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  • 30/01/06 Chi è stato il Primo Sponsor della Vittoria di Hamas? Israele (Carlo Bertani, www.disinformazione.it)

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    “Ebbene, come un merlo nella mia propria trappola, Osric; io son giustamente ucciso dal mio stesso inganno!” br>William Shakespeare – Amleto – Atto V Scena II


    Se, in uno stato dove si confrontano due forze politiche – l’una che vi riconosce come interlocutore, e l’altra che vi considera solo come un oppressore – iniziaste a sterminare proprio coloro che cercano l’intesa, potreste lamentarvi, dopo, della sconfitta di chi vi accettava? La vittoria di Hamas è tutta qui, limpida come acqua cristallina, e non c’è molto da scervellarsi per capire cos’è successo in Palestina: semmai, è più arduo comprendere il sentiero che ha portato al potere gli integralisti barbuti. E’ pur vero che Israele ha colpito duramente Hamas – giungendo ad uccidere la sua guida spirituale, lo sceicco Yassin – ma ha ugualmente perseguitato Fatah, che al suo interno aveva generato guerriglieri e politici, gente che voleva combattere ed altra che desiderava trattare, e dopo la morte di Arafat la fazione più disposta a trattare aveva avuto il sopravvento. Non esiste conflitto più sporco di quello israelo-palestinese, giacché entrambe le parti giocano al massacro contro i loro avversari e – contemporaneamente – al loro interno, a Tel Aviv come a Gaza, ad Haifa come a Ramallah.

    La prima vittima illustre (e centrale in tutta la vicenda) fu Itzaac Rabin, ex militare che aveva combattuto duramente i palestinesi nella prima Intifada – quella cosiddetta “delle pietre” – e che aveva ordinato ai suoi soldati “di rompere ai giovani palestinesi gambe e braccia ma di non ucciderli, perché altrimenti Israele si sarebbe diplomaticamente indebolito nei confronti dei suoi alleati occidentali”. Anche quell’uomo, apparentemente così distante dalla trattativa, giunse alla conclusione che l’unica soluzione era quella di trattare, e lo fece proprio con il nemico giurato, proprio con Yasser Arafat. A sua volta, Arafat aveva cavalcato tutte le tigri della rivolta e del terrore, combattendo fra i ruderi di una Beirut distrutta e sfuggendo alle cannonate di Sharon per approdare in Tunisia. Con un volo notturno degli F-15 Israele cercò d’ucciderlo anche là, ma non ci riuscì. Caso? Delazione? Previdenza dei servizi di sicurezza palestinesi? Nessuno lo saprà mai. La sorte del rais di Ramallah rimarrà sempre un mistero, mentre sappiamo che alla sua vedova sono state elargite una buonuscita ed una pensione degne di una principessa del jet-set. Alla faccia di chi in Palestina quasi muore di fame.

    L’ultima nemesi – se così possiamo definirla – è quella che vede un morente Sharon spendere gli ultimi respiri all’Hadassah Hospital di Gerusalemme, mentre fra la classe politica israeliana regna il caos: ancora una volta, ad un passo da significativi accordi, cade proprio la parte israeliana. La storia si nutre di cronaca? Per chi ci crede, dietro l’angolo c’è una cocente delusione: non sapremo mai chi uccise Rabin. E Arafat? Strano destino anche quello di Sharon: sembra che la morte attenda soltanto coloro che tendono una mano verso gli accordi, verso la pace. In questo inizio di 2006 la tragedia ha concluso il suo corso, i mattatori della scena sono scivolati dietro alle quinte ed hanno lasciato spazio ai comprimari. Qualcuno, sostiene, agli addetti alle pulizie. Nessuno ha lasciato eredi? L’erede naturale di Arafat non era certo Abu Mazen, un burocrate di bassa tacca, bensì Marwan Barghouti, giovane ed intelligente comandante delle Brigate di Al-Aqsa, il braccio militare di Fatah.

    C’era il pericolo che Arafat avesse un Delfino – e così era – ed allora Israele provvide a catturare Barghouti ed ad internarlo in un campo di prigionia nel Neghev. Colpevole od innocente? Terrorista o politico? In quella terra fu coniata una massima che ancora sibila nel tanzim, nel vento del deserto: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Non basterebbero mai le pietre, e sia Israele sia la Palestina finirebbero per diventare una pietraia. Ma, in definitiva, è tutta colpa delle dirigenze israeliane e palestinesi? Eh no, troppo facile: c’è il “quartetto” – USA, UE, Russia ed ONU – a menare le danze, a dare il “la” all’orchestra. Perché, se l’Europa concede finanziamenti ed aiuti ai palestinesi, Israele bombarda tutte le infrastrutture costruite con i soldi europei (ci fu una protesta ufficiale di Bruxelles); se gli USA sorreggono Israele a suon di dollari i palestinesi sanno che – con l’infinita guerriglia – finiranno per erodere la ricchezza israeliana. Un paio d’anni or sono, le banche israeliane cessarono di finanziare i bilanci dei comuni (“coperti” da garanzie statali), dichiarando semplicemente che non ritenevano economicamente affidabile lo stato ebraico. Il che, se sostenuto da banchieri ebrei, quadruplica l’attendibilità della stima.

    E la sonnacchiosa Russia? Perché fa parte del “quartetto”? Perché Mosca è lo sponsor di Damasco e – da qualche anno – anche di Teheran. L’ONU viene ammessa come un medico con la siringa d’anestetico già pronta: nel caso i giochi di potere passino il limite, s’anestetizza il tutto con una robusta iniezione di caschi blu. Ciò che non dovrebbe sfuggire all’analisi – mentre si grida “al lupo” per Hamas ed Hezbollah – è che si tratta sempre del vecchio giochetto coloniale e neocoloniale, dove le potenze di turno fanno a gara per spartirsi i favori di questo o quel rais per colpire l’avversario, mentre i vari rais non attendono altro che robuste mazzette di dollari e di euro per “collaborare”. Un paio d’anni or sono – mentre lo stillicidio di vittime era all’apice – un trafelato Mubarak scendeva a Ciampino per incontrare il governo italiano (presidente di turno dell’UE): urgeva un intervento per sedare la rissa? Un nuovo piano di pace? No, Mubarak veniva ad esigere un credito – contratto precedentemente proprio con l’UE – per non aver concesso l’ingresso in Egitto alle multinazionali americane Monsanto e Dow Chemical: in altre parole, finché l’Europa pagava, la soia egiziana non sarebbe stata geneticamente modificata. I palestinesi? E chi erano costoro? Proprio in Egitto, però, avviene il primo giro di boa: nelle elezioni di pochi mesi fa, la Fratellanza Musulmana sfonda la psicologica quota del 10% ed invia decine di parlamentari al Cairo. I quali, sia chiaro, non contano nulla nell’Egitto del padre-padrone Mubarak, ma è il primo segnale.

    Il secondo campanello d’allarme è la vittoria di Mahmud Ahmadinejad in Iran: al posto della bonaria barba grigia di Rasfanjani viene catapultato sulla scena un tizio che nel 1980 teneva prigionieri gli addetti d’ambasciata USA. Il terzo evento è la vittoria di Hamas: scontata, giacché Israele aveva fatto di tutto per scavare la terra sotto ai piedi alla dirigenza di Fatah, più volte accusata di terrorismo. L’assioma di Tel Aviv è tanto semplice quanto rozzo: con la forza, e con l’appoggio di Washington, avere a disposizione una “dirigenza” palestinese che prenda ordini direttamente dalla knesset, dal parlamento israeliano. Non si tratta, però, di sole questioni politiche, perché nel rapporto fra israeliani e palestinesi è centrale il problema economico, ma pochi lo sanno e meno ancora lo raccontano. Ogni giorno, decine di migliaia di palestinesi varcano la frontiera di Eretz fra Israele e la striscia di Gaza: che vanno a fare in Israele? Perché Israele richiede manodopera proprio all’odiato nemico arabo?

    Israele ha un reddito pro-capite annuo simile a quello di molti paesi europei, intorno ai 15.000 dollari, mentre i palestinesi sopravvivono con poche centinaia di dollari l’anno: una situazione da quarto mondo. Da dove viene l’alto reddito israeliano? Anzitutto dai capitali investiti: le grandi banche d’affari sono storicamente gestite dagli ebrei non per una “vocazione”, bensì per tradizione. Isabella la Cattolica, per finanziare la seconda spedizione di Colombo, confiscò i beni degli ebrei nell’Andalusia appena strappata all’emiro Boabdil e li cacciò: la gran parte degli ebrei andalusi migrò nelle Fiandre (allora sottoposte la corona spagnola) e, non a caso, un paio di secoli dopo il nuovo nome delle Fiandre liberate fu proprio De Zeven Provinzen, le Province Libere. Parallelamente – per punire gli ebrei, rei di deicidio – si stabilì che non potevano possedere proprietà immobiliari, bensì soltanto beni mobili. Il più “mobile” bene che si conosca è l’oro (od il denaro), e da qui nacque la cosiddetta “vocazione” degli ebrei al commercio: “vocazione” mai esistita, giacché nel Pentateuco – quando si parla di ricchezza e di suddivisione della stessa – si cita sempre il termine “terra”, che bene mobile proprio non è.

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