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23/04/2007 Lavoro, quel controllo che non c'è (Redazione, http://www.korazym.org)

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Sono 1280 le persone morte sul posto di lavoro nel 2006: una terrificante media attestata fra i tre e i quattro morti al giorno, tutti i giorni. Le leggi possono certamente migliorare, ma il nodo delle ispezioni rimane cruciale.

L’aggiornamento in tempo reale è una prerogativa del web, ma ci sono ritmi forsennati che non si riesce a tenere: quello delle morti bianche è purtroppo uno di questi. La notizia della morte di un operaio palermitano, caduta da una impalcatura durante il suo orario di lavoro (notizia che nel momento in cui scriviamo rappresenta l'ultimo episodio simile avvenuto in Italia) passerà presto in secondo piano, diventando nel giro di qualche ora non “l’ultima” morte ma “una delle ultime” della serie. Milleduecentottanta morti in un anno, un milione di incidenti: numeri da guerra civile, quelli riferiti al 2006. Numeri da priorità assoluta. L’appello lanciato una settimana fa dal presidente della Repubblica Napolitano ha riportato l’attenzione sul tema, con speciali giornalistici e approfondimenti che pescano nella miriade di storie di madri e padri, mogli, mariti e figli raggiunti – come un fulmine a ciel sereno – dalla notizia della morte di una persona cara: una morte avvenuta durante l'attività di lavoro, mentre si fatica per conquistare onestamente sul campo quegli euro necessari per arrivare alla fine del mese.

Il governo ha approvato una settimana fa il disegno di legge sul Testo Unico sulla sicurezza, che dovrà ora passare all’esame del Parlamento: un provvedimento che senza dubbio rappresenta un valido strumento per iniziare l’inversione di tendenza ma che nulla potrà in presenza di quella diffusa tendenza al lassismo che è causa non secondaria del continuo stillicidio cui assistiamo ogni giorno. Se la legge è scritta, purtroppo, nulla assicura che venga applicata: è quanto accade già ora, con le normative in materia di sicurezza certamente perfezionabili ma non così gravemente lacunose come i numeri potrebbero far apparire. La risorsa dei controlli e delle ispezioni non è eludibile: se ci sono i controlli, se fioccano le multe e pure le denunce, qualcosa si muove. Altrimenti, tutto resta fermo.

Che poi da parte delle istituzioni qualcosa in più si possa fare è indubbio, anche dal punto di vista normativo. Qualcuno si è chiesto nei giorni scorsi per quale motivo il problema della sicurezza negli stadi abbia spinto l'esecutivo ad un decreto legge e invece il tema della sicurezza sul posto di lavoro no: forse che i tifosi valgono più dei lavoratori? Il paradosso in effetti ci sta tutto, anche se con una differenza non da poco: in materia di sicurezza sul lavoro la riflessione è stata più ampia, rafforzata anche dalle conclusioni dell’apposita Conferenza svoltasi a Napoli nel gennaio scorso; sulla sicurezza negli stadi invece il cammino è stato meno lineare, e i risultati anche meno condivisi. Ad ogni modo, con procedura d’urgenza o meno, resta il nodo dei controlli: allo stadio o al lavoro, non basta l'affermazione del principio; serve anche chi ne verifica il rispetto. E ogni controllo in più può significare davvero tanto.

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