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  • 08/03/2007 Sette mesi dopo l'indulto (Luigi Marini, www.lavoce.info)

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    Di cosa parliamo quando parliamo di indulto?

    Parliamo di un provvedimento che ha quasi dimezzato le presenze nelle carceri italiane, riavvicinando queste strutture a una dimensione di legalità che si era definitivamente smarrita a causa di un sovraffollamento inarrestabile. Un po’ come se, non riuscendo a garantire la stessa salubrità degli ospedali si decidesse di dimettere tutti i ricoverati salvo quelli non trasportabili.

    Tante questioni dietro una parola

    Parliamo di un provvedimento di clemenza che ha abbattuto le pene per quasi tutti i condannati, compresi i rei di crimini che, tradizionalmente esclusi, un non sotterraneo accordo tra le forze politiche ha permesso di "recuperare". Come dire: tu puoi liberare i disgraziati, io i corrotti. Il che, tanto per fare un facile esempio, ha offerto su un piatto d’argento al Parlamento la possibilità di non far decadere un onorevole che grazie ai tre anni di sconto della pena inflitta si trova a beneficiare di misure alternative e a conservare ancora (e per sempre?) lo status e i benefici del mandato elettivo.
    Parliamo di una scelta politica che, alleggerendo la pressione sulle carceri, era stata prospettata da una parte dell’attuale maggioranza come lo strumento indispensabile per un’operazione di intervento sul sistema delle pene e sul recupero della loro funzione costituzionale. Operazione in realtà mai avviata e ormai impraticabile. Il che dimostra che la maggioranza ha molte anime e che le cosiddette derive securitarie hanno molti padri e fratelli.
    Parliamo di un provvedimento che, votato a larghissima maggioranza parlamentare, è divenuto strumento di una campagna di stampa che ha seminato paure basate su fatti in larga parte mistificati e su valutazioni infondate. La recente ricerca coordinata e presentata da Claudio Sarzotti ha fornito a questo proposito numeri e comparazioni che gettano una luce assai triste sul comportamento di tanta stampa, asservito ai peggiori luoghi comuni, se non agli interessi politici del momento.
    Parliamo di un provvedimento che in modo eclatante ha segnato la crisi dei rapporti fra il processo penale e il suo stesso scopo, che non si limita all’accertamento dei fatti, ma anche a vedere eseguite le decisioni prese al termine di anni di indagini e di udienze. La rottura di quel rapporto è stata massiccia e, si badi bene, solo in apparenza emergenziale, così che è apparsa chiara a tutti gli operatori la circostanza che gran parte degli sforzi del sistema giudiziario sono destinati a naufragare nelle acque dove confluiscono politiche, culture e strategie fra loro non compatibili e ormai prive di una sintesi.
    Parliamo di un provvedimento che ha messo i magistrati di fronte a scelte inevitabilmente politiche in presenza di politiche pubbliche incoerenti, che non danno alcun valore aggiunto e hanno esclusivamente la capacità di de-strutturare il sistema giuridico e i suoi strumenti operativi.
    Di tutto questo parliamo parlando di indulto, e altri argomenti ancora potremmo introdurre. Tuttavia, dovendo scegliere proverei a spendere due parole su stampa e magistratura, questi poteri di cui la politica e la società non possono fare a meno, e che insieme temono e cercano di strumentalizzare.

    La stampa e l’indulto

    Dopo aver votato la legge sull’indulto molti dei nostri esponenti politici si sono premurati di prendere le distanze da essa. Del resto una linea, per quanto italiana, di law and order non sembra poter metabolizzare e giustificare credibilmente 25mila scarcerazioni. Meglio, allora, scaricare le responsabilità della scelta sulla maggioranza e, nello stesso tempo, rafforzare i numeri ed enfatizzare le conseguenze "gravissime". Ogni singolo reato che urtasse le facili sensibilità della gente, quella stessa gente da un decennio destinataria di campagne della paura, e ogni statistica presentabile, per quanto incerta e forse non vera, sono stati oggetto per mesi di una amplificazione mediatica che nessuno ha saputo contrastare efficacemente. L’equipe di Sarzotti ci dice ora che nei cinque mesi successivi al vigore della legge i rientri in carcere ammontano all’11,9 per cento dei 25.608 beneficiari (i cosiddetti "indultati"). In passato le ricerche hanno quantificato attorno al 31-32 per cento la quota dei recidivi rispetto ai beneficiari dei provvedimenti di amnistia-indulto. Ci dice, poi, che i rientri di persone straniere ammontano in tutto a 833, in gran parte per reati connessi alle norme sull’immigrazione illegale. Insomma, pur con tutte le cautele dovute alle differenze fra le ricerche, ci dice che ogni allarme è stato talmente infondato da apparire sospetto.

    Le reazioni della magistratura

    Sul versante giudiziario molto si è detto delle ripercussioni di un indulto non accompagnato da un provvedimento di amnistia. Molti uffici si sono dati, più o meno espressamente, criteri di priorità nella trattazione di indagini e processi, cercando di salvare l’effettività dei casi che non saranno oggetto di indulto. Ma ci sono anche uffici, come la procura di Torino, dove una ricognizione sulle conseguenze dell’indulto ha messo in luce una verità che non si vuole affrontare davvero: il numero dei casi penali è così elevato (siamo nell’ordine di 3 milioni di nuovi fascicoli ogni anno) che senza periodiche amnistie il sistema va al collasso. La scelta di non accantonare i procedimenti "minori" (e anche qui: minori per chi?) adottata da qualche anno dalla procura torinese ha messo in crisi le sue stesse strutture (ci si è accorti che per gli adempimenti successivi alla chiusura delle indagini passano mediamente 3 anni e mezzo) e ha affogato di carte il tribunale, incapace di fronteggiare il carico di lavoro e ormai costretto a fissare nel 2009 i processi monocratici.
    Di fronte a questa vera e propria bancarotta il procuratore di Torino ha deciso di bloccare tutti i processi che fra indulto e probabile prescrizione sono ritenuti "inutili". Una inutilità che colpisce la stragrande maggioranza dei procedimenti per fatti anteriori al giugno 2006 e li destina così a restare senza una risposta giudiziaria.
    Tutto questo è tollerabile, oltre che terribilmente ancorato alla realtà? Si può non condividere in radice la scelta torinese, e si può non condividere soluzioni simili adottate altrove con toni di minore drasticità. Ma i fatti sono fatti.
    Una politica che in questo paese ha rinunciato a interventi strutturali (ammesso che ci abbia mai provato seriamente) si condanna da sola a interventi emergenziali, che rinviano i problemi e sempre li aggravano. Se una conferma possiamo trarre dalla legge sull’indulto, non è certo la presenza nel paese di differenze culturali difficili da far convivere, quanto la debolezza di un sistema che, tutto, ha paura di perdersi e per questo a perdersi appare destinato.

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