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  • 05/01/2009 Un rumoroso silenzio su Kim Jong Il (Giuseppe Zaccagni, http://altrenotizie.org)

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    Il governo della Corea del Sud si rifiuta di avanzare commenti ed ipotesi. Da Pechino e da Mosca arrivano solo timide voci e tutte riferite a fonti occidentali. Solo la Cia mette in moto la sua macchina spionistica e, dal cosmo, controlla ogni mossa per poi vendere ai media di tutto il mondo notizie, illazioni, versioni interessate. Su chi? Su Kim Jong Il, capo assoluto di una Corea del Nord silenziosa e blindata. Il personaggio è misterioso e fa del tutto per restare tale. Ed ora si parla, con insistenza, di una sua grave malattia e dell’eventuale fase di transizione che porterebbe ad una cambio della guardia al vertice del suo paese. Comunque sia una serie di notizie filtrano segnate anche da informazioni di ordine biografico.

    Si sa così che è nato il 16 febbraio del 1941 in Unione Sovietica e precisamente nella città di Chabarovsk che si affaccia sul Pacifico. La sua famiglia - coreana - aveva trovato rifugio, in quel periodo, in una base militare dell’Armata rossa. Qui suo padre Kim Il Sung preparava, con la collaborazione degli specialisti di Mosca, i battaglioni di coreani e di cinesi che dovevano poi entrare in azione in Corea contro l’esercito del Sud e contro gli americani.

    Le cronache ricordano poi che Kim Il Sung portò alla vittoria i suoi uomini e che il giovane figlio fu portato in Corea del Nord nel settembre 1945, quando la seconda guerra mondiale era finita. Visse a Pyongyang in una villa appartenuta ad un ufficiale dell'esercito giapponese. Poi, quando cominciò la guerra di Liberazione fu mandato in Manciuria per non restare coinvolto nelle azioni di guerra in atto in quel tempo in tutta la penisola. Solo nel 1953 tornò in patria per essere istruito in una scuola del Partito. Quindi - a partire dal 1960 - un periodo di addestramento in una squadriglia dell’aeronautica militare nella Repubblica Democratica Tedesca. Rientrato a Pyongyang si laurea in economia politica. Vive all’ombra del padre - dal 1948 capo assoluto della Corea del Nord e sempre definito “grande leader amato e stimato da tutto il popolo” - e diviene presidente del Comitato di difesa nazionale nonché membro della segreteria del Partito dei Lavoratori. Il padre, Kim Il Sung, muore il 9 luglio 1994 e da quel giorno il “giovane” Kim diviene padrone assoluto del Paese.

    La linea che porta avanti è la stessa del genitore. Ostilità assoluta nei confronti di un mondo occidentale che in Corea assume sempre più le vesti dell’imperialismo terrorista. E cioè un’America che punta a fare dell’intera penisola coreana la sua portaerei, in funzione di gendarme del mondo. Kim si trincera dietro il 38mo parallelo. Dirige e non ha oppositori. Ma ha anche ambizioni “nucleari” e così il suo governo avvia le fasi di preparazione di un’industria atomica locale con l’America che mette il paese nella lista degli stati canaglia.

    Ora la situazione del Paese si fa ancora più complicata in seguito alle tante notizie - tutte ovviamente da controllare - che arrivano alle diplomazie occidentali. L’intelligence Usa, ovviamente, naviga in questo mare di “informazioni e disinformazioni”. Si parla del cattivo stato di salute di Kim e di un presunto ictus che lo avrebbe colpito. Tutto si sviluppa attorno al settembre scorso, quando il quotidiano The Independent scrive che cinque medici cinesi sarebbero accorsi a Pyongyang e la televisione giapponese Tokyo Broadcasting System (TBS) sostiene subito che Kim sarebbe parzialmente paralizzato.

    Seguono poi illazioni di ordine politico. Si comincia a parlare di una transizione che dovrebbe portare al potere un nuovo presidente o, come sembra più probabile, un politburo di reggenti pro-tempore destinati ad impedire lo sfaldamento del sistema. Ed è chiaro, in questo eventuale contesto di crisi, che i maggiori punti interrogativi relativi al futuro riguardano i vertici militari che da sempre vantano un ascendente particolare nei confronti del presidente, che ne è formalmente il capo supremo. Sono i generali ad avere tutto l’interesse a mantenere alto il livello del conflitto, perlomeno verbale, grazie al quale acquisirebbero sempre più peso decisionale. Intanto molti osservatori - tra loro Yoon Young-kwan del South China Morning Post - sostengono che l’esperienza del comando monocratico sia così intimamente connaturata nella cultura politica del paese da rendere impossibile il successo di una governance allargata.

    La politologia mondiale, quindi, s’interroga sempre più cercando di scoprire cosa si nasconde dietro la cortina del 38mo parallelo. Scrive in proposito Andrei Lankov, professore alla Kookmin University di Seul, sulle pagine di Foreign Affaire: “Nepotismo e culto della personalità dominano la scena politica. La mancanza di un libero apparato giudiziale e di organizzazioni sociali indipendenti, come le limitazioni alla libertà di stampa, estendono il dominio del Partito dei Lavoratori all’intera nazione. L’élite governativa nord coreana è convinta che l’unità sia il migliore presupposto per la sua sopravvivenza. Si continua a sostenere il leader senza pensare alla condizione (difficile) in cui versa la maggioranza dei nord coreani”. E mentre voci ed analisi si susseguono il governo sudcoreano rivolge un appello alle autorità della Corea del nord, esortandole a riprendere i colloqui per migliorare le relazioni bilaterali: "La Corea del nord deve accettare la nostra offerta di trattare con noi incondizionatamente" dichiara il portavoce del ministero per la Riunificazione, Kim Ho-Nyoun, nel corso di una conferenza stampa dove la frase più significativa è questa: "Sottolineiamo ancora una volta che intendiamo parlare con la Corea del Nord in qualunque momento, ovunque e a qualunque livello".

    L’appello arriva all'indomani della smentita da parte di Seul di una notizia diffusa dall'agenzia Yonhap secondo cui la Corea del Nord avrebbe comunicato alle autorità della Corea del Sud la disponibilità a rilasciare alcuni prigionieri di guerra sudcoreani e civili sequestrati in cambio di benefici economici. "La nostra posizione, quella di fare quanto possibile per ottenere il rilascio dei nostri prigionieri di guerra resta invariata, ma le notizie diffuse dalla Yonhap non corrispondono al vero" dichiara un portavoce. Secondo l'agenzia di stampa sudcoreana, Pyongyang avrebbe manifestato la propria disponibilità attraverso vari canali con la speranza di far ripartire alcuni progetti economici sospesi dopo l'assunzione da parte di Lee Myung-Bak dell'incarico di presidente sudcoreano all'inizio dell'anno.

    Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole coreano. E, come nota finale di pura cronaca, c’è da rilevare che il governo di Pyongyang - servendosi di una catena di laudatores che ha organizzato (a pagamento, ovviamente) in varie parti del mondo - continua a far sapere di essere disposto ad avviare collaborazioni di ordine commerciale. Ma rendendo note le condizioni per eventuali trattative non manca di far rilevare che nel Nord giornalisti e operatori dei media non sono ammessi nei viaggi di natura economico-commerciale, che le carte di credito (Visa, Amex, Master Card) non possono essere usate nel Paese e che tra gli “articoli” proibiti ci sono: videocamere, radio, comunicatori wireless o satellitari (GPS), telefoni PDA e cellulari. Ma nello stesso tempo c’è un servizio che provvede a rinchiudere in cassette di sicurezza - collocate all’aeroporto - palmari e cellulari. Come dire: benvenuti, ma solo se silenti.

    http://altrenotizie.org
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