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  • 01/09/2006 Somalia, aspettando l' Accordo (Mazzetta, http://www.altrenotizie.org)

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    La situazione in Somalia evolve in maniera caotica, ma ancora accettabilmente politica, con un ricorso relativo alle armi. L'autorità delle Corti si è estesa alla maggior parte del paese, con le significative eccezioni di Baidoa, sede del Governo di Transizione e del Puntland, la regione ormai autonoma del presidente Yusuf. Nell'ultimo mese il governo è rimasto a Baidoa, prima vittima di un'ondata di dimissioni di massa, poi ha cercato di mantenere in zona una presenza militare straniera in grado di impedire alle Corti di estendere il loro controllo alla città. Dopo che l'invasione etiope aveva sollevato numerose proteste delle diplomazie africane e l'ira della stragrande maggioranza dei somali e dopo un disastroso alluvione che ha devastato il paese, il governo di Adis Abeba ha desistito. Il lavorio diplomatico degli USA è riuscito a spedire gli ugandesi a difendere un governo svuotato e privo di qualsiasi autorità oltre a quella personale dei rimasti in carica.

    L'Uganda è da tempo nell'orbita statunitense, tanto che la coppia presidenzial-dittatoriale si è fatta born again christian, come Bush, e ha scelto di buttare a mare le campagne di prevenzione dell'AIDS che avevano portato il paese al primo posto nel successo al combattere il contagio nel continente. Occasione ulteriore per sposare la promozione dell'astinenza in luogo dei peccaminosi preservativi, oggetti tra l'altro di una campagna dei media che hanno spiegato agli ugandesi che i preservativi si rompono spesso…

    Mentre la comunità internazionale subiva l'attivismo di Washington, i rappresentanti delle Corti hanno esteso il loro controllo sul paese, tanto che ora sono ormai prossimi al problema posto proprio dall'esistenza del Puntland del presidente Yusuf, che ovviamente di cedere l'amministrazione del suo regno non ci pensa nemmeno. L'unico appoggio militar-logistico evidente sul quale sembrano poter contare le Corti é quello dell'Eritrea, che però canalizza anche interessi extra-africani. Gli elementi di equilibrio, cioè soggetti realmente interessati alla stabilizzazione della Somalia (per i motivi più vari) sembrano essere i vicini Kenya (pur pesantemente influenzato dagli USA) e Sudan, rispettivamente prima levatrice del Governo Transitorio e attuale ospite dei colloqui per l'accordo inter-somalo.

    Altrettanto attente e collaborative si sono dimostrate anche organizzazioni come l'Unione Africana e l'ONU, fino all'IGAD (l'iniziativa regionale di supporto al recupero della Somalia), ma questo non ha impedito l'avanzare di una proposta potenzialmente esplosiva, quella di inviare un corpo di peacekeeper per assicurare al governo (quello ancora in discussione, prevedibilmente dominato da rappresentanti delle stesse Corti) un maggiore controllo del paese.

    Anche il rappresentante italiano gode di buona fama; pur essendo evidente che l'Italia opera su questo teatro contrastando la diplomazia statunitense con garbo, non è dato sapere se per onere od onore di colonizzatore, o per contingenti interessi economici, si dedicherà a perpetuare la nefasta influenza che ha fatto della Somalia una pattumiera italiana, anche riguardo a personaggi che abbiamo esportato in passato, utili solo a devastare il paese.

    I prossimi colloqui si terranno nei prossimi giorni nella capitale sudanese, sotto l'egida della Lega Araba, ma è chiaro che se le truppe che Kenya, Uganda ed Etiopia hanno promesso arriveranno contro la volontà di chi già controlla gran parte del paese, la situazione non volgerà al meglio. Tanto più che almeno la presenza di truppe etiopi avrebbe dovuto essere evitata per elementare buonsenso.

    A Karthoum gli esponenti delle Corti andranno per costituire un governo che in seguito possa anche richiedere un aiuto internazionale indubbiamente utile in un paese che non ha un governo da quindici anni, ma è evidente che il punto della crisi si sia ora spostato sull'invio di un contingente internazionale sgradito, perché imposto e formato in parte da truppe dell'antagonista storico della Somalia e della stessa Eritrea, che supporta l'unione delle Corti.


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