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  • 23/01/2009 I problemi economici di Barack (Daniel Gros, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il deficit degli Stati Uniti non consente di andare oltre le somme già stanziate dal piano Tarp e da quelle che la nuova amministrazione pensa di mettere in campo nel biennio 2009-2010? Intanto bisogna dire che la contabilità pubblica Usa è più prudente di quella europea. E in ogni caso non sarebbero sufficienti a rivitalizzare il sistema bancario e finanziario. Sono i problemi che il neo-presidente deve affrontare subito.

     

    Sembra prendere forma in questi giorni un nuovo “Washington consensus”, secondo il quale la capacità di indebitamento dell’amministrazione Usa è limitata. Sostanzialmente, si pensa che un pieno utilizzo di ciò che resta dei fondi del piano Tarp varato dall’amministrazione Bush, circa 650 miliardi di dollari, più un pacchetto di provvedimenti da 850-1.000 miliardi di dollari per il biennio 2009-2010 sia il limite superiore oggi dell’intervento di politica fiscale negli Stati Uniti. È una visione che non può durare a lungo perché dovrebbe essere ormai chiaro che anche l’intero stanziamento del Tarp non è sufficiente per rivitalizzare il settore finanziario.

    LA CONTABILITÀ PUBBLICA PRUDENTE DEGLI USA

    Una delle ragioni per le quali i deficit Usa sembrano così grandi è che la contabilità pubblica degli Stati Uniti è spesso più predente di quella europea. L’elemento chiave da tenere a mente quando si leggono i rapporti sui deficit fiscali Usa è che l’autorità ufficiale , il Congressional Budget Office (Cbo) conteggia come “spesa” nell’anno fiscale 2009, che va da settembre 2008 settembre 2009, il salvataggio delle agenzie di finanziamento e garanzia dei mutui ipotecari, come Fannie Mae e Freddie Mac, per un ammontare di 240 miliardi di dollari. Inoltre, il Cbo calcola che l’elemento di sovvenzione nel Tarp sia di circa il 25 per cento, che implica un’ulteriore spesa nominale per l’anno fiscale 2009 di 180 miliardi di dollari. Le stime per il 2009 del Cbo destinano dunque 420 miliardi di dollari a capitoli che la contabilità nazionale non considererebbe “spese”. Il pacchetto di misure biennali preso in considerazione dalla nuova amministrazione dovrebbe ammontare a circa 800-900 miliardi di dollari, ovvero 400-450 miliardi l’anno. Ciò significa che riportato a dati confrontabili con quelli europei (più il pacchetto Obama, meno le spese per salvataggi sui mercati finanziari), è probabile che il deficit federale degli Stati Uniti sia vicino alla cifra prevista dal Cbo, ovvero l’8-9 per cento del Pil. (vedi tabella)

     
    Fonte: Cbo

    IL TARP È SUFFICIENTE?

    Anche una ricognizione sommaria dimostra come il costo fiscale, definito come aumento del debito pubblico, di una crisi finanziaria così diffusa come l’attuale, debba essere molto alto.
    Crisi di questa portata costano di solito molte decine di punti percentuali di Pil. Ma il totale dei fondi mesi a disposizione dal Tarp è di soli 700 miliardi di dollari, circa il 5 per cento del Pil. È troppo poco per far fronte alla più grave crisi degli ultimi cinquanta anni.
    Una cristi che ha contagiato l’intero mercato dei mutui americani e si è estesa alla maggior parte delle altre forme di credito alle famiglie (auto, carte credito, prestiti personali e così via), non può essere risolta a buon mercato.
    Il costo complessivo dove per forza essere molto superiore al 5 per cento del Pil, se solo si considera che il debito complessivo delle famiglie americane ammonta a circa 14mila miliardi di dollari, vale a dire il 100 per cento del Pil. Con i prezzi delle case che probabilmente scenderanno di un ulteriore 30 per cento (una stima ragionevole se si considera che il rapporto prezzi-affitti è ancora ben al di sopra dell’equilibrio a lungo termine) le perdite sui mutui si attesteranno probabilmente tra il 20 e il 30 per cento. Si deve poi tener presente che i mutui americani sono di fatto (e spesso di diritto) “non rinegoziabili”, il che significa che il debitore può limitarsi a mandare indietro le chiavi alla banca se il valore della casa scende al di sotto della somma che ancora deve restituire. Con un totale di mutui in sospeso di circa 10mila miliardi (70 per cento del Pil), perdite del 20-30 per cento implicherebbero perdite per il sistema finanziario di 3mila miliardi, vale a dire circa il 20 per cento del Pil. A questo si dovrebbero aggiungere le perdite di circa 4mila miliardi di credito al consumo alle famiglie e altri debiti in sospeso. Con una forte recessione in corso, l’insieme delle dei debiti per le famiglie può essere considerevole. Il totale delle perdite del solo sistema finanziario sui prestiti alle famiglie americane, deve essere perciò superiore ai 3mila miliardi. Se il sistema bancario americano e il sistema finanziario nel suo complesso vuole riprendersi, deve riuscire a ripulirsi da queste perdite. Altrimenti le banche non riprenderanno a erogare nuovamente credito. Qualsiasi operazione che vuole ripulire il settore finanziario deve perciò essere di almeno il 20-25 per cento del Pil. Questa è la dimensione della sfida che deve affrontare il neo presidente Barack Obama.

    Foto: da www.whitehouse.org

    23/01/2009 L'EUROPA E OBAMA (Zaki Laidi, http://www.lavoce.info)

    Una Commissione europea che sembra ormai l'ombra di se stessa. E un informale direttorio di alcuni Stati membri, Francia in testa, che si notare per il suo attivismo. E' una strategia che ha innegabili vantaggi in un contesto in cui gli europei sono incapaci di definire posizioni comuni. Ma ha un grave inconveniente: ritarda ulteriormente la realizzazione di una vera politica comune. Per questo gli europei sembrano interessarsi di più a ciò che Obama farà per loro piuttosto che a ciò che essi vogliono fare insieme a Obama.

     

    Cosa ha diritto di aspettarsi l’Europa dall’amministrazione Obama? La risposta alla domanda ha un senso solo se, prima, gli europei chiariscono a se stessi cosa vorrebbero dagli Stati Uniti. E non è affatto scontato che gli europei abbiano le idee chiare in proposito, dopo un anno ricco di avvenimenti e di insegnamenti contraddittori.

    CHI VINCE E CHI PERDE

    Ricco di avvenimenti il 2008 lo è certo stato: crisi finanziaria, crisi georgiana, stallo dell’economia, rapporti politico-economici nuovamente tesi con la Russia a causa del gas. Come sempre, le crisi rimescolano le carte del gioco europeo, creando vincitori e perdenti.
    Chi vince è la Bce, che pure era stata oggetto di innumerevoli critiche da parte di molti governi, tra cui quello francese, e da parte di molti esperti. La accusavano di dogmatismo ideologico, di cecità di fronte alla crisi economica o, più generalmente, di totale mancanza di elasticità politica. Non vogliamo infierire su coloro che invocavano a modello la Fed, reputando la Bce troppo rigida. Non vogliamo farlo perché oramai è ben noto che è stato proprio il lassismo della Fed a causare, in gran parte, il crollo del sistema finanziario americano e che, per contro, è anche grazie al rigore della Bce che l’Europa non è stata colpita da una crisi finanziaria così grave.
    Chi perde è indiscutibilmente la Commissione, ormai divenuta l’ombra di se stessa, con la benedizione urbi et orbi del suo presidente. La collegialità dell'istituzione è oramai puramente formale. Unica preoccupazione dei commissari è quella di proteggere il loro portafoglio, stabilendo tra loro patti di non-aggressione.
    Il presidente della Commissione, dal canto suo stabilito, ha stretto un altro patto con alcuni Stati membri, guarda caso i più potenti. Spera, in cambio della sua manifesta docilità politica, di ottenere un secondo mandato, sempre che nelle elezioni del giugno 2009 venga riconfermata una maggioranza di destra.
    Come contropartita, ha permesso che si stabilisse un vero e proprio direttorio degli Stati più importanti, magnificamente rappresentato dal presidente della Repubblica francese, in occasione della crisi georgiana e, più tardi, quando è esplosa la crisi finanziaria.
    Durante la crisi georgiana, il direttorio ha dato prova di innegabile attivismo, anche se nei fatti, attivo è stato soprattutto il primo console francese. Il quale ha letteralmente ignorato l’opposizione degli americani, che evidentemente avrebbero desiderato un’Europa pronta a confrontarsi con la Russia, senza neanche fornire loro elementi concreti atti a supportare la scelta europea. Merito di Nicolas Sarkozy è stato senza dubbio quello di optare per una linea relativamente moderata nei confronti della Russia, ignorando però l’opinione dei paesi dell’Europa centrale e orientale, i quali, per atavico riflesso, vorrebbero sempre opporre a Mosca un atteggiamento duro.

    LA POLITICA DEL DIRETTORIO

    Anche se l’attivismo del direttorio ha considerevolmente migliorato l’immagine dell’Europa, dimostratasi capace di agire di fronte a una crisi internazionale senza attendere obbligatoriamente l’autorizzazione degli Stati Uniti, i risultati della sua azione restano ambigui, per non dire limitati. Mosca ha conseguito tutti i suoi obiettivi politici e le prospettive di un ritorno nel grembo georgiano per l'Arkazia e l’Ossezia del Sud sembrano ormai fuori portata. I negoziati di Ginevra sulla questione sono totalmente bloccati, nell’indifferenza quasi generale. Ecco emergere i limiti non solo dell’attivismo europeo, ma anche quelli del sarkozismo diplomatico. Tutto si svolge sempre come se il presidente francese volesse ottenere rapidamente alcuni primi risultati, salvo distogliere la sua attenzione dal problema, quando non è più mediaticamente vendibile. Lo si è già notato quando si trattava della Colombia, lo si è notato quando si è trattato della Georgia, lo si nota ora che si tratta di Gaza. Il presidente francese ha effettuato una missione in Medio Oriente all’inizio dell’attacco israeliano. Da allora, si è imposto il silenzio, anche se potrà sempre dire che in virtù dell’iniziativa franco-israeliana si è arrivati al cessate il fuoco. Decretato unilateralmente da Israele dopo aver raggiunto tutti i suoi obiettivi.

    La dinamica del direttorio corrisponde, in fondo, alla visione francese dell’Europa. Ma c’è dell’altro. Ciò che avviene attualmente in Ucraina a proposito del gas russo rivela bene le nuove dinamiche. Dopo molte settimane in cui l’Unione Europea e la Commissione sono state totalmente incapaci di avere una qualche influenza su Russia e Ucraina, che si rinfacciavano le responsabilità della crisi, si assiste questa volta a un abbozzo di possibile soluzione, sotto forma di un direttorio energetico, diretto non dagli Stati, ma dalle rispettive – e più potenti – società energetiche.
    È a questo punto evidente che la Russia tenta in tutti i modi di impedire la formazione di un’espressione politica comune degli europei, favorendo invece il dialogo diretto con i vari Stati membri. Il che permette a Mosca di dividere meglio gli Stati europei, ma soprattutto di marginalizzare quei paesi dell’Europa centrale e orientale, che considera i suoi veri nemici in seno all’Europa stessa. La Russia ama trattare con gli Stati. E sa che è molto più facile, per lei, trattare con i grandi stati membri che non con l’Unione Europea, specie se questi grandi stati hanno enormi interessi sul gas russo.
    Il punto di vista russo è comprensibilissimo. Non sappiamo se però coincide con gli interessi di un’Europa che esalta solo a parole, ma non nei fatti, la solidarietà energetica. Soprattutto perché i membri del direttorio energetico appartengono tutti ai grandi stati membri, ferocemente ostili a qualsiasi comunitarizzazione o liberalizzazione della politica energetica. Ed è evidente come vi sia un nesso tra la liberalizzazione dell’energia a livello comunitario e la solidarietà energetica, anche se i grandi operatori europei lo negano ferocemente.
    La strategia del direttorio presenta innegabili vantaggi in un contesto in cui gli europei sono incapaci di definire posizioni comuni. Ma presenta anche un grave inconveniente: ritarda ulteriormente la realizzazione di una vera politica comune europea. Ciò risulta particolarmente evidente allorché si discute di immigrazione, a proposito della quale non si potrà certo ricorrere all’intergovernalismo. …
    Fatte tutte queste considerazioni, risulta chiaro perché gli europei si interessino maggiormente a ciò che Obama farà per loro piuttosto che a ciò che essi hanno voglia di fare con Obama.

    (traduzione di Daniela Crocco)

    Foto: José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, © European Community, 2009


    * Il testo in lingua originale è pubblicato su Telos.

    I commenti possono essere inviati in lingua originale al sito da cui l'articolo è tratto


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