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  • 28/01/2009 Obama parte con il piede giusto (mazzetta, http://altrenotizie.org)

    Ricerca personalizzata

    Se George W. Bush ha invaso l'Iraq usando la tattica dello shock and awe, a una settimana dal suo insediamento si può ben dire che il nuovo presidente Obama abbia usato la stessa tattica in casa, lasciando senza parole e senza resistenza i repubblicani che già non stavano troppo bene dopo la legnata elettorale. Così, senza colpo ferire, il mondo ha assistito alla rapida inversione ad U delle principali politiche americane e, tali e tante sono le novità, che ancora molti faticano ad afferrarle. A colpire l'immaginario è stata la decisione di chiudere la prigione di Guantanamo: ma non si è trattato di uno spot, visto che è stata accompagnata da un rumoroso rifiuto ufficiale delle pratiche di tortura e del ricorso ad attività come i rapimenti e la custodia affidata a paesi terzi, tutte decisioni accolte con favore anche dalle gerarchie militari.

    Non a caso l'assurdità dell'operazione-Guantanamo si stava rivelando per quello che è sempre stata: uno show a beneficio degli americani senza nessuna efficacia reale nella War On Terror. Tanto che proprio nelle ultime settimane era stata messa la parola fine sulla possibilità di usare le confessioni dei prigionieri come prova, perché raccolte in maniera irrituale e sotto tortura. Non a caso prima della chiusura è stata decretata la sospensione dei processi ai detenuti in attesa di una decisione sulla revisione delle procedure.

    Senza lasciare respiro, Obama ha poi messo i piedi nel piatto dell'aborto e con una decisione più che scontata ha riaperto i canali di finanziamento alle ONG che si occupano di pianificazione familiare nel terzo mondo. Decisione che ha irritato i fanatici cristiani, non ultimo il Papa, che l'hanno messa come se Obama volesse finanziare l'aborto come metodo per il controllo delle nascite. Niente di più falso, in realtà i cristiani rintronati ai quali faceva riferimento il presidente Bush vorrebbero negare quei fondi a chiunque fornisca educazione sessuale, promuova l'uso del preservativo e dei metodi anticoncezionali, tra i quali l'aborto non è peraltro omologato. Così, con Reagan e i Bush alla presidenza, queste non hanno visto un dollaro e hanno respirato solo con Clinton; un'alternanza di orientamento ormai tradizionale, che però non ha mancato di provocare milioni di morti quando le direttive sono state intitolate a promuovere l'astinenza sessuale come panacea di tutti i mali.

    L'esempio perfetto dell'esito di una politica del genere è fornito dall'Uganda. Paese piagato dall'Aids riuscì con una massiccia opera d'informazione e di promozione del profilattico a far scendere repentinamente la percentuale di contagiati. Almeno fino all'avvento di Bush Jr e alla conversione della moglie del dittatore ugandese Museveni, diventata una cristiana rinata come George W. Bush. Il paese cambiò metodo e il governo si mise a promuovere l'astinenza sessuale, mentre i giornali governativi diffamavano i profilattici dicendoli pericolosissimi perché si bucano. Com'era prevedibile, in pochi anni i contagi si sono di nuovo impennati, senza però che nessuno tra i cristiani abbia levato un lamento contro la strage, perché in Uganda di AIDS si muore e si muore tanto, le costose cure che nei paesi del primo mondo salvano ormai gran parte degli infettati, lì non se le può permettere nessuno.

    Il Papa non ha mancato di sollevare la rituale cagnara contro la decisione americana che promuoverebbe il massacro dei mai nati. Tutta gente che per i già nati non dimostra alcuna pietà e comprensione, preferendoli falciati dalla pandemia piuttosto che peccatori. Milioni di morti, persone già nate e cresciute, pesano sulla coscienza di quei cristiani che hanno sostenuto questa oscenità, milioni di persone, ben oltre i numeri dell'Olocausto, e sarebbe bene ricordare anche questi.

    Poteva bastare per la prima settimana, ma le emergenze che assediano gli Stati Uniti sono tante ed enormi e sembra proprio che tutta la macchina del partito democratico abbia scelto di partire a tavoletta. Così è arrivata la prevista conversione “verde” a base d’incentivi per il risparmio energetico, investimenti in energie alternative e al salvataggio del settore auto condizionato alla produzione di modelli dal consumo inferiore. A completare il quadro l'intervento sulla legge federale e la liberazione dal blocco imposto da Bush di quegli stati, come la California, pronti ad imporre standard ancora più esigenti. L'attesa più grande è comunque per l'impatto che può avere sulla comunità internazionale la trasformazione degli Stati Uniti da blocco negazionista a motore dell'auspicata rivoluzione verde, già certificata dal repulisti presso le agenzie federali che si occupano di clima e di ambiente e dalla riabilitazione dell'approccio scientifico al problema.

    Hanno fatto meno rumore, ma non sono stati meno densi, i provvedimenti in materia economica, anche se ancora devono ufficializzarsi. In gioco ci sono la seconda metà del bail out e lo stimulus pack, più di mille miliardi di dollari tra toppe ai buchi provocati dalla crisi e investimenti per tenere in moto l'economia. Fiera la resistenza dei repubblicani, con la sorpresa di McCain sulle barricate dopo che in veste di candidato alla presidenza aveva dato il suo assenso al piano Paulson insieme ad Obama e a Bush. Tanto che i democratici hanno offerto pesanti tagli fiscali che sembrano privi di alcun senso in relazione al quadro generale, ma i repubblicani tirano ancora.

    Anche in politica estera la nuova amministrazione ha tracciato una prima linea a distinguersi da quella di Bush. I democratici hanno sicuramente apprezzato la delicatezza israeliana nel terminare la strage di Gaza prima dell'insediamento di Obama, molto meno il senso generale dell'operazione e, ad oggi, non sembrano per nulla intenzionati a seguire la traccia che prevede la messa al bando di Hamas. Con Israele sembra si vada verso lo stand-by in attesa delle prossime elezioni dalle quali, nonostante la guerra, potrebbe uscire una maggioranza di estrema destra, visto che Olmert, Barak e Livni sembrano aver deluso gli israeliani fermando l'aggressione. In Pakistan ed Afghanistan non sembra cambiare molto, ma già il fatto che si parli di sostituire Karzai (ma non era una democrazia adesso?) indica la possibilità di soluzioni non scontate, così come l'annuncio dell'apertura di colloqui diretti con l'Iran è sicuramente una svolta notevole, con buona pace di Israele.

    Decisioni meno appariscenti, ma forse anche più pesanti, hanno interessato il cosiddetto complesso militar-industriale. Non sembra nelle intenzioni della nuova amministrazione una particolare riduzione degli effettivi o degli armamenti, ma la bonanza repubblicana sembra volgere al termine. Niente guerre stellari, non se ne parla nemmeno, perché Obama preferisce e propone un bando planetario alle armi nello spazio. Senza spazio, niente Scudo Stellare. Ma non c'è consenso nemmeno per il Reliable Replacement Warhead, che sarebbe l'espediente usato da Bush per lo studio e la produzione di armi nucleari di nuova generazione. Le testate invecchiano, gli esplosivi radioattivi decadono e l'idea dei repubblicani era quella di far passare per semplice manutenzione lo studio di atomiche più evolute in termini di dimensioni, pesi e potenze.

    Obama sembra convenire che la supremazia militare statunitense non ha bisogno di niente del genere per mantenersi tale e che l'unico rischio sarebbe quello di scatenare una corsa agli armamenti e alla creazione di ordigni sempre più inquietanti. Il repubblicano Robert Gates, confermato Segretario della Difesa dopo essere stato nominato da Bush per rimpiazzare il fallimentare Rumsfeld è sembrato resistere, ma “fermiamo lo sviluppo di armi nucleari” senza postille o clausole, non lascia molto spazio di manovra.

    C'è di che nutrire l'entusiasmo dei fan, ma c'è anche da dire che fin qui non ci sono state conseguenze con le quali misurarsi o resistenze diverse dalla tradizionale avidità di deputati e senatori e che molti dei provvedimenti erano ampiamente previsti o prevedibili. Restano comunque decisioni già prese e sicuramente impattanti e molto sembra cambiare nella politica estera, fin da subito e forse anche oltre il prevedibile. Una velocità che non mancherà di disorientare amici e nemici degli Stati Uniti, abituati a ben altro menage.

    Se ne sono accorti i terribili qaedisti, che hanno lanciato una campagna di insulti per il neo-presidente e se ne sono accorti anche i tradizionali vassalli degli Usa, che siano autocrati come Mubarak o entusiasti dell'ideologia incarnata dall'America di Bush come Berlusconi, che già hanno avuto modo di trovarsi spiazzati dalla nuova amministrazione americana. Sicuramente a trovarsi spiazzati sono stati i repubblicani, che dopo anni al governo sembrano faticare ad afferrare l bandolo della matassa e ad articolare risposte coerenti. Il partito è letteralmente sfasciato e grosse idee sul suo futuro non se ne vedono, così come non si vedono leader capaci di coagulare consenso alternativi a quelli espressi dalla classe dirigente appena affondata insieme all'economia e al paese più in generale.

    26/01/2008 Le nuove sfide di Obama (Michele Paris, http://altrenotizie.org)

    A mezzogiorno in punto di martedì 20 gennaio 2009, come stabilisce il 20esimo Emendamento della Costituzione americana al di là dell’avvenuto giuramento, Barack Obama è diventato ufficialmente il 44esimo presidente degli Stati Uniti. Oltre ad assumere la guida del paese, il primo comandante in capo di colore della storia americana dovrà farsi carico da subito di una lunghissima lista di problemi interni ed internazionali, in gran parte ereditati dall’amministrazione uscente. Per quanto l’entusiasmo propagatosi da Washington a praticamente tutto il pianeta nel corso della cerimonia di insediamento abbia pochi precedenti e faccia da contrasto all’immagine fortemente simbolica della solitudine di Bush e del suo vice Cheney – costretto su una sedia a rotelle a causa di un infortunio domestico – nell’appressarsi al palco delle celebrazioni al Campidoglio, sarà tutt’altro che semplice per Obama rispondere anche solo in parte alle enormi aspettative suscitate dalla sua parabola politica e personale.

    Guantánamo. La chiusura del carcere di massima sicurezza sull’isola di Cuba è stata annunciata come una delle priorità dell’amministrazione Obama ed è strettamente legata alla volontà di porre fine alla sistematica violazione del diritto esercitata negli ultimi sette anni in nome della lotta al terrorismo. Non a caso, il primo provvedimento preso nelle vesti di presidente degli Stati Uniti da Obama è stata la sospensione per un periodo di quattro mesi di ogni processo in corso a carico dei detenuti presso la base navale di Guantánamo. Una mossa che permetterà al nuovo presidente di valutare attentamente la legittimità dell’intero sistema procedurale messo in atto nei confronti dei prigionieri della guerra al terrore di George W. Bush e la possibilità di sottoporli al giudizio di corti federali sul territorio americano.

    Il percorso verso la chiusura del carcere americano offshore si annuncia tuttavia più lungo del previsto e ricco di ostacoli, a cominciare dalla resistenza già manifestata dai membri dei tribunali miliari incaricati dei procedimenti in corso da anni. Molti detenuti inoltre sono ritenuti estremamente pericolosi e coinvolti in qualche modo nella rete terroristica di Al Qaeda, ma la mancanza di chiari elementi di prova renderebbe quanto meno improbabile una loro condanna di fronte ad un tribunale ordinario. Altri ancora, pur in presenza di prove della loro colpevolezza, sono stati sottoposti a vergognosi trattamenti sconfinati spesso nella tortura, minacciando di rendere impraticabile un qualsiasi normale processo.

    Per i detenuti ingiustamente rinchiusi a Guantánamo infine – alcuni dei quali già beneficiari di sentenze di immediato rilascio – rimane la questione della loro prossima destinazione. Se inviati nei loro paesi di origine infatti – come Cina o Yemen – essi potrebbero rischiare nuove detenzioni o torture. Con il passaggio di consegne alla Casa Bianca tuttavia, qualcosa si sta muovendo ed alcuni paesi occidentali (Portogallo e Australia in primis) hanno già manifestato la loro disponibilità ad accogliere tali prigionieri entro i propri confini.

    Crisi economica. Un pacchetto di stimolo all’economia da circa 825 miliardi di dollari – che andrà ad aggiungersi ai 700 già stanziati dall’amministrazione Bush qualche mese fa per salvare Wall Street – sta per essere discusso proprio in questi giorni al Congresso. Per far fronte ad una crisi senza precedenti nella storia recente degli USA, sono previsti circa 550 miliardi da destinare a spese per la costruzione di nuove infrastrutture e per il sostegno dei redditi più bassi e 275 miliardi in tagli al carico fiscale per i redditi più bassi.

    L’avanzamento del piano di salvataggio dell’economia è tuttavia già stato ostacolato e modificato nella sua forma originaria dagli stessi parlamentari democratici, preoccupati per la scarsa efficacia dei provvedimenti, e dovrà in ogni caso far fronte ad una dilatazione abnorme del deficit di bilancio che, a detta dello stesso Obama, potrebbe toccare i 1.200 miliardi di dollari alla chiusura del prossimo anno fiscale.

    Cattive notizie per il nuovo presidente sono giunte di recente anche da alcuni paesi tradizionalmente propensi ad investire nel debito pubblico statunitense ed ora molto più tiepidi. Un rallentamento questo dettato in parte dalla necessità di molti paesi – Cina in primo luogo – di impiegare parte delle proprie riserve di denaro nel sostegno alle loro stesse economie, ugualmente in affanno. L’aumento incontrollato del deficit di bilancio americano, in ogni caso, rischia di compromettere gli eventuali effetti benefici a lungo termine delle misure di intervento del governo. Una stretta anticipata dei cordoni della borsa per esigenze di bilancio – determinata dalle prevedibili pressioni di parte repubblicana e dei democratici più moderati – potrebbe infatti rallentare la ripresa economica e produrre una nuova recessione, come accadde nella seconda metà degli anni Trenta, quando Roosevelt fu tentato dal perseguimento del pareggio di bilancio.

    Assistenza sanitaria. A detta di molti, l’attesissima riforma dell’immorale sistema sanitario americano sarà uno dei punti di più difficile realizzazione del pur ambizioso programma elettorale di Barack Obama. Nel corso delle primarie democratiche, il neo-presidente e Hillary Clinton avevano assunto posizioni leggermente diverse sulla questione dell’allargamento della copertura sanitaria. Entrambi erano d’accordo sulla necessità di provvedere ai 45 milioni di americani senza assicurazione, anche se Obama aveva assunto una atteggiamento meno radicale, rinunciando cioè a rendere obbligatoria per i cittadini la stipula di una polizza sanitaria. Il compito di mettere mano alla riforma è stato affidato all’ex senatore e lobbista del South Dakota Tom Daschle, diventato negli ultimi anni uno delle massime autorità sui temi della politica sanitaria.

    Cercando di evitare le trappole e i passi falsi dell’amministrazione Clinton, che vide morire la propria proposta di riforma sanitaria nel 1994, Daschle sarà chiamato a costruire un ampio consenso in un Congresso – e in un paese – ancora in buona parte diffidente di un sistema assistenziale pubblico gestito dal governo. L’ampia maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti e quella, più ristretta, al Senato, il consenso tra gli elettori di cui gode Obama agli albori del suo primo mandato e, soprattutto, il cambiamento di attitudine nei confronti del ruolo dello stato nell’erogazione dei servizi assistenziali potrebbero tuttavia rendere meno ostico il cammino verso un sistema di copertura universale.

    Nonostante i suoi precedenti di consulente legale al servizio di alcune grandi compagnie operanti proprio nell’ambito dell’industria sanitaria, il nuovo segretario alla Salute e ai Servizi Umani ha chiarito da subito la sua intenzione di voler intraprendere una strategia basata sulla cosiddetta “single-payer health care”. La fornitura dei servizi sanitari basilari dovrebbe essere cioè finanziata da un unico fondo, gestito appunto dal governo, al contrario dell’attuale sistema in gran parte volontaristico e basato su assicurazioni private, spesso inaccessibili. Anche in questo ambito un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto dalle questioni di bilancio. Qualsiasi nuova riforma infatti dovrà avanzare di pari passo con una razionalizzazione dell’intero sistema, gravato dalle eccessive e sempre crescenti spese causate dai programmi federali come Medicare e Medicaid.

    Medio Oriente. Il recentissimo conflitto riesploso a Gaza ha ricordato all’intera comunità internazionale il pressoché totale disinteresse mostrato da George W. Bush e dalla sua amministrazione uscente per una risoluzione pacifica della questione israelo-palestinese. A parte la ormai fallita conferenza di pace di Annapolis dell’autunno 2007 – dove le parti si erano impegnate a trovare un accordo per la creazione di uno stato palestinese entro la fine del secondo mandato di Bush – l’iniziativa americana negli ultimi anni si è risolta in un quasi totale appiattimento sulle azioni israeliane. L’accoglienza del nuovo presidente in Israele e in Palestina è stata finora caratterizzata da una certa cautela, riflesso della circospezione con cui Obama si è finora espresso – o non espresso, per quanto riguarda la guerra a Gaza – sul conflitto chiave del Medio Oriente.

    Il tradizionale appoggio ai democratici manifestato dagli ebrei-americani dopo l’iniziale perplessità nei confronti di un presidente di colore di padre keniano, nonché la scelta ricaduta su Hillary Clinton per il Dipartimento di Stato e le posizioni del vicepresidente Biden, suggeriscono che difficilmente la corsia preferenziale riservata a Israele verrà abbandonata. I tradizionali buoni rapporti della ex first lady con Gerusalemme, secondo alcuni, le permetterebbero invece un confronto più serrato proprio con il governo israeliano per il raggiungimento di un accordo duraturo. Obama da parte sua ha talvolta manifestato posizioni relativamente più conciliatorie anche nei confronti di Hamas, con cui tuttavia la possibilità di un qualche dialogo è legata a doppio filo alla crescente influenza di Siria e, soprattutto, Iran su tutta l’area mediorientale.

    Iraq. Pur vincolando i suoi piani ad un assestamento della situazione sul campo, Obama non ha ancora rinunciato apertamente al suo piano iniziale di ritiro di (quasi) tutte le truppe americane dall’Iraq entro 16 mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca. A sostegno della strategia del nuovo presidente era giunto sul finire dello scorso anno l’accordo approvato dal parlamento e dal governo iracheni per il completamento del ritiro statunitense entro la fine del 2011. I vertici militari tuttavia hanno recentemente prospettato la possibilità di anticipare l’obiettivo di un anno, mostrando un inaspettato avvicinamento ad Obama. Il ritiro dall’Iraq dovrebbe essere una mossa decisiva per incrementare le forze da spiegare su quello che Obama ritiene il vero e unico obiettivo della guerra al terrorismo, l’Afghanistan.

    Afghanistan. Nonostante secondo il parere di molti osservatori il conflitto in Afghanistan abbia intrapreso ormai una direzione molto difficilmente reversibile per gli Stati Uniti, rimane ferma l’intenzione di Barack Obama di concentrare lo sforzo bellico su questo martoriato paese. Il maggior impegno in Afghanistan è visto a Washington come indispensabile per spegnere la resistenza talebana e la guerriglia di Al Qaeda arroccata nelle regioni di confine con il Pakistan.

    Il tutto tramite una possibile riproposizione della strategia (“surge”) che a partire dall’inizio del 2007 aveva permesso di stabilizzare la situazione irachena. L’Afghanistan segnerà probabilmente anche il primo elemento di contrasto tra l’amministrazione Obama e i partner nella NATO, i cui governi appaiono ben poco disposti ad intensificare il proprio sforzo in questo paese.

    Le effettive possibilità di miglioramento in Afghanistan dovranno anche e soprattutto passare attraverso una strategia tesa al ristabilimento della situazione interna al Pakistan – e di conseguenza dell’abbassamento dei toni del confronto di questo paese con l’India, così da concentrare le proprie forze nelle aree tribali dove imperversano i Talebani – e, compito forse ancora più arduo, a porre fine alla corruzione diffusa ad ogni livello del sistema statale afgano e al rovinoso sistema clientelare colpevolmente messo in piedi dall’amministrazione Bush nell’ambito di una mai avviata ricostruzione del paese.

    Iran e Corea del Nord. La capacità di confrontasi con questi due stati e di giungere ad un compromesso circa i rispettivi programmi legati alla produzione di armi nucleari sarà un banco di prova fondamentale per il nuovo approccio annunciato da Obama alle questioni internazionali. Una condotta, almeno sulla carta, diametralmente opposta a quella adottata da George W. Bush e dai falchi della destra repubblicana – centrata su una rigida contrapposizione nei confronti dei paesi inclusi nell’asse del male – e dettata piuttosto da un confronto diplomatico senza condizioni preliminari, lasciando una soluzione militare solo come extrema ratio.

    I toni adottati da Obama nei confronti dell’Iran sono stati negli ultimi mesi piuttosto ambivalenti. Il programma nucleare del paese degli Ayatollah è stato fatto bersaglio talvolta di una durissima critica, prospettando nel contempo la possibilità di un intervento armato in caso di minaccia concreta alla sicurezza di Israele o agli interessi americani in Medio Oriente; altre volte invece – e più recentemente nel corso di un’intervista rilasciata alla ABC – il nuovo presidente ha ribadito la sua intenzione di adoperarsi per un miglioramento delle relazioni diplomatiche con il governo iraniano, pur nell’ambito di un abbandono da parte di quest’ultimo del proprio cammino verso il nucleare.

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