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  • 06/10/2006 Finanziaria News 06 Ottobre

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    06/10/2006 Finanziaria: L'Italia del ceto medio e del ceto ladro

    Quelli che negli ultimi giorni del governo Berlusconi affollarono le anticamere dei notai per intestare le proprietà a figli e nipoti senza tassa di successione; quelli che abboccarono alla favola della eliminazione dell’Ici e rivoltarono per lui malgrado tutto; quelli dei falsi in bilancio, dei concordati fiscali e dei capitali rientrati dall’estero senza pagare una lira di multa per evasione fiscale; quelli che hanno un impresa che va a gonfie vele e dichiarano meno dell’operaio appena assunto; quelli che ti strizzano l’occhio e non tiu fanno la ricevuta fiscale facendoti lo sconto sul servizio. L’Italia dei furbi e furbetti in questi giorni si è fatta improvvisamente inquieta. Esattamente da quando hanno cominciato a capire che buona parte degli impegni elettorali assunti dall’Unione si andavano concretizzando nelle quasi 300 pagine della legge finanziaria. Ora mugugnano, imprecano contro l’esproprio proletario dimenticando che nei cinque anni passati gran parte del paese si è impoverita a loro esclusivo vantaggio grazie alle leggi e leggine di Berlusconi. Grazie a una legge fiscale che ha impoverito chi era già in disagio e arricchito ancora di più chi stava già bene. L’Italia di oggi assomiglia a un paese sottosviluppato, una immensa favela di disagiati tenuta in scacco da un ristretto manipolo di ricchissimi, con una classe media che praticamente non esiste più. Il ceto medio, quello costituito dalla classe impiegatizia, professionisti e professori, si è diviso esattamente in due : da una parte i lavoratori dipendenti, legati a doppio nodo a contratti di lavoro sempre più lenti dell’inflazione e a un welfare messo sotto strettissima cura dimagrante dal governo Berlusconi; dall’altra i liberi professionisti e i lavoratori autonomi che hanno potuto – e in gran parte anche voluto – approfittare della benevolenza di un premier che in tutto l’arco della legislatura non ha mai nascosto le sue simpatie per chi intraprende in prima persona, e il suo disprezzo per gli altri, i “coglioni” che non pendevano dalle sue labbra, che anzi scendevano in piazza a scioperare piuttosto di lavorare. Uno dei lasciti più penosi e difficili da rimuovere del precedente governo è questa secca cesura, italiani fra italiani, uniti dai comuni destini del paese ma divisi dal denaro. La solidarietà in soffitta, e non basterà certo tassare le suv per ricrearla. Il ceto ladro venderà cara la pelle anche se probabilmente non scenderà in piazza contro il governo, perché i pescecani non si fidano mai di nessuno, ancor meno dei propri simili. Ma seppure dovessero prendere coraggio e unirsi in corteo dietro al loro leader feticcio, spero che il ministero del tesoro non si lasci scappare la ghiotta occasione di utilizzare la diretta televisiva della manifestazione per fotografarli e individuarli uno ad uno, più o meno come si fa allo stadio quando scoppiano i disordini. Per invitarli poi direttamente alla agenzia delle entrate a spiegare i motivi del loro malcontento, risparmiando anche denaro pubblico per gli annunciati studi di settore. Stefano Olivieri

    06/10/2006 Finanziaria: La parola nuova è equità

    Equità sembra essere la parola d’ordine della prima manovra finanziaria dell’Unione. La distanza che separa la finanziaria al centro del dibattito politico di questi giorni, dalle manovre finanziarie degli anni passati, è notevole. Durante la scorsa legislatura la cosiddetta “Finanza creativa” ideata da Giulio Tremonti (e approvata da Berlusconi) sembrava legittimare le sperequazioni sociali e faceva poco o nulla per contrastare il dramma dell’evasione fiscale. Oggi invece parole come “equità” e “redistribuzione” compaiono tra molto clamore nel vocabolario della politica italiana. Ovviamente, il giudizio sul valore di una politica economica ispirata ai principi dell’equità e della redistribuzione della ricchezza sociale varia in base alla collocazione politica di chi lo pronuncia (e allora, forse, la distinzione tra Destra e Sinistra ha ancora un qualche significato!). Quando Prodi afferma che “governare vuol dire avere presenti in primo luogo gli interessi dei più deboli” e che “un paese moderno, civile e democratico deve avere come obiettivo quello della realizzazione della giustizia sociale”, sembrano non esserci dubbi che l’intenzione del Premier sia quella di rispettare gli impegni assunti in campagna elettorale e coniugarlo con le aspettative dell’opinione pubblica progressista. L’attenzione per i ceti meno abbienti è dimostrata dal fatto che non ci saranno aumenti per le imposte versate da coloro che percepiscono un reddito inferiore ai 40.000 euro all’anno (si tratterebbe del 90% dei contribuenti italiani). Inoltre, pare che le risorse che si otterranno con la manovra saranno fondamentali per il riordino dei conti pubblici, che versano in una situazione molto grave dopo il dissesto causato dal quinquennio berlusconiano e per il finanziamento di settori fondamentali della spesa pubblica, che da anni subiscono tagli, soprattutto in Sanità, Istruzione e Ricerca scientifica. I partiti dell’Unione, come era prevedibile, approvano la manovra finanziaria. Sembra esserci qualche perplessità da parte di alcuni esponenti della Margherita e dell’Udeur di Clemente Mastella, il quale invita al dialogo con l’opposizione, per evitare il pericolo che la manovra possa costituire una sostanziale minaccia per gli interessi economici del ceto medio. A queste si somma la contrarietà della Sinistra radicale ad un passaggio della finanziaria che prevedesse il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. I sindacati, nonostante nelle settimane scorse avessero velatamente minacciato uno sciopero generale qualora la finanziaria non li avesse soddisfatti pienamente, hanno dato la loro approvazione alla manovra di Prodi, al punto cha anche Fausto Bertinotti - pur negando che nella politica economica dell’Unione ci sia stata la prevalenza eccessiva delle forze della sinistra radicale - ha dichiarato: “Capisco il consenso dei sindacati per una legge finanziaria che finalmente in una società che ha prodotto clamorosamente degli sbalzi nella redistribuzione della ricchezza, anche grazie all’evasione, fa sì che per la prima volta il lavoratore che guadagna 1000 euro e il pensionato che ne prende 500 possono a loro volta essere oggetto di una redistribuzione della ricchezza” (la Repubblica, 3 ottobre 2006). Le reazioni da parte dell’opposizione di centrodestra (al momento, parlare di Casa delle Libertà pare un ricordo del passato) sono di segno completamente opposto. Per i parlamentari di Forza Italia e della Lega, i discorsi a proposito di equità, lotta all’evasione fiscale e redistribuzione, dimostrano il prevalere di una logica massimalista che intende punire chi produce la ricchezza. Dopo la scoperta dei girotondi da parte di An, si comincia a parlare di manifestazioni di piazza contro il Governo, anche se l’UDC di Casini prende le distanze dal resto dell’opposizione e annuncia una dura battaglia parlamentare per modificare gli aspetti più negativi della manovra del Centrosinistra. Anche il giudizio degli industriali è negativo: Montezemolo, Presidente di Confindustria, giudica troppo demagogica la manovra finanziaria e ritiene che il governo sia stato troppo cauto nei tagli della spesa sociale e nella riduzione degli sprechi in vista di un’adeguata razionalizzazione dell’apparato statale. Se si tenta di ragionare per un po’ al di fuori della stretta appartenenza politica, il giudizio sulla manovra diventa più complesso e variegato. Innanzitutto, si deve valutare positivamente che finalmente, dopo anni in cui sembrava che il liberismo trionfasse senza critiche, si comincia a parlare di redistribuzione della ricchezza. Si è presa consapevolezza che le disuguaglianze sociali, aumentate sensibilmente negli ultimi anni, sono tali da mettere in crisi la stessa stabilità del patto sociale. Eppure, non tutto è stato fatto per mettere in piedi una politica realmente egualitaria, a cominciare dall’aumento dei tickets per alcune prestazioni sanitarie, che mettono in discussione i principi di universalità dello stato sociale. Inoltre, una misura impopolare (ma che risponde alla logica egualitaria che guida l’azione del Governo) come la tassa di successione, non è stata reintrodotta “per ragioni politiche, anche se faceva parte del programma di governo”, come lo stesso Vincenzo Visco ha dichiarato. A sollevare preoccupazioni ci sono anche le critiche provenienti dalle amministrazioni locali, che subiranno una riduzione delle risorse erogate dallo Stato e saranno probabilmente costrette a elevare i tributi locali, con ciò contraddicendo tutti coloro che approvano la finanziaria sostenendo che non determinerà un incremento del carico fiscale. Ma questa finanziaria è un primo passo avanti. di Domenico Melidoro - Altrenotizie.org

    06/10/2006 I Sindaci dell'Unione, la Finanziaria e lo Stato

    Ci sono due modi possibili di interpretare la protesta dei sindaci [dell'Unione e di grandi città] contro la finanziaria [dell'Unione]. Il primo è tutto politico: i sindaci più importanti si candidano ad alternativa al ceto dirigente attuale della maggioranza "riformista" dell'Unione che sta per dare vita al Partito democratico: Chiamparino, forte dei successi olimpici, Cofferati, l'uomo della legalità senza tentennamenti, Domenici, il promotore dello "sviluppo" fatto di Tav e inceneritori, e Veltroni, il sindaco più cinematografico che ci sia, alzano la voce per aumentare le loro quotazioni. Forse c'è del vero, ma non importa. Il punto centrale è un altro: il presidente dell'Associazione nazionale dei comuni [Anci], appunto Domenici, e alcuni suoi autorevoli colleghi stanno dando voce, a modo loro, a quel che in questo momento pensano tutti i sindaci italiani, grandi e piccoli, dell'Ulivo o della destra. E quel che pensano è: gli ostacoli e i tagli ai bilanci comunali precipitano le istituzioni locali in una situazione disperata, perché - come spiega bene Cofferati sul Corriere della Sera di giovedì - sono i comuni quelli che stanno in prima linea sul fronte dei bisogni sociali: a loro, per forza di cose, è stato negli ultimi anni delegato in modo sempre più massiccio il ruolo che nel welfare, nella protezione sociale, un tempo era soprattutto assolto dallo Stato. Cofferati aggiunge una considerazione molto interessante [tra altre più discutibili, ad esempio sullo stipendio del manager dei servizi pubblici privatizzati]: e cioè che la politica macro-economica [come piace dire agli economisti di tutti i colori, perché sempre economisti sono] non ha senso, se non si tiene conto che la società è molto cambiata. Per cui ridare qualche soldo ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato grazie al "cuneo fiscale" [l'alleggerimento dei carichi previdenziali sul lavoro, che poi vanno in buona parte a vantaggio delle imprese] non pesa, sulla bilancia, quanto amputare la spesa comunale in diritti sociali sul territorio, perché lì i lavoratori dipendenti sono ormai diventati "atipici", dilagano le figure del lavoro precario [cui la finanziaria invece aggrava la spesa contributiva: dopo il danno, il danno], nonché la popolazione di pensionati, di senza lavoro, di studenti, ecc. Cofferati rivolge questa notazione al suo successore nella Cgil, Epifani, il quale - guardando appunto solo alla politica macroeconomica e ignorando colpevolmente le trasformazioni sociali che pure grandi categorie e molte camere del lavoro Cgil da anni segnalano, con tutta evidenza inutilmente - non solo si è congratulato con il governo, ma ha in sostanza lasciato che si dicesse "ecco la finanziaria della Cgil". Più o meno lo stesso hanno fatto, del resto, le sinistre radicali [solo i Verdi hanno sussurrato, giusto per onore di firma, che sulle energie alternative si continua a scherzare, mentre il governo procede come un treno ad alta velocità verso il fossile a tutti i costi] evidentemente accecate dalla retorica, dice ancora bene Cofferati, sui ricchi che devono piangere: se anche fosse vero che oltre i 70 mila euro di reddito lordo si tratta di "ricchi", aumentare l'Irpef a questa fascia non compensa nemmeno lontanamente la gigantesca evasione dei ben più ricchi lavoratori autonomi o professionisti e, appunto, il taglio ai bilanci dei comuni. Tutto questo significa che si è aperto un abisso tra politiche macroeconomiche e economie locali, tra Stato e comuni, perché la società, la stessa economia e anche il peso politico relativo dei diversi livelli istituzionali sono tanto cambiati, da rendere inefficace e perfino demagogica una politica economica ispirata dalle vecchie ricette della "redistribuzione della ricchezza". Eludere le domande su cosa sia la "ricchezza", come la si produce e dove effettivamente la vita dei cittadini si svolge e la loro capacità di influire sulle politiche pubbliche si esercita - ossia nei municipi - rende i politici ciechi. di Pierluigi Sullo - Carta.org

    06/10/2006 Capezzone: Modificare la Finanziaria con un tavolo bipartisan

    Venerdì, 06 ottobre "La Finanziaria così com'è non può andare. E' troppo grande la distanza tra il Dpef,che aveva scelto la linea delle riforme strutturali sul lato della spesa, e una Finanziaria che ha scelto di agire sul lato delle entrate,delle tasse.Per questo,abbiamo lanciato il tavolo bipartisan per le modifiche alla Manovra,che è una risorsa per tutti". Così Capezzone, segretario dei Radicali. "Mi auguro-prosegue- che il governo voglia ascoltare e comprendere quanto si muove nel Paese, che chiede meno tasse e più riforme", dice Capezzone.

    06/10/2006 Fini: Questa Finanziaria colpisce il 95% degli italiani

    Venerdì, 06 ottobre "La Finanziaria, a oggi, è stata criticata da tutti,eccetto che da Prodi e da Padoa-Schioppa. Il nostro è un giudizio negativo perchè si tratta di una legge classista". Così il leader di An, Fini, ospite di Vespa a "Porta a porta". "E'stato Visco a dire che a partire da 40 mila euro lordi in su ci sarà un aggravio del prelievo fiscale." "Dunque-rimarca Fini-è una Finanziaria che colpisce il 95% degli italiani". I sindaci vi hanno avvertito. Cofferati -nota Fini - dice che la Manovra "colpisce i deboli e i ceti medi, altro che ricchi".


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