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  • 28/02/2009 La finanziaria di Obama: uno schiaffo all' America di Bush (Ilvio Pannullo, http://www.altrenotizie.org)

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    Sacrifici per i ricchi, una maggiore equità sociale con l’introduzione di un sussidio per i disoccupati ed una idea nuova di produzione e di consumo. Barack Obama ha presentato così il piano di bilancio del governo federale degli Stati Uniti dove, tra gli altri provvedimenti che l’amministrazione s’impegna a prendere, è contenuto anche “un impegno storico per la riforma della sanità”. Una cosa è certa: a Washington la musica è cambiata. Pur non nascondendo la drammaticità del momento, il nuovo presidente americano, nel presentare la sua manovra per l’anno fiscale 2010, promette di "offrire chiarezza su come viene speso ogni singolo dollaro dei contribuenti americani". Sembra passato un secolo da quando G.W. Bush precipitava il mondo intero nel disastro da cui oggi questo è chiamato a risollevarsi.

    Non è un quadro felice - e non potrebbe esserlo - quello che emerge dal testo della legge presentata ieri al Congresso americano: il deficit degli Stati Uniti si dovrebbe infatti attestare nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il più alto dai tempi della seconda guerra mondiale. Una legge dai numeri difficilmente comprensibili per paesi, come il nostro, abituati a gridare al saccheggio per manovre di risanamento dalle poche decine di miliardi di euro. Un progetto di bilancio decisamente ciclopico: 3.500 miliardi di dollari di spesa totale, 1.350 di solo disavanzo commerciale (praticamente l'intero Prodotto Interno italiano) e ben 318 miliardi di nuove entrate fiscali imposte al reddito di chi guadagna oltre 250 mila dollari l'anno, per creare un fondo di riserva per la futura copertura sanitaria universale, che ammonta complessivamente 634 miliardi. Numeri che, se compresi, mettono paura.

    Lo stesso Obama ha tuttavia puntualmente precisato l’impegno di dimezzare l’ormai elefantiaco debito entro la fine del suo primo mandato, nel gennaio 2013, dichiarando, già oggi, l’identificazione da parte del governo di risparmi per circa 2.000 miliardi di dollari. Il presidente ha infatti citato, in particolare, risparmi per quasi 50 miliardi raggiungibili con la sola riduzione dei sussidi eccessivi e degli sgravi fiscali decisi dalla precedente amministrazione. Più che un cambio di rotta, quella a cui stiamo assistendo sembra essere, a tutti gli effetti, una vera e propria inversione ad U sulle principali tendenze circa le voci macroeconomiche del bilancio USA.

    L'inquilino della Casa Bianca ha infatti parlato di “rinunce” per uscire dalla crisi, in vista di “scelte difficili”: “Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere”, ha detto il presidente, spiegando inoltre che, anche a livello di governo, “sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono”, ovvero una grande riforma della sanità, per estendere a tutti l'assistenza pubblica, “anche tassando i più ricchi”. Saranno interessati da questo provvedimento tutti gli americani e tutte le coppie sposate che guadagnano oltre 250.000 dollari. Per i contribuenti oltre questa soglia, l'incidenza fiscale passerà rispettivamente dal 35% e dal 33% al 39,6% e al 36%.

    Tradotto significa ripristinare lo status quo ante rispetto le politiche fiscali volute dal presidente Bush per rendere la nazione capace di sostenere un serio impegno sociale attraverso l’erogazione di un sussidio, in vigore dal 26 febbraio, che aiuterà sette milioni di americani, che hanno perso il lavoro, a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento. Ben altre parole rispetto alle farneticazioni dei think-tank repubblicani che descrivevano l’America post-bushista come un paradiso popolato da soli cittadini proprietari.

    Quello che infatti si vuol far passare sotto banco, minimizzandola come fosse una mera sfumatura, è la critica dell’attuale Presidente all’operato del suo predecessore, primo artefice del disastro economico, sociale e morale che sta massacrando l’America e, con lei, tutte le aree del pianeta che, loro malgrado, hanno un’economia strettamente legata al dollaro. Nella difesa del piano da lui stesso fortissimamente sostenuto, Obama ha infatti parlato di un bilancio corposo ma anche “onesto”, sottolineando che “in passato altri bilanci per anni non hanno detto la verità”.

    Un capitolo a parte nella legge di bilancio è dedicato alle guerre. L’attuale Comandante in Capo delle forze militari USA non ha risparmiato sferzanti commenti sull’operato dell'amministrazione Bush sulle spese di guerra. “Questo budget rivela i veri costi della guerra in Iraq” ha detto il presidente Usa, ricordando la confusione intenzionale creata dal precedente inquilino della Casa Bianca sui reali oneri sopportati dal paese per finanziare le operazioni belliche nel paese. Obama ha previsto per le guerre in Iraq e in Afghanistan, dove intende rafforzare la presenza militare americana, spese pari a 130 miliardi di dollari nel 2010. Soldi che servono come l’acqua nel deserto e che invece di dissetare il moribondo sono stati bruciati e continuano ad essere bruciati in una guerra abominevole che - è bene continuare a ricordarlo - è stata imposta in spregio alle più elementari leggi del diritto internazionale.

    Se a questo disastro si aggiungono gli altri 750 miliardi di dollari da mettere a disposizione delle istituzioni finanziarie travolte dalla crisi, ben si comprende l’eredità lasciata dal presidente Bush e dal suo manipolo di fanatici monetaristi all’America e al mondo intero. Già, perché l’aspetto più infame dell’attuale crisi mondiale è proprio l’interdipendenza degli stati a livello economico. I danni prodotti dall’amministrazione repubblicana hanno messo in ginocchio le economie di tutto il mondo, ma se il disastro è globalizzato altrettanto non potrà accadere per la sua soluzione.

    Bene faranno l’Europa, l’America Latina, la Federazione Russa, la Cina, l’India, il Giappone e le rimanenti potenze regionali a ritornare saggiamente ad un’idea di una comunità internazionale composta da tanti stati aventi uguali diritti, ma differenti doveri. Una comunità internazionale di stati sovrani indipendenti dove non vi sono né schiavi né padroni. In definitiva tocca cestinare questi ultimi 8 anni, riconoscere i colpevoli, ma rimboccarsi le maniche e guardare avanti.

    http://altrenotizie.org
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