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  • 28/10/2008 Barack Obama for president (http://altrenotizie.org)

    Ricerca personalizzata

    La redazione del The New York Times

    L'iperbole è la moneta delle campagne presidenziali, ma quest'anno il futuro della nazione è veramente in gioco. Gli otto anni di fallimentare guida del Presidente Bush stanno facendo sprofondare gli Stati Uniti. Bush sta caricando sulle spalle del suo successore due guerre, un'immagine internazionale sfregiata e un governo sistematicamente deprivato della sua capacità di proteggere i propri cittadini, stiano essi scappando dalle inondazioni di un uragano o cercando un'assistenza sanitaria alla propria portata o lottando per tenersi la propria casa, il proprio lavoro, i propri risparmi o la pensione, nel mezzo di una crisi finanziaria che si poteva prevedere e prevenire. Ma anche se i tempi sono difficili, la scelta di un nuovo presidente è facile. Dopo quasi due anni di una campagna brutta e rancorosa, il Senatore dell'Illinois Barack Obama ha dimostrato di essere la scelta giusta per il 44esimo presidente degli Stati Uniti.

    Obama ha affrontato le sfide una dopo l'altra, crescendo come leader e trasformando le sue promesse iniziali di speranza e cambiamento in un vero progetto. Ha mostrato di avere nervi saldi e ferma capacità di giudizio. Crediamo che abbia la volontà e l'abilità di creare quel vasto consenso politico, necessario per trovare le soluzioni ai problemi di questo paese.

    Allo stesso tempo, il Senatore dell'Arizona John McCain si è ritirato sempre più tra i meandri della politica spiccia, basando la sua campagna sulla divisione settaria, sulla guerra di classe e persino su spunti razzisti. La sua visione del mondo e le sue proposte fanno parte del passato. La sua selezione di un vicepresidente così evidentemente inidoneo per la carica è stato l'atto finale di opportunismo e cattivo giudizio, che ha fatto passare in secondo piano i risultati dei suoi 26 anni passati al Congresso.

    Data la natura particolarmente odiosa della campagna di McCain, la spinta a scegliere sulla scia delle forti emozioni è pressante. Ma è più saggio guardare in profondità alle malattie dell'America di oggi e alle cure che i candidati propongono. Le differenze sono profonde. McCain offre ancora quell'ideologia repubblicana dell'ognuno per sé, che giace in rovina di fronte a Wall Street e nei conti correnti degli americani. Obama ha una visione diversa del governo e delle sue responsabilità.

    Nel suo discorso alla Convention Democratica di Denver, Obama disse, “Il governo non può risolvere tutti i nostri problemi, ma dovrebbe fare quello che noi non riusciamo a fare da soli: proteggerci dal pericolo e dare la possibilità ad ogni bambino di studiare; assicurare acqua pulita e giocattoli sicuri; investire in nuove scuole e nuove strade e nuova scienza e tecnologia.” Durante la crisi finanziaria, ha puntato il dito a ragione contro l'abbietto fallimento dei controlli governativi che ha portato i mercati sull'orlo del collasso.

    L'economia

    Il sistema finanziario americano è la vittima della decennale politica repubblicana di deregulation e tagli fiscali. Quelle strategie si sono dimostrate sbagliate ad un prezzo incalcolabile, ma McCain - che si definisce un “soldato della rivoluzione reaganiana” - ci crede ancora. Secondo Obama è necessaria una profonda opera riformatrice per proteggere gli americani e il loro lavoro.

    McCain parla spesso di riforme, ma la sua visione è parziale. La sua risposta a tutte le crisi economiche è tagliare le spese che beneficiano i lobbisti - circa diciotto miliardi su tre trilioni di dollari di bilancio - tagliare le tasse e aspettare che i mercati liberi dai lacci risolvano il problema.

    Per Obama è chiaro che il sistema fiscale nazionale deve essere cambiato, per renderlo più giusto. Questo significa che quegli americani ricchi che si sono avvantaggiati in maniera esagerata dei tagli fiscali di Bush devono pagare un po' di più. I lavoratori, che hanno visto il loro tenore di vita sprofondare e le speranze dei loro figli restringersi, ne trarranno vantaggio. Obama vuole alzare il salario minimo e legarlo all'inflazione, ricreare un clima in cui i lavoratori possono organizzarsi in sindacati ed espandere le opportunità scolastiche.

    McCain, che un tempo condannava i tagli fiscali del Presidente Bush perché irresponsabili, ora vuole renderli permanenti. Mentre parla di tenere le tasse al minimo per tutti, chi godrà maggiormente dei benefici sarà l'un per cento più ricco della popolazione, mentre il paese si troverà ad affrontare un buco di bilancio.

    Sicurezza Nazionale

    Il soldati e le infrastrutture dell'esercito americano sono dislocate su un territorio pericolosamente troppo ampio. Bush ha trascurato la necessaria guerra in Afghanistan, che ora minaccia di precipitare nella sconfitta. La guerra in Iraq, inutile ed estremamente costosa, deve essere chiusa al più presto e in modo responsabile.

    Mentre i leader iracheni insistono in un rapido ridimensionamento delle truppe americane e chiedono di fissare una data per il ritiro, McCain parla ancora di “vittoria”, senza ben specificare cosa intende. Di conseguenza, non offre alcun piano per riportare a casa le nostre truppe e limitare altri danni all'Iraq e ai suoi vicini.

    Obama si è opposto alla guerra in Iraq fin dall'inizio e con argomenti ponderati, e ha proposto un piano militare e diplomatico per il ritiro. Ha anche ricordato che finché il Pentagono non comincerà a ritirare truppe dall'Iraq, non ci saranno abbastanza soldati per sconfiggere i Talebani e Al Qaeda in Afghanistan. McCain, come Bush, si è occupato soltanto superficialmente della pericolosa escalation in Afghanistan e della minaccia che anche il vicino Pakistan sprofondi nel baratro.

    Obama dovrà certamente fare esperienza in politica estera, ma ha già dimostrato di avere le idee più chiare del suo avversario su questi temi cruciali. La sua scelta di Joe Biden come vicepresidente, forte della sua provata conoscenza degli affari internazionali, è un altro segno della sua capacità di giudizio. Il noto interesse di McCain per la politica estera e per i pericoli che il nostro paese sta ora affrontando rende la sua scelta del Governatore dell'Alaska Sarah Palin ancora più irresponsabile.

    Entrambi i candidati dicono di voler rafforzare le alleanze in Europa e in Asia, inclusa la NATO, e appoggiano fortemente Israele. Entrambi i candidati dicono di voler ricostruire l'immagine dell'America nel mondo. Ma ci sembra chiaro che Obama ha più probabilità di farlo — e non solo perché il primo presidente nero mostrerà una nuova faccia americana al resto del mondo.

    Obama vuole riformare le Nazioni Unite, mentre McCain vuole creare una nuova entità, la Lega delle Democrazie, una mossa che inciterà ancor di più la rabbia anti—Americana nel resto del mondo.

    Come Bush, sfortunatamente McCain considera il mondo diviso in due: gli amici (come la Georgia) e gli avversari (come la Russia). Ha proposto di espellere la Russia dal G8 persino prima dell'invasione della Georgia. Non proviamo simpatia per l'arroganza russa, ma allo stesso tempo non proviamo nessuna nostalgia per la guerra fredda. Gli Stati Uniti dovranno trovare un modo per circoscrivere le peggiori pulsioni dei russi, cercando di mantenere l'abilità di lavorare insieme a loro sulla non-proliferazione e altre iniziative vitali.

    Entrambi i candidati sono duri contro il terrorismo, e nessuno dei due ha accantonato l'ipotesi di un'azione militare per fermare il programma nucleare iraniano. Ma Obama ha proposto un serio tentativo di convincere Teheran ad abbandonare le sue ambizioni nucleari attraverso aperture diplomatiche e sanzioni più dure. La propensione di McCain a scherzare sull'attacco all'Iran fa paura.

    La Costituzione e il sistema legale

    Sotto Bush e il vicepresidente Dick Cheney, la Costituzione, la Carta dei Diritti, il sistema giudiziario e la separazione dei poteri sono stati sotto costante attacco. Bush ha scelto di sfruttare la tragedia dell'11 Settembre, il momento in cui sembrava il presidente di una nazione finalmente unita, per cercare di porsi al di sopra della legge.

    Bush si è arrogato il potere di imprigionare uomini senza accuse e ha costretto un Congresso umiliato a dargli l'autorità e l'impunità per spiare gli americani. Ha creato un numero imprecisato di attività clandestine, incluse prigioni segrete, e ha appaltato la tortura ai privati. Il presidente ha firmato centinaia, se non migliaia, di ordini segreti. Temiamo che ci vorranno anni di ricerche legali per scoprire quanti diritti fondamentali sono stati violati.

    Entrambi i candidati hanno rinunciato alla tortura e si sono impegnati a chiudere il campo di prigionia nella Baia di Guantanamo a Cuba. Ma Obama si è spinto oltre, promettendo di trovare e correggere gli attacchi di Bush al sistema democratico. McCain è rimasto in silenzio sull'argomento.

    McCain ampliò i diritti dei detenuti. Ma poi ha aiutato la Casa Bianca ad approvare il Military Commisions Act del 2006, che nega ai detenuti il diritto ad un'audizione in un vero tribunale e mette Washington in conflitto con la Convenzione di Ginevra e aumenta i rischi per le truppe americane.

    Il prossimo presidente avrà la possibilità di nominare uno o più giudici alla Corte Suprema, che sta per essere dominata dalla destra radicale. Obama potrebbe nominare giudici meno liberali di quelli che i suoi simpatizzanti vorrebbero, ma McCain sicuramente sceglierà rigidi ideologi. Ha dichiarato che non nominerà mai giudici che credono nel diritto riproduttivo delle donne.

    I Candidati

    Lo sforzo di riportare la nazione alla situazione precedente all'amministrazione Bush, di iniziare a ricostruire la sua immagine nel mondo e di restaurare la sua autostima e il rispetto per se stessa, questo sforzo rappresenta da solo un'enorme sfida. Per far questo e guardare avanti, servirà una volontà forte, carattere e intelligenza, capacità di giudizio e una mano ferma e salda.

    Obama possiede tutte queste qualità in abbondanza. Guardarlo mentre la campagna presidenziale lo metteva a dura prova ha cancellato le nostre riserve, che durante le primarie democratiche ci avevano spinto ad appoggiare la candidatura del Senatore Hillary Rodham Clinton. Obama ha mobilitato legioni di nuovi elettori con il suo messaggio di speranza e opportunità per tutti e la sua chiamata alla responsabilità sociale e alla condivisione dei sacrifici.

    McCain, che avevamo scelto come migliore candidato repubblicano durante le primarie, ha dilapidato la sua reputazione di saggezza e integrità per placare le pretese dell'estrema destra. La sua giusta denuncia di essere stato eliminato dalle primarie del 2000 grazie ad un'onda razzista che prese di mira la sua figlia adottiva è stata sostituita dall'adesione fedele alle stesse tattiche di vittoria a tutti i costi e alla scelta di quello stesso staff per la campagna elettorale.

    Ha perso la sua statura di pensatore indipendente nella sua rincorsa alle fallite politiche fiscali di Bush e ha abbandonato la sua posizione all'avanguardia sul riscaldamento globale e sulla riforma dell'immigrazione.

    McCain avrebbe potuto mantenere le sue posizioni avanzate sull'energia e sull'ambiente. All'inizio della sua carriera, presentò la prima legge credibile di controllo delle emissioni di gas serra in America. Ora le sue posizioni sono la caricatura di quelle antiche scelte: basti pensare all'inno di Ms. Palin “Drill, baby, drill!” (trivella, bambina, trivella!). Obama ha appoggiato alcune trivellazioni off-shore, ma all'interno di una strategia complessiva di grandi investimenti in nuove tecnologie pulite.

    Obama ha resistito alla più dura campagna mai orchestrata contro un candidato alla presidenza. È stato chiamato anti-americano e accusato di nascondere una segreta fede islamica. I repubblicani lo hanno accostato a terroristi interni e hanno messo in dubbio l'amore per la patria di sua moglie. Sarah Palin si è spinta fino a mettere in dubbio il patriottismo di milioni di americani, chiamando gli stati repubblicani “pro-America.”

    Questa tattica di paura, divisione e calunnie costò l'eliminazione di McCain da parte di Bush nelle primarie repubblicane nel 2000 e la sconfitta del Senatore John Kerry nel 2004. È stato il tema principale della presidenza fallimentare di Bush.

    I problemi della nazione sono semplicemente troppo profondi per essere ridotti alle fastidiose “robo-calls” e agli spot denigratori. Questo paese ha bisogno di una guida sensibile, di una guida compassionevole, di una guida onesta e di una guida forte. Barack Obama ha dimostrato di possedere tutte queste qualità.

    26/10/2008 McCain e il voto cattolico (Michele Paris, http://altrenotizie.org/alt)

    La possibile diversa spartizione del voto cattolico nelle imminenti presidenziali americane rispetto al 2004 è un’altra delle tante eredità negative che l’amministrazione Bush ha lasciato quest’anno al candidato repubblicano alla Casa Bianca John McCain. Anche se tradizionalmente schierati in grande maggioranza a favore dei democratici, gli elettori cattolici americani avevano in realtà contribuito in maniera fondamentale alla vittoria repubblicana quattro anni fa, facendo spostare l’ago della bilancia verso il presidente in carica in una manciata di stati chiave. I cattolici negli Stati Uniti costituiscono circa un quarto dell’intero corpo elettorale, ma la loro presenza si concentra per lo più in alcune aree del paese strategicamente importanti nell’Election Day. In stati come Michigan, Pennsylvania, Missouri e Ohio – stati che complessivamente assegnano 69 voti elettorali e, in particolare gli ultimi due, ancora in bilico tra Obama e McCain – l’elettorato cattolico ammonta infatti a circa un terzo dei votanti. Senza contare poi la popolazione cattolica di origine ispanica estremamente numerosa in altri quattro “swing states” come Colorado, Florida, Nevada e New Mexico.

    All’indomani delle elezioni del 2004, i cattolici democratici e progressisti avevano iniziato a costruire un’organizzazione che ben presto ha raggiunto i livelli di energia mostrati da quelli conservatori. A determinare lo spostamento favorevole a Bush in quell’anno era stato sostanzialmente un manipolo di vescovi che alla vigilia delle presidenziali aveva contribuito a influenzare la maggioranza dei votanti cattolici, concentrando le critiche della chiesa verso il senatore democratico John Kerry praticamente su un unico argomento, l’aborto. In molte parrocchie aveva inoltre iniziato a circolare una sorta di guida al voto (chiamata “Catholic Answers”), nella quale si elencavano le cinque tematiche non negoziabili nella scelta del candidato da appoggiare: ricerca sulle cellule staminali, clonazione, eutanasia, matrimoni omosessuali e aborto.

    Già due anni più tardi erano cominciati a giungere però i primi risultati confortanti per i democratici. La conferenza dei vescovi americani aveva infatti vietato ogni genere di guida da destinare agli elettori delle parrocchie e nell’autunno del 2007 era stata poi rivista la posizione della Chiesa cattolica in merito alla necessaria individuazione di posizioni condivise da parte di un candidato su certi argomenti, con la conseguente libertà concessa agli elettori di votare per un politico favorevole all’aborto se vi erano altri fondati motivi per farlo. L’inversione di rotta forniva ampio spazio agli attivisti democratici per tornare ad estendere la propria influenza nel mondo cattolico statunitense e per presentare i programmi sociali adottati dal partito come una strada efficace per ridurre il ricorso all’aborto.

    L’approccio cattolico ai vari candidati così è cambiato totalmente. Gli elettori hanno iniziato a scorgere un percorso comune con il Partito Democratico sui temi del razzismo, della tortura, dell’immigrazione, dell’assistenza sanitaria, della guerra, nonché recentemente dell’economia e degli effetti della crisi sulle fasce sociali più deboli. Tutto ciò ha determinato un chiaro spostamento dei cattolici, i quali secondo i più recenti sondaggi sembrano premiare Barack Obama molto più di quanto non fecero con Kerry nel 2004. Quattro anni fa il senatore democratico dell’Illinois era riuscito a conquistare il 47% dei voti cattolici, a fronte del 52% del metodista George W. Bush. Le più ottimistiche rilevazioni statistiche attuali assegnano invece fino al 55% dei consensi dei cattolici a Obama contro il 35% di John McCain, mentre le più caute indicano una situazione di sostanziale parità, situazione quest’ultima che sarebbe comunque sufficiente a permettere un’affermazione democratica in alcuni stati in bilico.

    Se da un lato l’annunciata evoluzione del comportamento degli elettori cattolici non fa che conformarsi a quella generale delle altre comunità, frustrate dalla situazione economica e dalle scelte dell’amministrazione Bush, il dibattito all’interno del mondo cattolico americano è indubbiamente caratterizzato in questi ultimi anni anche da un ripensamento intorno alle priorità da assegnare nella definizione del proprio modo di vivere il rapporto con la religione e, di conseguenza, alle scelte politiche che ne derivano.

    Le strada per Obama non si presenta tuttavia completamente in discesa per quanto riguarda l’appello agli elettori cattolici. Nel corso delle primarie democratiche, il voto cattolico era infatti andato in gran parte alla sua rivale Hillary Clinton, specialmente nelle contee e negli stati dove massiccia era la presenza operaia. La condanna esplicita poi di alcuni vescovi cattolici di esponenti democratici di spicco, come quelle dirette nelle ultime settimane alla speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi e allo stesso candidato alla vice-presidenza Joseph Biden, accusati di andare contro la dottrina della Chiesa sul tema dell’aborto, hanno poi alimentato i dubbi dei cattolici più conservatori, già animati da un ritrovato entusiasmo in seguito alla scelta di Sarah Palin come running-mate di McCain.

    La presenza di Biden nel ticket democratico ha d’altro canto influito in maniera positiva nell’allargare il consenso dei cattolici per il senatore dell’Illinois, specialmente tra la working-class della nativa Pennsylvania. Un compito quest’ultimo affidato anche al lavoro delle organizzazioni sindacali, facilitate dalla recessione economica incombente nell’evidenziare la vicinanza di molte istanze della dottrina cattolica alle posizioni più liberal del Partito Democratico. Tra i cattolici bianchi delle cittadine operaie del Midwest e tra gli ispanici del sud-ovest un altro fattore da misurare per il possibile successo di Obama sarà però anche quello razziale.

    La storica elezione del primo presidente di colore negli Stati Uniti potrebbe così dipendere in definitiva dalle scelte che opereranno in novembre alcune minoranze di elettori, magari in alcuni singoli stati, come appunto i cattolici in Ohio o in Pennsylvania – ma anche gli ispanici in Florida o in New Mexico, gli ebrei sempre in Florida, gli indipendenti in New Hampshire o in Missouri, i repubblicani delusi in Virginia o in North Carolina – e da quanto e in che modo influirà su di loro quella combinazione di fattori che ha dominato la campagna elettorale per la Casa Bianca fin dall’inizio: crisi economica, guerra in Iraq, sicurezza nazionale, amministrazione Bush, questione razziale.

    25/10/2008 Il popolo di Obama (Luca Mazzucato, http://altrenotizie.org/alt)

    NEW YORK. Jerry e Martha insegnano spagnolo in un college di Long Island, la lunghissima isola alle porte di New York. Sono le nove di sera alla sede locale del partito democratico, persino dopo un pomeriggio di campagna elettorale Jerry ha ancora l'entusiasmo del ragazzino: “Queste elezioni sono diverse, sta finalmente nascendo un nuovo movimento. Questa è la campagna più importante da una generazione a questa parte”. Jerry ha partecipato attivamente a tutte le elezioni dagli anni sessanta, ma non ha mai visto tanta mobilitazione popolare. Sua moglie Martha, in pensione da pochi mesi, è appena tornata da una settimana di febbrile campagna in Pennsylvania, uno dei famigerati “swing states”. “Ci siamo già stati un mese fa insieme - mi spiega Jerry - abbiamo fatto il giro delle comunità dei latinos, passando porta a porta per registrarli a votare, ma per lei è una missione”.

    Molti tra i latinos non parlano inglese, ecco perché i due attivisti sono una risorsa preziosa. “Quando bussiamo alla porta, la famiglia dentro casa pensa, cosa ci fanno due gringos sul nostro vialetto? Ma noi gli parliamo in spagnolo e loro socchiudono la porta... Così riusciamo ad avere la loro fiducia.” Jerry racconta che, dopo poche ore all'interno di una piccola comunità messicana, diventano la mascotte del quartiere e tutti vogliono parlare con loro. In questo modo riescono a raggiungere e coinvolgere nella campagna centinaia di persone, che altrimenti resterebbero escluse dal gioco elettorale. L'ultima settimana, Martha ha visitato una zona sperduta della Pennsylvania settentrionale. Un'insegnante del liceo locale ha aperto le porte di casa sua ad una dozzina di attivisti provenienti da tutto il paese, che l'hanno usata come campo base per registrare elettori nelle zone rurali.

    Storie come questa sono all'ordine del giorno tra i volontari della campagna “Barack Obama for President”. In una recente intervista, Michelle Obama ha spiegato che una vastissima partecipazione popolare è necessaria per intraprendere una vera strada di cambiamento: “Non basta vincere le elezioni, serve una larga vittoria per rifondare la democrazia in questo paese.” Anche se la campagna sta per sfondare la cifra record del mezzo miliardo di dollari (McCain è fermo a quota 230 milioni), la maggior parte dei fondi sono spesi negli spot pubblicitari, che inondano a tappeto le tv via cavo, battendo il rivale in un rapporto di quattro a uno. Il lavoro sul campo è svolto invece da un esercito di volontari, che percorre la nazione in lungo e in largo per registrare più elettori possibili.

    Il particolare sistema elettorale americano fa in modo che tutti gli sforzi elettorali dei candidati si concentrino su quella manciata di “swing states”, le cui sorti decreteranno il vincitore: i soliti Ohio, Florida e Pennsylvania, ma per la prima volta anche Missouri, Virginia e Colorado (per la prima volta in ballo, dopo decenni di egemonia repubblicana). Nello stato di New York i democratici sono ampiamente in vantaggio, come di tradizione nella East Coast, e i segni della campagna sono pochi: tutti gli sforzi locali sono rivolti altrove.

    All'interno della sede di Long Island, gli attivisti democratici, una ventina in tutto, passano i pomeriggi al telefono. La battaglia per la presidenza attraversa il paese trasversalmente lungo le linee telefoniche. Gli attivisti tengono in mano pacchi di fogli stampati con gli elenchi degli elettori della Pennsylvania, registrati come indipendenti; e i loro telefoni di casa. Li chiamano uno per uno: per convincerli a sostenere Obama, in caso siano indecisi; per ricordargli di recarsi alle urne, in caso supportino già il candidato; per augurare la buonanotte, se risponde un repubblicano. Ogni tanto qualcuno racconta ad alta voce la sua ultima conversazione e le storie buffe non mancano.

    Un ragazzino brufoloso di sedicini anni è sconvolto dalla signora al telefono, che continua a ripetere “non lo voterò mai, è un terrorista!” In un altro caso, al telefono risponde la domestica messicana, entusiasta sostenitrice di Obama. “Mi può passare la signora, per favore?” chiede il ragazzo. “Certo,” risponde la domestica con un sospiro, “ma guardi che quella vota McCain.”. Un uomo d'affari sui trentacinque anni, in completo elegante con gemelli d'oro ai polsi, è alla sua prima esperienza, mentre un vecchio militante un po' sgangherato gli spiega come condurre la conversazione. In pochi minuti, tutti stanno ad ascoltarlo mentre riesce a convincere un paio di indecisi col trucco del “ero repubblicano, sa, ma McCain mi ha costretto a cambiare idea!” Due professori della locale università passano quasi tutti i pomeriggi al telefono. Vladimir, professore di fisica teorica dalle origini russe, ha un accento fortissimo, tanto da far dubitare dell'utilità delle sue telefonate. Racconta che una volta una signora spaventata all'altro capo del filo gli ha urlato: “Ora sono sicura che Obama odia l'America: i suoi amici lavorano per Putin!”

    Tra una telefonata e l'altra, fa il suo ingresso un'elegante signora di mezza età in tayeur, dall'aria esausta. Ha passato le ultime ore alla locale sinagoga, cercando di spiegare alla comunità ebraica le virtù del piano di assistenza sanitaria universale di Obama. Ma la discussione si è presto trasformata in un interrogatorio da parte del rabbino e di tutti i fedeli, preoccupati dalle email e dagli spot televisivi repubblicani, nei quali si insinua che Obama sia in realtà musulmano. La rivelazione suscita un coro di grasse risate, mentre qualcuno commenta scherzoso: “Peggio che musulmano, è socialista!”

    La campagna di Obama ha completamente cambiato il modo di fare politica. Quattro anni fa, il leader della Convention Democratica, Howard Dean, aveva proposto di trasferire sulla rete la maggior parte delle attività, ma è solo grazie Obama che l'uso massiccio di Internet è stato dispiegato in tutto il suo potenziale. Lo staff democratico ha creato il sito Votebuilder, che contiene un elenco nazionale degli elettori registrati come indipendenti e funziona come “banca del telefono”. Ogni attivista democratico può connettersi al sito da casa e partecipare alla campagna per convincere gli indecisi, accedendo all'elenco degli elettori registrati come indipendenti negli “swing states” e chiamandoli uno per uno. La sede centrale della campagna gestisce i contatti e assicura la copertura totale dei distretti elettorali più a rischio. I democratici riescono così a raggiungere di persona persino le aree più isolate dell'entroterra, altrimenti del tutto irraggiungibili, e creare un contatto umano con i potenziali elettori. Una tattica diametralmente opposta a quella dei repubblicani che, evidentemente a corto di attivisti, fanno largo uso delle “robo-calls”, messaggi telefonici preregistrati, che negli ultimi giorni sono stati stigmatizzati dalla stampa a causa del loro contenuto diffamatorio.

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