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  • 20/05/2008 Grandi intese o grandi elusioni fiscali? (Tito Boeri, Pietro Garibaldi, http://www.lavoce.info)

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    Si profila all'orizzonte un grande accordo sulla detassazione dello straordinario e delle componenti variabili del salario. Sarebbero d'accordo tutti: dalla maggioranza all'opposizione, da Confindustria al sindacato. Nelle migliori intenzioni dovrebbe servire a rafforzare il decentramento della contrattazione salariale e un più forte legame dei salari con la produttività. Ma vi sono grandi rischi di elusione fiscale. Non a caso il Governo sta predisponendo tanti paletti, complicando ulteriormente il sistema fiscale. E per decentrare la contrattazione non c'è alcun bisogno di sgravi fiscali. Meglio sarebbe tagliare le tasse sul lavoro per tutti e riformare davvero la contrattazione.

    Per un paese come l’Italia, che ha una pressione fiscale al 43 per cento, tagliare le tasse, specialmente quando i tagli sono finanziati con diminuzione di spesa, fa bene alla produttività. Questo semplice principio, tuttavia, non significa che qualunque riduzione fiscale sia appropriata.

    CONVERGENZE PERICOLOSE

    Nei prossimi giorni verrà approvata una riduzione del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro straordinario e sulle cosiddette parti variabili del salario. L’operazione, caldeggiata dal neo-ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, sembra trovare l’accordo di tutti, dalla maggioranza all’opposizione, dal sindacato a Confindustria. È un bene che siano, per una volta, tutti d’accordo. Ma rischia di trasformarsi in un incentivo a una massiccia operazione di elusione fiscale, a favore soprattutto delle imprese del Nord, che verrebbe pagata da tutti gli altri contribuenti. Vediamo perché.
    Una volta introdotto un regime di favore (si parla di una cedolare secca del 10 per cento) per le componenti variabili del salario, i datori di lavoro e i dipendenti vorranno trasferire gran parte della propria contribuzione dalla parte fissa a quella variabile. Oggi per ogni 100 euro in più destinati al lavoratore medio, circa 30 vanno alle tasse e altri 30 ai contributi sociali. A questi lavoratori, e ai loro datori di lavoro, non sembrerà vero di poter accedere a un prelievo di soli 10 euro per ogni cento di retribuzione. Le asimmetrie nei due regimi sono troppo forti per non incentivare un massiccio trasferimento di base imponibile dall’uno all’altro.
    Non a caso il Governo sembra ora intenzionato a introdurre una serie di paletti legati al cumulo massimo di reddito, al limite per individuo e all’applicabilità del provvedimento al fine delle addizionali regionali. Si profila un provvedimento da azzeccarbugli, che complicherà ulteriormente uno dei sistemi fiscali più ingarbugliati del mondo. Ci piacerebbe sentire il parere del ministro per la semplificazione legislativa, Calderoli: ha in mente un termine efficace per definire questa legge?
    La giustificazione offerta per questo provvedimento è che dovrebbe servire a favorire il decentramento della contrattazione salariale e un più stretto legame fra salario e produttività. È un obiettivo condivisibile, ma lo strumento è sbagliato. Per rafforzare il legame fra salario e produttività, e fra salario e condizioni locali del mercato del lavoro, basta riformare davvero la contrattazione salariale. Non c’è bisogno di far pagare il contribuente. Dopo l’accordo raggiunto dai sindacati il Primo Maggio, è una riforma che può avvenire senza coinvolgere il governo. È giusto che sia così: gli assetti contrattuali sono materia di confronto fra le parti sociali. Bene che si tuteli la loro autonomia.

    IL DOCUMENTO DEL SINDACATO

    Dopo una gestazione quasi decennale è finalmente arrivata la proposta sindacale sulla riforma del sistema contrattuale. Vuole rimediare a patologie del nostro sistema contrattuale diventate ormai insostenibili. La parte più innovativa del documento è l’accordo sulla rappresentanza. Rafforzerà la democrazia nel sindacato e lo spingerà a radicarsi di più sui posti di lavoro anziché trasformarsi in organizzazione partitica e con grande burocrazia centrale. Nel documento vi sono anche importanti aperture al decentramento della contrattazione. Ma si invoca l’intervento di sgravi fiscali per legare il salario alla produttività e si propone di introdurre un nuovo livello di contrattazione – la contrattazione territoriale – in aggiunta agli attuali due livelli esistenti (nazionale e impresa per impresa), col rischio di appesantire ulteriormente assetti contrattuali che hanno ampiamente mostrato di funzionare con una insostenibile lentezza, lasciando milioni di lavoratori con contratti scaduti. Ma procediamo per gradi. Vediamo prima perché è importante decentrare la contrattazione e poi come farlo anche in assenza di sgravi fiscali e di un nuovo livello di contrattazione.

    PERCHÉ SERVE DECENTRARE LA CONTRATTAZIONE

    Molte fonti statistiche convergono nel dimostrare che c’è una crescente eterogeneità nella performance delle imprese in Italia. Alcune raggiungono livelli di efficienza molto forti, riuscendo a competere con successo in mercati altamente concorrenziali. Altre imprese, invece, faticano a raggiungere livelli di efficienza. Oggi la struttura salariale italiana è largamente basata su scatti automatici legati all’anzianità che, oltre a penalizzare i giovani e a incentivare il prepensionamento dei lavoratori più anziani, finiscono per “sottopagare” i lavoratori delle imprese più dinamiche e per spingere verso il lavoro sommerso quelle meno efficienti. Inoltre, la contrattazione centralizzata ha impedito in questi anni lo spostamento di forza lavoro da imprese a bassa produttività a imprese a più alta produttività e gli investimenti nel Mezzogiorno.
    I dati (finalmente!) resi pubblici dall’Istat sul costo della vita per macro aree ci permettono di valutare meglio i paradossi della contrattazione centralizzata in un paese eterogeneo come l’Italia. I salari più alti (a parità di potere d’acquisto) vengono oggi offerti in due regioni, la Campania e il Molise, che vantano il primato negativo dei tassi di occupazione più bassi della penisola: attorno al 35 per cento nel primo caso e di poco superiore al 40 per cento nel secondo. La Campania è anche la regione italiana, dopo la Sicilia, con il tasso di disoccupazione più elevato.

    COME COPRIRE LE PICCOLE IMPRESE

    Il decentramento della contrattazione dovrebbe favorire un adeguamento dei salari sia alla produttività che al costo della vita locale, rimediando ai paradossi della contrattazione centralizzata. Ma il problema è che il tessuto produttivo italiano è principalmente composto da piccole imprese, in cui oggi non è presente alcuna organizzazione sindacale e dove, dunque, è difficile che si possa svolgere alcuna contrattazione. Decentrando la contrattazione si rischia così di lasciare i lavoratori delle piccole imprese senza contratto.
    Per risolvere il problema, il documento approvato dai sindacati prevede il rilancio della contrattazione territoriale. Ma non c’è alcun bisogno di aggiungere un terzo livello negoziale per coprire i lavoratori delle piccole imprese e per legare il salario alla produttività. Basta stabilire a livello nazionale settore per settore, una regola che leghi il salario all’andamento della produttività aziendale, da applicare ex-post alle imprese in cui durante il periodo coperto dal contratto nazionale non sia stato possibile sottoscrivere un contratto di secondo livello. Ad esempio, nelle imprese industriali, la regola potrebbe consistere nell’aumentare i salari in proporzione del 50 per cento dell’incremento del reddito lordo operativo pro-capite (al netto dell’inflazione). Ovviamente l’aumento varierà da impresa a impresa e finirà per premiare i lavoratori in virtù degli incrementi di produttività aziendali.

    BENE TENERE DISTINTI I DUE RUOLI

    L’inciucio che si profila all’orizzonte sugli sgravi fiscali è un esempio di una concezione sbagliata del rapporto fra governo e parti sociali. Bene che le parti si accordino sulle regole fondamentali del modello di relazioni industriali. Queste regole, devono trovare fondamento e validità indipendentemente da eventuali incentivi fiscali. Se l’unica ragion d’essere del nuovo accordo fosse uno sgravio fiscale, significherebbe che in realtà di nuovo non vi è quasi nulla. Al contempo se il governo (magari col sostegno dell’opposizione) vuole ridurre il prelievo sul lavoro, bene che tenga conto di tutti i contribuenti, non solo di chi potrà beneficiare di quella che si annuncia come una gigantesca operazione di collusione fra Confindustria e sindacati nel far pagare le tasse agli altri contribuenti.

  • 20/05/2008 L' Irpef senza gli straordinari
    ...La detassazione degli straordinari modifica in modo significativo la fisionomia del più importante tributo italiano. Perciò, non bisogna solo capire se gli obiettivi siano giusti, ma anche se lo strumento individuato sia il più corretto. L'agevolazione fiscale persegue finalità che si prestano a non poche obiezioni, dà risultati iniqui... http://www.lavoce.info

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