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  • 18/02/2008 Il vero nodo della precarietà (Paola Potestio, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il dibattito sulla precarietà non ha messo in discussione la visione del rapporto di lavoro come centro di esclusivi conflitti di interesse. Né ha favorito l'identificazione di un quadro unitario di tutele o l'ispirazione di un principio di efficienza del mercato cui le norme potessero dare applicazione. Utili un congruo periodo di prova e una drastica semplificazione dei contratti. Ma la patologica segmentazione del mercato del lavoro richiede un processo di revisione delle regole più ampio. Che affronti anche il tema dei licenziamenti individuali.

    La precarietà è da tempo il tema centrale dei dibattiti sul mercato del lavoro del nostro paese. L'espressione merita subito una puntualizzazione: sottolineare la precarietà dei rapporti di lavoro a tempo determinato ha senso solo a fronte di un regime di forte stabilità o forte tutela dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato contro il licenziamento.

    UN VINCOLO IMPLICITO

    La particolare tutela della nostra legislazione contro la risoluzione di un contratto a tempo indeterminato ha fatto da sfondo ai dibattiti di questi anni, assunta come implicito vincolo imposto da motivi di opportunità politica o come irrinunciabile conquista sindacale. Da questo scenario sono emerse numerose indicazioni per contrastare la precarietà, alcune - ad esempio il "contratto unico" della proposta Boeri-Garibaldi - concentrate sulla semplificazione dei contratti e sul disegno di un percorso graduale verso un lavoro stabile. Altre - gli approcci allo "Statuto dei lavori" - concentrate su un disegno di maggiori tutele dei vari tipi di lavoro. La portata degli interventi suggeriti è alquanto diversa. Ma si può davvero considerare risolutiva una correzione dei meccanismi di ingresso che offra alle imprese garanzia di più lunga prova dei propri assunti?

    MANCA IL PRINCIPIO GENERALE

    È opportuna qualche considerazione di carattere più generale sul tema. Qualche dato, innanzi tutto.
    Nel 1993 il 6 per cento dell'occupazione dipendente era in Italia a tempo determinato, contro una media dell'11 per cento nell'Europa a 15. Da allora le distanze si sono molto ridotte: il tempo determinato tocca il 13,1 per cento nel 2006, contro una media europea del 14,7 per cento. La scelta crescente delle imprese verso il tempo determinato, fortemente concentrata nelle assunzioni dei giovani, è stata per così dire sorretta dalla rigidità delle regole sul licenziamento e da una convenienza economica. Naturalmente, poi, alla occupazione dipendente a tempo determinato vanno assimilate le diffuse forme di lavoro autonomo, assai meno tutelate, che condividono aspetti essenziali del lavoro dipendente.
    Un processo graduale e frammentato di revisione del corpo di regole del mercato del lavoro vigenti negli anni Settanta ha favorito una notevole segmentazione del mercato del lavoro e l'emergere di una struttura di tutele molto diseguale per segmenti diversi dell'occupazione. La flessibilizzazione, a partire dalla metà degli anni Ottanta, delle regole sul tempo determinato ha così prodotto nuova occupazione anche consentendo alle imprese una sorta di compensazione di altri aspetti, non toccati, di rigidità.
    In generale, l'introduzione di flessibilità diretta soltanto ad "aprire varchi", ma non guidata da un obiettivo generale di tutela del lavoro anche tramite l'efficienza del mercato del lavoro, ha prodotto sì risultati, ma con molte distorsioni. Per quanto paradossale possa sembrare, il dibattito sulle forme più efficaci di tutela del lavoro è stato in Italia un dibattito a pochissime voci. La tutela, tanto semplice quanto forte, del lavoratore nel posto di lavoro, che la legislazione degli anni Settanta approntava, non è mai stata posta veramente in discussione. Né lo è stata la visione del rapporto di lavoro come sede o centro di esclusivi conflitti di interesse che quella legislazione di fatto assecondava. La natura del rapporto di lavoro, le aree del conflitto e le aree degli obiettivi comuni non sono state oggetto, in nessuno dei molteplici aspetti coinvolti, di un dibattito che favorisse l'identificazione di un quadro unitario di tutele o l'ispirazione di un principio di efficienza del mercato cui le norme potessero dare applicazione.
    L'assenza di un tale principio generale, cui ispirare il raggiungimento di un corpo coeso e coerente di regole, è il problema cruciale del nostro mercato del lavoro. Se si accetta questo, è poi difficile accettare come vincolo una regolamentazione dei licenziamenti individuali che sembra prescindere dalla circostanza che la stabilità di un posto occupato con competenza e impegno è interesse tanto del lavoratore quanto dell'impresa.
    Sotto questo aspetto, la vecchia norma del 1966 la quale stabiliva che, in assenza di una giusta causa o giustificato motivo di un licenziamento, l'impresa era tenuta a riassumere oppure a corrispondere una indennità compresa tra 6-14 mensilità dell'ultima retribuzione, di fatto appare oggi più moderna della norma - il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori - che impone la riassunzione alle unità che impiegano più di 15 lavoratori. La norma del 1966, modificata nel 1990 con una riduzione dell'indennità a 2.5-6 mensilità, si applica ancora, ma solo alle unità che impiegano fino a 15 lavoratori; per tutte le altre vale naturalmente l'articolo 18.
    Un congruo periodo di prova e una drastica semplificazione dei contratti di lavoro sono interventi utili e forse proprio necessari. Ma la patologica segmentazione del mercato del lavoro, l'iniqua distribuzione di tutele e la mole di inefficienze che si inserisce in questo contesto richiedono un processo più ampio di revisione delle regole, un processo nell'ambito della quale si dovrà affrontare anche il tema dei licenziamenti individuali. Una chiara proposta in questa direzione è fornita da Pietro Ichino, sulla base anche di alcune indicazioni generali di Olivier Blanchard e Jean Tirole.
    La politica, dal canto suo, con le sue strumentalizzazioni, i suoi veti e le sue paure, è ferma sulla raggiunta posizione di stallo su questo tema. Pressarla con un dibattito a tutto campo sulla precarietà è, particolarmente oggi, più utile che assecondarne i vincoli.

    http://www.lavoce.info

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