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  • 05/08/2006 Il Doha Round gira su se stesso (Riccardo Faini, www.lavoce.info)

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    Lo sviluppo straordinario dell’economia mondiale negli ultimi 50 anni è stato in larga misura sostenuto dalla crescita degli scambi internazionali di beni e servizi. Lo sradicamento della povertà in Cina, il miracolo economico in Italia e in Spagna, l’industrializzazione delle tigri asiatiche, il balzo dell’economia dell’India non si sarebbero verificati se questi paesi non avessero potuto contare sulla rapida crescita delle proprie esportazioni.
    A sua volta, l’aumento del commercio internazionale deve molto alla riduzione delle barriere agli scambi sponsorizzata prima dal GATT e, a partire dal 1994, dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Anche la crescita degli investimenti diretti all’estero, che ha contribuito non poco a stimolare l’economia mondiale, è in buona parte attribuibile alla riduzione dei costi del commercio.

    Il fallimento

    Date queste premesse, si potrebbe pensare che i governi di tutto il mondo, dalle democrazie del G7 ai paesi emergenti, si sarebbero strenuamente impegnati per garantire il pieno successo della nuova tornata di negoziati commerciali. Così non è stato. La complessità stessa dei temi trattati, l’incapacità dei governi di far fronte alle lobbies settoriali che si opponevano a nuove concessioni, l’indebolimento dei gruppi di pressione a favore della liberalizzazione (come ben rilevava Giorgio Barba Navaretti in un suo intervento sulle colonne del Sole 24 Ore qualche giorno fa) sono tutti fattori che hanno reso assai più difficile il negoziato del Doha Round e avrebbero richiesto un impegno ben maggiore da parte dei governi per garantirne il successo. E’ accaduto invece il contrario. I negoziati si sono trascinati stancamente nel colpevole disinteresse dei capi di governo, alimentato forse dalla convinzione che, come era sempre successo nel passato, si sarebbe raggiunto un accordo all’ultima ora. Così non è stato. E oggi i governi si ritrovano a dovere raccogliere i cocci di un negoziato frantumato da troppi egoismi e troppa miopia, che molto probabilmente neppure la meritevole ma tardiva iniziativa di Bush e Blair riuscirà a ricomporre.

    I rischi

    I pericoli per il sistema multilaterale degli scambi sono numerosi. I negoziati commerciali sono stati giustamente paragonati a una bicicletta. Una volta in sella è necessario continuare a correre. E’ vero, ci si potrebbe fermare, come alcuni sostengono, ponendo un piede a terra e facendo tesoro dei risultati già acquisiti. Ma non è possibile o, perlomeno, è molto pericoloso farlo. Il problema non è solo, come osservano giustamente Fabrizio Onida e Renato Ruggiero sul Sole 24 Ore, la diffusione a macchia degli accordi regionali che minerebbero il principio ispiratore dell’OMC, il multilateralismo. Vi è un altro rischio, altrettanto grave: l’aumento delle controversie e l’indebolimento del sistema di risoluzione delle dispute commerciali. Grazie a quest’ultimo meccanismo, le controversie commerciali trovano oggi una soluzione, efficace nei tempi e condivisa nelle procedure, in grado di frenare una crescita incontrollata di ritorsioni e contro ritorsioni. Ogni anno però insorgono in campo commerciale nuovi problemi, che si cumulano a quelli irrisolti; si creano nuovi contenziosi su materie non sempre previste dagli accordi esistenti. I negoziati commerciali servono per evitare che questi problemi, vecchi o nuovi che siano, causino un aumento delle controversie fra paesi che rallenterebbe, e non di poco, la crescita degli scambi e finirebbe per ingolfare proprio il sistema di risoluzione delle dispute commerciali.

    Le opportunità mancate

    Per l’Italia, il costo di un fallimento del Doha Round ricadrebbe soprattutto sul settore industriale. Si spegnerebbero anzitutto le speranze di riforma del bilancio comunitario. Una riduzione più decisa del peso del settore agricolo nel bilancio europeo, come proposto a suo tempo dal Rapporto Sapir, avrebbe aperto spazi rilevanti per politiche di sostegno all’industria in attività cruciali quali la ricerca e lo sviluppo e la formazione. Soprattutto, la mancata apertura dei mercati dei paesi emergenti danneggerà le nostre esportazioni che saranno meno in grado, in assenza di una liberalizzazione degli scambi, di trarre vantaggio dalla domanda crescente in quei paesi sia per beni di investimento sia per beni di qualità nei cosiddetti settori tradizionali, tessile, abbigliamento, calzaturiero, mobilifici.
    Un rilancio della competitività del settore industriale passa quindi anche attraverso un’azione più decisa a favore del processo di liberalizzazione degli scambi internazionali.


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