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  • 22/11/2006 La ricostruzione dell'Iraq e la Borsa Internazionale: l'accordo UE e USA (http://etleboro.blogspot.com)

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    L'Unione Europea dà inizio ai negoziati con Bagdad per la conclusione di un accordo di commercio e di cooperazione, continuando la strada intrapresa nel 2003, quando la Commissione europea ha devoluto un contributo di 720 milioni di euro per la ricostruzione dell'Iraq. La Commissione ha rinforzato recentemente anche la sua presenza a Bagdad, aprendo lì una delegazione per controllare lo svolgimento della cooperazione, che interesserà lo scambio delle merci, ma anche dei capitali e dei servizi, in modo da consentire l'ingresso degli investimenti esteri.

    La Commissione Europea si occuperà in prima persona della ricostruzione irakena accanto all'America, annunciando la conclusione dell'accordo con il governo locale irakeno mentre il governo statunitense decide di cambiare la politica estera nei confronti dell'Iraq, facendo un'opera di revisionismo storico della "storia recente della guerra". La cooperazione commerciale per la ricostruzione dell'Iraq giunge in maniera contemporanea rispetto alla realizzazione sempre più vicina della Borsa Internazionale, con la fusione di Euronext, la Borsa paneuropea che raggruppa le borse di Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Lisbona ed il Liffe , mercati derivati a Londra, ed il suo grande omologo americano, il Nyse ( New York Stock Exchange). La triangolazione dell'Europa e degli Usa chiude quel ciclo che vedeva questi due continenti scontrarsi in una lotta eterna tra dollaro ed euro, arrivando ad un accordo di fondo che dà all'Europa la ricostruzione dell'Iraq e all'America i mercati finanziari europei.

    Lo scambio è comunque impari, in quando non si tratta di un matrimonio ma di un acquisto di Euronext da parte di Nyse, perché anche se il numero di amministratori è riequilibrato ( 11 ciscuno) la sede sarà sempre negli Stati Uniti, il presidente ed dirigente finanziario verranno sempre da Nyse. I Banchieri statunitensi troveranno dunque nell'Europa una valvola di sfogo della grave crisi recessiva che sta colpendo l'America, pronosticata mesi fa e che in questi mesi si aggrava sempre di più, tra inflazione monetaria e deflazione immobiliare, nonché fuga di capitali all'estero e riduzione dei consumi e degli ordini industriali.

    Il progetto di fusione delle Borse internazionali è, in tale ottica, una soluzione alla crisi finanziaria, perché implica la creazione di una piattaforma finanziaria di scambio intercontinentale con milioni di transazioni giornaliere, di una società che ha una capitalizzazione che racchiude il valore delle più grandi società dell'Occidente, e, infine, la globalizzazione delle regole di investimento. Un gigante che probabilmente sarà controllato da un manipolo sempre più ristretto di grandi finanziatori e Banchieri, che posseggono sia il mercato che le imprese che vi operano. I tempi sono molto veloci, è impossibile fermare ora questa giostra, perché è come impazzita, supera qualsiasi previsione: si è conclusa nella giornata di lunedì la corsa alle fusioni societarie con un record di 3.400 miliardi di dollari in 11 mesi, e investimenti che spaziano in ogni settore industriale. Somme queste da capogiro che in realtà non esistono, la gran parte fuoriescono dalla continua rinegoziazione dei titoli da parte delle banche, o che comunque sono state originate da pochi investitori, ossia dai fondi di investimento, dai Private Equity che raccolgono i fondi privati delle entità economiche più ricche del mondo.
    Solo nella giornata di lunedì gli investitori americani hanno chiuso transazioni per un totale di 70 miliardi che si sono concentrati nelle materie prime, nel bancario con l'acquisizione della Bank of America di una grande società di gestione dei patrimoni dei super-ricchi mondiali, nell'immobiliare con forti speculazioni proprio in vista della svalutazione degli immobili, e nel finanziario con l'acquisto delle azioni del LSE ( London Stock Exchange) da parte del Nasdaq sino ad arrivare al 29%. Infatti quello dell'OPA sulla borsa di Londra è un vecchio progetto, che si materializza sempre più, ma è anche la reazione della borsa americana alla fuga dei capitali verso l'Inghilterra, mangiando così un concorrente e creando il grande blocco planetario finanziario.

    La vittoria della Borsa Internazionale giunge al costo della sconfitta di quella Paneuropea, che doveva unire Euronext, la Deutsche Bourse , la Borsa Italiana e quella Inglese. Questo fallimento è proprio l'espressione di cosa sia veramente l'Europa e l'euro, ossia una deriva degli Stati Uniti e del dollaro, così come le politiche comunitarie sono un prodotto del FMI. L'euro in sé non esiste, è una entità che ha un valore relativo rispetto al dollaro, perché non ha una ricchezza dietro, non ha una riserva che ne garantisca la validità, mentre il dollaro FED è costruito sul petrolio. Il progetto era quello di unire solo le borse europee, ma poi la proposta tedesca è stata sempre respinta sino a far cedere la Germania, che ottenie in cambio dal FMI nuova fiducia alla sua politica e alla sua economia, con una rivalutazione del rating. L'Italia dal suo canto è troppo debole, è ricattata in ogni modo e sotto ogni aspetto, sia economico che politico, e dovrà decidere al più presto se essere dentro o fuori a questo grande ballo.
    La fusioni dei mercati è il sintomo della spersonalizzazione degli Stati, che a questi livelli non esistono più: la finanza si autoregola, con norme e provvedimenti propri, fa le sue operazioni commerciali nella più totale autonomia e indipendenza. L'obiettivo non è recuperare competitività o distruggere la concorrenza tra le Borse, come se fossero delle semplici società di intermediazione degli scambi, ma distruggere i confini nazionali, è distruggere gli Stati e far perdere così l'identità nazionale anche alle imprese. Non esisteranno i mercati di diversa contrattazione, ma un unico mercato, le imprese e le società saranno tanto grandi quanto dematerializzate. Potrebbero arrivare a valere miliardi di dollari in pochi giri di conto, ma essere nella realtà sono un server posizionato in un paradiso fiscale. L'economia delle multinazionali non ha più futuro, ormai non producono più nulla ma comprano e rivendono ciò che altro producono, mentre il centro logistico è solo un computer che vale miliardi di dollari sulla carta. Se così non fosse, non vedremmo grandi società industriali licenziare 4000 persone in blocco, come ha deciso la Volkswagen in Belgio, che già paventa per questa operazione una crisi di portata nazionale. Se l'economia è dematerializzata il suo valore viene dato solo un giro di scambio di titoli, mentre il Pil è prodotto dalle imprese, che però rischiano di non sopravvivere in questo nuovo sistema di scambio internazionale che non ha alcun rispetto per le diversità etniche. Questo è un sistema usurante che potrebbe far fallire le vere aziende solo mediante un giro di negoziazione di conti.


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