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  • 03/01/2009 Russia 2008, un anno con due presidenti (Carlo Benedetti, http://altrenotizie.org)

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    E’ ormai chiaro che con l’arrivo del 2009 uno dei due, prima o poi, dovrà mollare. Perché lo spazio “russo” postsovietico - che è ancora in preda alle convulsioni della troppo rapida e imprevista disgregazione dell’Urss - non può permettersi il lusso di avere al vertice due capi che si guardano a distanza copiando, di volta in volta, azioni e decisioni. La situazione è al limite della tollerabilità istituzionale, con situazioni a volte paradossali e ridicole che rivelano, tra l’altro, lotte concorrenziali tra le nomenklature che si sono formate al seguito dei due “capi”. Da un lato, infatti, c’è il “vecchio” Presidente Vladimir Putin (classe 1952) che ha dovuto mollare il Cremlino (dove si era insediato nel marzo 2000) per puri motivi di ordine costituzionale, ma mettendosi poi al sicuro sulla poltrona di primo ministro. Dall’altro c’è il suo successore, il neo presidente Dmitrij Medvedev (classe 1965), il giurista che si è fatto le ossa nelle strutture economiche del “Gasprom”.

    Due, quindi, i “capi” carichi di ambizioni. Ed è un fatto senza precedenti che si verifica al vertice del Cremlino. E così tutta la gestione geopolitica e geoeconomica del Paese diviene un fatto di “concorrenza”. Con un potere centrale che, in questo contesto, teme sempre che si possa creare una triade franco-tedesca-britannica capace di pilotare l’Europa. E tutto si verifica nel momento in cui Mosca sta riscoprendo l’autocrazia. Con un fatto estremamente singolare. E cioè che le iniziative di politica estera prendono sempre le mosse dal Cremlino. Tanto che negli ultimi tempi il compito del ministero degli Esteri si è ridotto allo svolgimento di incarichi assegnati dall’amministrazione presidenziale per seguire, di conseguenza, con la necessaria strumentazione tecnica e documentaria, il processo dei negoziati e delle relazioni interstatali.

    Ed è chiaro che un Cremlino di questo tipo - autocratico - si trova obbligato ad avere un nemico per consolidare il consenso interno. Di conseguenza - lo si è visto in questo 2008 - la stampa russa “indipendente” non ha fatto altro che ripetere che l’Occidente è il nemico della Russia. Tanto che si può anche arrivare a sostenere che Mosca ha visto nelle proposte di includere Ucraina e Georgia nella Nato un complotto occidentale antirusso. E il Cremlino si è trovato ad incassare, in merito, i diktat di Parigi e di Berlino senza poter reagire perché ormai coinvolto nel processo generale di globalizzazione democratica. Una situazione, questa, che vede però la Russia, nel suo interno, colpita proprio da quella liberalizzazione (provocata dal carattere "rivoluzionario" e "radicale" della perestrojka) che favorisce, di fatto, l'esplodere delle questioni nazionali al suo interno evidenziando una situazione economica destinata a rimanere negli anni estremamente critica.

    Ora cade sulla testa dei russi la mannaia di una crisi accompagnata da licenziamenti e mancato saldo dei salari. Tutto rischia di far scendere la popolazione in piazza ed erode la leadership di Putin-Medvedev. E il Cremlino non riesce più a fornire spiegazioni credibili: si prevede già un deficit che imporrà a Mosca di richiedere prestiti all'estero. "Se si renderanno necessari, noi vi faremo ricorso, ma ovviamente, la questione non riguarda il Fondo Monetario Internazionale o altre organizzazioni: a loro sicuramente non ricorreremo" dice però Arkady Dvorkovich, consigliere presidenziale all'Economia, precisando che lo stesso sistema finanziario mondiale versa in cattive condizioni. Risposta indiretta al capo della Banca mondiale in Russia: per quest'ultimo se i prezzi del petrolio rimangono a 30 dollari al barile entro due anni, la Russia dovrà nuovamente chiedere un prestito da FMI e BM.

    Il Cremlino, comunque, cerca ancora di ostentare forza economica, ma a parlare sono i numeri dopo un anno concluso al peggio: la Borsa di Mosca è la più colpita dalla crisi dei mercati nel 2008, con un disastroso -76%. Mentre la situazione sociale si fa critica e scatta l'allarme rivolte popolari. Il ministero dell'Interno è già in stato d’allerta e teme una crescente ondata di proteste provocate dalle misure impopolari "connesse alla crisi" e "dalla frustrazione della popolazione attiva per il mancato pagamento degli stipendi o per la minaccia di licenziamenti".

    I primi accenni di rivolte, intanto, si registrano a Mosca e a Vladivostok: nel lontano Oriente 100 delle 500 persone scese in piazza sono state fermate dalle forze speciali Omon nel corso di una protesta contro il rincaro del 200% delle tariffe sulle automobili importate, secondo le misure protezionistiche avviate dal governo. Anche Mosca domenica era presidiata dalla 'milizia' in più punti del centro, per prevenire l'allargarsi delle manifestazioni: circa 50 persone sono scese in piazza, incuranti del gelo: la colonnina di mercurio segnava meno 9 gradi centigradi. Piccoli numeri, ma allarmanti in un Paese che da tempo si è disabituato alla piazza.

    Il tutto mentre lo spettro della recessione ha già prodotto almeno 400mila disoccupati in più a novembre, secondo i dati ufficiali. Il numero dei senza lavoro è salito dello 0,5% in un solo mese, dai 4,62 milioni di ottobre. E il malcontento potrebbe trasformarsi in rivolte più serie di quanto visto sinora. Non a caso il premier Vladimir Putin ha ammesso il problema e rivolgendosi al mondo del "business" ha consigliato di "licenziare soltanto come extrema ratio". Ma per un'economia che cresceva al ritmo del 7% l'anno, nell'ultimo quadriennio, l'attuale contrazione ha provocato un brusco risveglio. E le stime portano al 10% nel prossimo anno la fascia dei disoccupati. Un brutto Capodanno, quindi, per l’intera Russia che conclude un altrettanto brutto 2008.

    C’è poi, nell’agenda dell’anno passato, un altro e grosso problema. E’ quello dell’atteggiamento nei confronti della transizione americana. Quel passaggio da George W.Bush a Barack Obama che ha ovviamente coinvolto il Cremlino in una scelta di campo. Proprio perché il cambio di vertice alla Casa Bianca ha provocato ripercussioni sugli assetti politici ed economici anche a Mosca. Con l’astro nascente degli Usa che a 47 anni ha impersonificato per l’establishment russo non solo una “nuova generazione”, ma soprattutto il cambiamento. Tanto da far ricordare ai media locali quelle aspirazioni evangeliche di un Martin Luther King o le profezie civili di un John Fitzgerald Kennedy.

    Ora, quindi, c’è un’America diversa con la quale il Cremlino si vedrà obbligata a fare i conti. E in tal senso bisogna dare atto a Putin (che di fatto controlla i media) di aver mantenuto in tutta la campagna elettorale americana un atteggiamento pragmatico. Perché senza mai parlare di cambiamenti epocali o mutazioni strategiche il leader russo ha sempre guardato ad Obama considerandolo un partner con il quale dividere il futuro. E, infine, sulla base di quanto osservato, letto e rilevato a Mosca vediamo quale è stato l’atteggiamento della popolazione russa nei confronti del 2008 che ci lasciamo alle spalle.

    In questo campo non sono stati di grande utilità i sondaggi sociologici relativi a quello che è definito come “l’atteggiamento della popolazione”. Perché la gente - tale è la realtà - risponde alle domande relative al mercato, alla proprietà privata e al livello di vita solo per il fatto che a porle sono i sociologi e non perché tali domande siano il frutto delle proprie ed esclusive meditazioni-interrogazioni. C’è stata, infatti, un’opinione pubblica locale che nel 2008 si è interessata soprattutto della collocazione della Russia nel sistema dei rapporti internazionali. Con i cittadini che sempre più spesso si sono chiesti, smarriti e talvolta disperati: quali sono le frontiere del paese? Chi è un alleato e chi un nemico sulla scena internazionale e nel vicino estero? E quale è il vicino estero? Dove si può andare senza visto e con i rubli e dove occorrono il visto e la valuta locale? E ancora: le frontiere della Comunità di Stati indipendenti coincidono con la zona del rublo?

    Tutta questa mole di domande scaturisce dal fatto che il processo di disgregazione dell’impero e della formazione di nuovi confini territoriali della Russia non si è ancora concluso. Pensiamo alla Cecenia e al Daghestan… E questo ancora una volta vuol dire che in quel dicembre 1991 quando fu ammainata la bandiera dell’Urss ed ebbe fine tragicamente la sua storia, non ci furono proteste e manifestazioni. E questa è la dura realtà alla quale ci si deve ancora abituare. Il trauma della perdita dell’identità geopolitica emerse più tardi. Con un’accentuazione particolare. E cioè che tutto quel “crollo” è ancora vissuto nella coscienza di massa più acutamente del crollo dell’ideologia marxista-leninista e del regime sovietico.

    Si ripresentano così all’appuntamento del 2009 le cinque posizioni tradizionali della Russia postsovietica. Quelle che si riferiscono agli atteggiamenti “neoimperialisti” cavalcati da Putin e da Girinovskij; alle convinzioni panslaviste che uniscono nazionalisti e comunisti, da Ziuganov a Semanov; dalle tesi eurasiatiche di Dugin, alle teorie isolazioniste della Chiesa ortodossa e alle posizioni regionaliste portate avanti dai governatori della Siberia.

    Si può dire, per concludere l’esame del 2008 russo, che a Mosca è sempre di moda quel Clausewitz che considerava la politica una "prosecuzione della guerra con altri mezzi". E i mezzi della Russia di Putin-Medvedev, per ora, sono comuni e sono quelli di una realpolitik geopolitica chiamata a tener conto del fatto che oggi c’è un mondo più complesso e multipolare di quello caratterizzato dal vecchio e semplice confronto Est-Ovest. In pratica la logica della contrapposizione Mosca-Washington non funziona più o, perlomeno, non funziona sempre. Bisognerà, quindi, vedere - di conseguenza - sino a che punto il duo che è al potere non si dissolverà e la Russia tornerà ad avere un solo capo. Putin, ad esempio.

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