ma solo una “nuova apertura”. Una nuova fase della “partita a scacchi”, ancora tutta da giocare e che la Procura di Milano si appresta a farla a tutto campo, utilizzando la fase dibattimentale come “grimaldello” investigativo per superare la cerchia di omertà e coperture che potrebbe essersi formata attorno alle dichiarazioni di Giuliano Tavaroli, organizzatore della centrale di depistaggio. Una tecnica già sperimentata da tanti altri investigatori ed anche da me all’epoca di Mani Pulite, allorché nel processo ENIMONT chiesi il rinvio a giudizio inizialmente solo di Sergio Cusani, per poi utilizzare la fase dibattimentale per mettere una di fronte all’altra le varie versioni di comodo che i protagonisti della vicenda stavano recitando.

    Pure nella vicenda Telecom penso che succederà così perché è impensabile (e per Armando Spataro impossibile solo pensarlo) che la Procura di Milano abbia rinunciato a cercare il “mandante”. Tavaroli - che tanto ha fatto per la sua azienda e nell’interesse della quale lavorava - si sentirà scaricato e si vendicherà vomitando addosso ai suoi “mandanti” tutti i fatti e misfatti di cui è a conoscenza (o più semplicemente di cui dice di essere a conoscenza).
    Quello sarà il momento più delicato per il lavoro dei magistrati perché dovranno distinguere i fatti dalle opinioni, il vero dal verosimile, le certezze dalle illazioni, le conoscenze dirette da quelle riferite, la verità dalle vendette.
    Un assaggio della delicatezza della partita che si giocherà nei prossimi mesi è stato fornito – tra oggi e ieri – dallo stesso Tavaroli con due “messaggi cifrati” mandati attraverso interviste esclusive riferite dal quotidiano Repubblica che, intendiamoci, se da una parte ha fatto bene a pubblicarle, dall’altra deve ora stare attenta a non prestare la voce e la penna a chi “parla a nuora per far capire a suocera”: a chi, cioè, come potrebbe aver fatto Tavaroli, ha rilasciato le interviste che abbiamo letto, non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che – prima o poi – potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza.
    Insomma un “assaggio”, o meglio un “messaggio”.

    E i fatti che racconta a Repubblica – tutti ben imbastiti da una analisi storica nient’affatto peregrina – sono come fiammiferi accessi all’interno di una polveriera. Accenna a conti esteri a Montecarlo di Tronchetti Provera, butta lì i nomi dell’on.le Brancher (già condannato durante Mani Pulite) di tal Luigi Bisignani (pure lui figura di rilievo nelle stesse indagini) e così via, fino ad arrivare al conto londinese Oak Fund che egli attribuisce addirittura nella disponibilità di altissimi dirigenti DS (Fassino) e riferisce che sarebbe stato alimentato per conto di Colaninno, all’epoca della prima scalata Telecom.
    E qui sta il primo inghippo: Tavaroli in questo caso non riferisce fatti di cui si dichiara a conoscenza diretta ma dice che questi risulterebbero da “…quel che ha scritto Cipriani (investigatore privato a libro paga Telecom a cui avrebbe commissionato il lavoro di accertamento, ora indagato pure lui) nel dossier chiamato “Baffino”, ora nelle mani della Procura di Milano…”.

    Il “distinguo” di Tavaroli è sopraffino: egli riferisce un fatto di portata esplosiva ma di cui – almeno per ora - non si attribuisce la paternità della conoscenza ed inoltre fa riferimento ad un dossier che potrà pure esserci ma che nessuno – se non Cipriani – potrà dire che è vero. Il “messaggio” è bello che confezionato: innanzitutto per Cipriani, di cui cerca la complicità all’occorrenza (e solo Cipriani “sa” fino a che punto potrà smentirlo dato i mille rivoli di rapporti ed affari che sono intercorsi fra loro); ma anche per tutti gli altri che hanno avuto a che fare con la “centrale di informazione e controinformazione” che Tavaroli aveva architettato e messo in piedi (sembra di sentirlo: “vedete, se posso permettermi di fare addirittura il nome di una persona al di sopra di ogni sospetto come Fassino, immaginate cosa posso dire di ognuno di voi altri che invece con me avete avuto a che fare tutti i giorni).
    La partita è appena cominciata e noi – da questo sito - vi terremo costantemente informati. Per ora non ci resta che prendere atto che Piero Fassino è soltanto un’esca dentro una palude di pescecani.



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