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  • 15/11/2007 Terra di nessuno (Stefano Tabusi, http://www.korazym.org)

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    Terra di nessuno, rigorosamente al di fuori dei confini della legalità: quante volte abbiamo letto o sentito questa annotazione, tra il geografico e il sociologico, per definire il mondo del calcio? Un mondo che inequivocabilmente vive una realtà diversa rispetto a quella che accompagna la nostra quotidianità. Lo testimonia anche l’iter evolutivo della terminologia del pallone che, per stare dietro al “progresso” dello sport più amato dagli italiani, negli anni è passata dal “quasi gol” di Niccolò Carosio, alla cronaca di “guerre”, “battaglie” o, quando proprio va bene, di “tafferugli” (termine peraltro di dubbio gusto). Ma ridurre il fenomeno della violenza a una disciplina sportiva, per quanto questa rappresenti ormai un elemento fondante della nostra società, sarebbe un errore sconsiderato. La follia del calcio è il sintomo di una deriva molto più generale, di cui anche i tragici fatti di Badia al pino che hanno portato alla morte di Gabriele Sandri sono uno specchio fedele.

    “Il colpo era indirizzato orizzontalmente al terreno” ha finalmente chiarito il questore di Arezzo in relazione al comportamento tenuto dall’agente della polstrada (di cui inspiegabilmente sono stati rivelati dalla stampa dettagli di ogni genere: dal nome, L.S., al lavoro della moglie. A quale fine?). Una rivelazione, supportata quasi certamente da un testimone oculare, che sembra togliere ogni dubbio sull’accaduto, dopo il triste velo di incertezza che aveva accompagnato l’ultima delirante domenica. L’agente della stradale, dunque, avrebbe sparato con le braccia tese, mirando probabilmente alla gomma della vettura sulla quale viaggiava il povero Sandri. Un atto insensato, difficile da credere, come le violenze impunite degli ultras, inspiegabile. Ma è veramente così?

    Diciamo la verità: alzi la mano chi non avrebbe sognato di indossare per una volta il cappello da cowboy, per guardare bene nel mirino e provare l’ebbrezza di un colpo di pistola. Chi avrebbe resistito all’idea di sentirsi, anche per un solo istante, David Starsky piuttosto che il John McLain di Die Hard? La realtà è che siamo tutti attori di un mondo i cui valori sono dettati ormai dalla televisione e dai media in generale. Provate ad accendere la televisione ora, in questo istante, e contare quanti programmi vertono su giustizieri improbabili, avvocati alle prese con omicidi oscuri, o medici costretti quotidianamente a fare i conti con morti violente.

    Il senso di una vita che finisce, il dramma e il dolore che ne conseguono, sono ormai copyright dell’industria del cinema e della fiction, con qualche concessione ai programmi di approfondimento. Già, perché senza la nostra Cogne, senza il nostro bel delitto irrisolto non sappiamo più addormentarci, e il giorno dopo ci troveremmo sprovvisti degli elementi fondamentali di uno degli argomenti di discussione più dibattuti nei bar, insieme (guarda caso) alla moviola. Affermare oggi che il fenomeno della violenza sia una peculiarità del calcio, che per risolverlo occorre chiudere le curve, significa agire sull’effetto e non sulla causa, significa non aver fatto i conti con la società e il nostro tempo. Dove chi muore muore davvero, portandosi dietro i propri sogni, ricordi e speranze, dove ci si appassiona per il delitto perfetto, dove la vita è diventata un valore relativo e chiunque sogna di trasformarsi in sceriffo di una causa improbabile. Dove sempre più spesso la realtà gira al ritmo di 25 frame per secondo.

    http://www.korazym.org
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