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  • 29/11/2008 La scelta di Obama: moderati per una politica radicale (Michele Paris, http://altrenotizie.org)

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    La composizione della squadra del presidente eletto Barack Obama che dovrà farsi carico della crisi economica e finanziaria in corso sta sollevando più di un mugugno tra i suoi sostenitori più liberal. Ad occupare i posti chiave della prossima amministrazione in ambito economico saranno infatti economisti e burocrati che in un passato più o meno recente hanno mostrato un’ampia predisposizione per politiche di controllo della spesa pubblica combinate ad una buona dose di fiducia nel libero mercato. Un punto di partenza tutt’altro che incoraggiante dunque, soprattutto in un frangente nel quale - a detta dello stesso Obama - ciò che sembra necessario è esattamente l’opposto: una regolamentazione più rigida dei mercati finanziari e un espansione del deficit per stimolare l’economia e dare ossigeno ai redditi più bassi.

    Il nuovo Segretario al Tesoro sarà il 47enne coetaneo di Obama Timothy Geithner, attuale presidente della Federal Reserve di New York, dalla cui guida ha potuto seguire molto da vicino, ed operare talvolta in prima persona, le vicende delle ultime settimane legate ai salvataggi - e all’affondamento, nel caso di Lehman Brothers - da parte del governo federale di alcuni giganti finanziari di Wall Street. L’altro principale candidato alla carica occupata in questo momento da Henry Paulson - Larry Summers, ex Segretario al Tesoro Bill Clinton negli ultimi anni della sua amministrazione – ha ottenuto invece la guida del Consiglio Nazionale per l’Economia, agenzia governativa creata dallo stesso ex presidente democratico con lo scopo di coordinare la politica economica dell’inquilino della Casa Bianca e di implementarne l’agenda economica nel paese.

    Geithner e Summers sono entrambi discepoli di un altro ex Segretario al Tesoro dell’era Clinton, Robert Rubin, da molti considerato proprio uno dei principali responsabili dell’attuale caos finanziario. Quest’ultimo, in concerto con il precedente chairman della Fed Alan Greenspan, quasi un decennio fa si oppose fermamente alla regolamentazione suggerita dalla “Commodity Futures Trading Commission” (CFTC) del mercato dei derivati, i complicati strumenti finanziari la cui proliferazione indiscriminata ha condotto negli ultimi due mesi al fallimento, tra le altre, di banche di investimento del calibro di Bear Sterns, Merryl Lynch, Washington Mutual e recentemente di Citigroup, tutte sottratte alla bancarotta dall’intervento governativo.

    La visione dell’economia di Rubin, top manager di Goldman Sachs e proprio di Citigroup – compagnia dalla quale ha incassato qualcosa come 17 milioni di dollari nel solo 2007 - fondata sui principi del libero mercato, contenimento del deficit, carico fiscale al minimo e deregulation (“Rubinomics”) ha addirittura finito per rappresentare l’intera politica clintoniana in ambito economico. A fianco delle due figure più importanti nella gestione della sua agenda economica, Obama ha piazzato poi alla direzione della squadra di consiglieri del presidente (“Council of Economic Advisers”) Christina Romer, docente presso l’Università di Berkeley ed esperta in politica monetaria, celebre per le sue ricerche sul periodo della Grande Depressione e di orientamento decisamente moderato.

    È singolare come il presidente eletto abbia selezionato figure, peraltro indiscutibilmente autorevoli, attestate su posizioni centriste per l’attuazione di un programma economico che dovrà necessariamente prevedere un deciso intervento governativo per resuscitare un’economia americana allo sbando. Il pacchetto di misure anti-crisi prospettato dalla nuova amministrazione finirà per oscillare tra i 700 e i 1000 miliardi di dollari e comprenderà - a detta di Obama - nuovi capitoli di spesa destinati a rimodernare le infrastrutture americane e possibilmente a gettare le basi di un nuovo sistema economico fondato sullo sfruttamento di energie alternative. Nell’arco di un paio d’anni, l’obiettivo è quello di creare 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro, un obiettivo estremamente ambizioso che determinerà un ulteriore ed enorme espansione del deficit federale, già gonfiatosi a dismisura negli ultimi otto anni di amministrazione Bush.

    La rapida evoluzione della situazione economica globale nel corso del 2008 ha d’altra parte sconvolto radicalmente le certezze anche degli economisti maggiormente “market-oriented”. L’impulso alla globalizzazione, alla deregolamentazione dei mercati e al rigore fiscale sembrano infatti essersi dissolti di fronte ad una società in grave affanno e alla ricerca disperata di una copertura sanitaria abbordabile, di una rappresentanza sindacale più forte, di efficaci ammortizzatori sociali e posti di lavoro sicuri, tutti argomenti fortemente sostenuti da Obama nel corso della campagna elettorale e che il neopresidente dovrà imporre ad un team di persone che quasi sempre in passato ha agito e pensato in maniera diametralmente opposta.

    Sull’onda dei cambiamenti portati dalla crisi economica, Larry Summers in particolare ha lasciato tuttavia intendere un ripensamento delle sue posizioni rispetto al passato, ad esempio sostenendo il cosiddetto pacchetto di stimolo all’economia firmato dal presidente Bush ad inizio anno e dichiarandosi favorevole ad un secondo e più incisivo intervento governativo da attuarsi il prima possibile. È proprio su questo cambiamento di attitudini che Barack Obama spera di fare affidamento per sfruttare il momento di difficoltà per attuare un imponente piano di riforma sociale ed economica negli Stati Uniti.

    Lo spostamento al centro, per non dire a destra, del baricentro della sua amministrazione - peraltro accentuato dalla probabile nomina di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato e la conferma di Robert M. Gates alla Difesa - rientra verosimilmente nell’approccio pragmatico che Obama intende, ed ha sempre inteso, assegnare al suo stile di governo. Una condotta bipartisan che durante la campagna elettorale si era manifestata nei ripetuti appelli all’unità e nell’invito al superamento delle divisioni di parte che hanno caratterizzato la politica di Washington degli ultimi decenni.

    Con buona pace della sinistra del proprio partito e della fetta più progressista dei suoi elettori, il primo presidente afroamericano della storia americana è sempre stato faticosamente inquadrabile in rigidi schemi ideologici, nonostante nelle settimane precedenti il voto di novembre da parte repubblicana erano piovute su di lui accuse di voler impiantare il socialismo in America solo per il fatto di aver definito il prelievo fiscale un sistema per diffondere la ricchezza nel paese.

    Che Geithner, Summers e la Romer abbiano fatto tesoro o meno della lezione sarà tutto da vedere. Quel che è certo è che gli interventi pubblici sui quali i membri della nuova amministrazione sembrano concordare - almeno a livello ufficiale - molto difficilmente riusciranno a vedere la luce in tempi brevi. Nonostante la promessa fatta pubblicamente da Obama di iniziare da subito a lavorare per invertire la rotta dell’economia, la lunga transizione verso il passaggio di poteri del 20 gennaio rischia di far precipitare ulteriormente una situazione già drammatica. Il presidente uscente, infatti, ha già fatto sapere di non essere disposto a firmare nuovi provvedimenti strutturali né, ad esempio, alcun piano di intervento per salvare le grandi case automobilistiche di Detroit in crisi. Allo stesso modo, appare svanita anche l’ipotesi che un Congresso al termine del proprio mandato (“lame-duck session”) possa legiferare in maniera efficace per prevenire un ulteriore peggioramento nelle settimane a venire.

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