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  • 13/12/2006 Pronta ad entrare in Iran la resistenza finanziata dalle Lobbies (http://etleboro.blogspot.com)

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    La ferita aperta in Medioriente con la guerra in Libano ha avuto senz'altro l'obiettivo di creare all'interno di tale regione, travagliata da conflitti secolari, una crisi internazionale che potesse estendersi poi a macchia d'olio in tutti gli stati circostanti. Il bersaglio che si voleva colpire è stato sin dall'inizio l'Iran, essendo una regione strategica sia dal punto di vista geopolitico che energetico, un cattivo alleato per le grandi potenze come Cina e Russia, ma pur sempre il crocevia di risorse essenziali e la porta verso l'Oriente. La guerra contro l'Iran è stata progettata molti mesi fa, e in tutto questo tempo abbiamo assistito ad un continuo altalenarsi di scontri e di risoluzioni, di giochi di guerre e di embarghi agli Stati circostanti, sino a distruggere totalmente un paese. Ora che le forze di interposizione e di ricostruzione hanno penetrato il Libano, l'attenzione della comunità internazionale si riversa di nuovo sull'Iran, che continua a rifiutare le risoluzioni Onu, sfidando l'America e cercando nella Russia e nella Cina, nonché nella Francia, degli alleati che possano esporsi onde prevenire un ulteriore conflitto. Chi pensa che l'Iran voglia questa guerra, commette l'errore di fare il gioco della propaganda dei Mullah, come in Libano quella degli Hidzbullah, entrambe organizzazioni che si propongono come "la Resistenza" ma sono il peggior nemico dei popoli libanesi e iraniani. I monologhi e le trovate a grande effetto di Ahmadinejad sono essenzialmente di difesa, volte a cercare una controparte che faccia l'errore di pronunciarsi pro o contro la sua tesi di lotta contro il sionismo. Le provocazioni dirette ad Israele e alla stessa America, sono dirette a provocare un clima di instabilità e di inquietudine nella regione, proprio per via delle attenzioni che richiama su di sé, nella speranza che un gigante come la Cina intervenga a difesa dei gasdotti e dei porti che portano dall'Oriente all'Occidente merci e petrolio. In realtà nessuno interverrà a viso aperto, perché dietro una guerra vi è sempre un accordo di fondo: la Russia ha condotto e condurrà anche in futuro una guerra diplomatica, continuerà a temporeggiare e a muovere tutte le sue pedine senza mai esporsi più di tanto, allo stesso modo la Cina, non può contravvenire agli stretti accordi con i Banchieri. Entrambi, con le loro dichiarazioni, hanno gonfiato in maniera artificiale la convinzione che avrebbero sostenuto in maniera incondizionata l'Iran, in nome di una forma di resistenza alle logiche occidentali, quando in realtà hanno strumentalizzato quella crisi internazionale per mostrare all'Occidente di non essere più degli Stati in decadenza, ma delle potenze mondiali.

    L'orgoglio e il sentimento israeliano volto a difendere il proprio diritto all'esistenza viene ferito e rimesso in discussione continuamente, e per tale motivo una reazione a questo tipo di attacchi è quanto meno scontata. Tuttavia, anche le minacce di Israele di un intervento nucleare sono essenzialmente propagandistiche, perché non ha la bomba atomica, o comunque utilizza una tecnologia ormai obsoleta e strettamente controllata dall'America. A poche ore dall'attacco nei confronti del Libano, una delle prime mosse degli Stati Uniti fu proprio quella di presidiare le centrali nucleari per impedire il peggio, o forse per evitare che Israele scoprisse un suo punto debole. Le potenze mondiali, come America e Russia, non possono in ogni caso permettere che uno Stato come Israele, annientando l'Iran, decida il destino del mondo. Israele non ha più quella superiorità militare schiacciante sugli Stati vicini, come gli anni della guerra fredda: dopo il suo insuccesso in Libano, Israele non ha più la capacità di agire individualmente
    Allo stato attuale degli eventi, Israele sicuramente deciderà di attaccare l'Iran, essendo lei il braccio armato della Comunità Internazionale, che da sempre orchestra guerre volte a cancellare gli stati-nazione utilizzando le armi della persuasione e del controllo mediatico. Un grande ruolo sta avendo l'Onu, entità foriera di odi e di scontri da sempre, la Nato, e la stessa Unione Europea che si propone come voce politica tra le forze di interposizione e come controparte per la ricostruzione delle zone di guerra. Brussel ha cominciato a finanziare le forze di opposizione ai governi ufficiali che oggi si trovano in esilio, e che sono pronti ad intervenire per creare un fronte interno e una guerra civile che distrugga così il paese facendolo collassare su se stesso, proprio come è avvenuto in Libano e in Iraq.

    La Corte Europea ha infatti annullato la decisione dell'Ue del congelamento dei fondi posseduti dagli oppositori iraniani in esilio. Nel 2002 gli stati membri Ue avevano ordinato il congelamento dei fondi dei Mujahedin del Popolo (Ompi), il gruppo più importante fra le organizzazioni del Ncri (National Council of Resistance of Iran), perché definito un gruppo terroristico. La decisione della corte è stata giudicata dalla mancanza di motivazioni alla base della decisione della UE, accogliendo le ragioni della Ncri che sosteneva di non aver avuto diritto ad un equo processo e di essere stata poi vittima delle repressioni del regime. A questa decisione sicuramente seguiranno sconvolgenti scene di persone costrette a torture e maltrattamenti, vedremo donne che lamenteranno lapidazioni e violenze, i media architetteranno delle storie ingannevoli al solo fine di dare un'immagine di un paese sotto assedio, di una popolazione che subisce un regime, di un'economia protezionistica che affama i suoi cittadini e fa gli interessi dei petrolieri.
    Quello che si sta muovendo è un vero governo in esilio, che sta per giungere in Iran a suon di dollari assistiti da decine di organizzazioni internazionali, pronti ad entrare in azione: basterà che un solo uomo si alzerà tra la folla per scatenare guerriglie e sommosse rigorosamente sotto gli occhi delle telecamere. I media saranno gli occhi e il fucile delle lobbies che vogliono creare un clima di guerra, per giustificare un intervento da parte di una forza internazionale, che, ancora una volta dirà di combattere per la carta dei diritti umani, contro la pena di morte.

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