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  • 26/01/2009 Sfida all' euro (Barry Eichengreen, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Il 2008 è stato l'anno degli shock finanziari asimmetrici nell'area euro, ma il 2009 sarà quello dello shock economico simmetrico. Tutta Europa scivola in recessione e si profila l'ombra della deflazione. Serve dunque una risposta comune di politica monetaria. Che porti a zero i tassi di interesse e ampli l'offerta di moneta. I paesi che possono permetterselo dovrebbero adottare politiche fiscali espansionistiche. L'anno iniziato con la più grande sfida all'euro potrebbe diventare l'anno della sua salvezza. A patto che i politici agiscano. E nel modo giusto.

    Quella che nel 2007 è iniziata come la crisi dei subprime, nel 2008 si è trasformata nella crisi globale del credito, nel 2009 è diventata la crisi dell’euro. E c’è chi ora prende in seria  considerazione l’ipotesi che un membro dell’area euro, la Grecia per esempio, possa ripudiare il proprio debito. Un evento che non solo danneggerebbe direttamente i bilanci delle singole banche, ma distruggerebbe la fiducia nell’intero sistema bancario e finanziario del paese. Nell’impossibilità di ottenere prestiti e di fronte agli immensi costi di ricapitalizzazione delle banche, il paese dovrebbe stampare moneta, ma per farlo dovrebbe abbandonare l’euro e reintrodurre la vecchia moneta nazionale.

    DUE ALTERNATIVE

    Il paragrafo precedente contiene molte premesse dubbie e non-sequitur logici: non sono pochi ad averlo osservato, da Willem Buiter a Wolfgang Munchau al sottoscritto. In primo luogo, che alla Grecia sia concesso di ripudiare il debito, è tutto da vedere. Un’alternativa esiste e consiste nella riduzione della spesa pubblica, nel taglio dei salari e in aiuti finanziari al governo senza soldi in cassa da parte dell’Unione Europea e del Fondo monetario internazionale.
    Certo, sarebbe una alternativa assai dolorosa, che non piacerebbe a nessuno, salvo forse all’Fmi, che potrebbe approfittare dell’occasione per riaffermare il suo ruolo di “banca” per i paesi sviluppati. Contro i tagli al bilancio e la riduzione dei salari ci sarebbero dimostrazioni di piazza, i politici perderebbero consensi e i governi cadrebbero. E all’interno dell’Unione Europea non mancherebbero le resistenze a offrire aiuti finanziari agli Stati membri più problematici.
    Alla fine, però, tutti ingoierebbero il rospo e andrebbero avanti, proprio come ha fatto il Congresso americano che prima ha tentato il “gran rifiuto”, ma poi ha approvato il piano di salvataggio per le banche da 700 miliardi di dollari, mentre all’orizzonte si profilava il disastro.
    È vero che se la crisi attuale ci ha insegnato qualcosa è che non si dovrebbe mai sottovalutare l’abilità dei politici di fare la cosa sbagliata. Ma anche il più cieco dei politici può vedere che cosa è in ballo oggi: gli investitori fuggirebbero in massa dalle banche e dai mercati del paese che prendesse in considerazione l’ipotesi di abbandonare l’euro. Per quanto grave la crisi, i politici si renderanno pur conto che il tentativo di sganciarsi dall’euro, la renderebbe solo peggiore.
    Altra lezione della crisi è che gli shock finanziari possono diffondersi in modo imprevedibile. Nessuno sa se il default della Grecia darebbe luogo a un crollo dei prezzi dei titoli di Stato irlandesi o italiani, facendo precipitare quei paesi in una piena crisi di debito pubblico e di sistema bancario. Ma nessuno vuole scoprirlo. Così, alla fine, l’Unione Europea dovrà superare la sua avversione ai salvataggi.

    UN ERRORE L’ADOZIONE IRREVERSIBILE DELL’EURO?

    Dunque, l’area euro resterà unita perché la decisione di entrare a farne parte è sostanzialmente irreversibile: uscirne è impossibile senza dar luogo alla più grave crisi finanziaria che si possa immaginare, un rischio che nessun governo può permettersi di correre.
    Ma allora entrare nell’euro è stato un errore fin dall’inizio? Gli argomenti di chi era contrario all’unione monetaria si fondavano sull’esistenza di crisi asimmetriche: gli shock negativi che colpiscono alcuni paesi, e non altri, sono di gran lunga prevalenti e dunque era imprudente rinchiudere tutti in un’unica politica monetaria. Se gli shock asimmetrici avessero colpito paesi fortemente indebitati, questi non avrebbero avuto alcuna possibilità di utilizzare le politiche fiscali per stabilizzare la situazione. E senza meccanismi per affrontare simili situazioni, come un sistema di trasferimenti tra Stati, sarebbe rimasta la sola opzione di anni di deflazione e di disoccupazione a due cifre. Più prudente sarebbe stato invece permettere ai paesi indebitati di mantenere la possibilità di ridurre il tasso di cambio invece dei salari, per realizzare molto più facilmente quei miglioramenti di competitività così disperatamente necessari. È il classico argomento di buon senso a sostegno della flessibilità dei cambi.
    E in parte, quello cui stiamo assistendo oggi è un chiaro shock finanziario asimmetrico. Paesi come la Grecia con problemi di debito e di deficit sono stati ora individuati dagli investitori che scappano da qualsiasi cosa emani il minimo sentore di rischio. Così come i paesi con le bolle immobiliari più pronunciate, l’Irlanda e la Spagna per esempio, soffrono la recessione più grave, ora che le bolle si sgonfiano e i problemi si diffondono all’intero sistema finanziario. Sono gli spread sui loro titoli di Stato a essere schizzati verso l’alto, è là che la produzione è caduta di più ed è là che la necessità di tagli ai salari è più acuta. L’unico mistero è perché gli investitori abbiamo impiegato così tanto tempo ad accorgersi di questi problemi, perché non abbiano individuato questi paesi sei mesi o un anno fa?

    SHOCK FINANZIARI ASIMMETRICI E SHOCK ECONOMICI SIMMETRICI

    Più passano i giorni e più è chiaro che il vero grande problema è lo shock economico negativo che colpisce l’intera area euro. I diversi paesi dell’area possono aver sofferto in modo diverso le turbolenze finanziarie, ma ora sperimentano tutti allo stesso modo le turbolenze economiche: tutti affrontano un crollo della crescita. La Germania, che pensava di essere immune alla crisi economica, vede ora crollare le esportazioni. E vede crescere la disoccupazione, che può essere finora contenuta, ma è la punta dell’iceberg, e non c’è più alcun dubbio sulla quantità di ghiaccio che sta sotto la superficie.
    Questo shock è simmetrico: interessa tutti i membri dell’area euro. E ciò significa che è appropriata una risposta comune di politica monetaria. Aumenteranno le pressioni sulla Bce perché riduca a zero i tassi di interesse, aumenti l’offerta monetaria e permetta al tasso di cambio dell’euro di indebolirsi. (Una parte dell’aggiustamento, quest’ultima, che già inizia a verificarsi, senza che ci sia stato alcun intervento della Bce). Ora che la recessione e la deflazione incombono sull’area euro, questa è la risposta su cui tutti i membri dovrebbero trovarsi d’accordo e che può essere accompagnata da stimoli fiscali. E tanto meglio se sono i paesi con posizioni di bilancio relativamente più forti, come la Germania, ad applicarli in misura più ampia: il risultato sarà un aiuto dall’esterno, più che necessario, ai loro vicini più pesantemente indebitati e senza un soldo.

    COSA DOVREBBE FARE LA BCE

    Ovviamente, l’assunzione necessaria di tutto ciò è che i politici facciano la cosa giusta. La Bce dovrà abbandonare la sua ossessione per l’inflazione, ridurre a zero i tassi e ampliare l’offerta di moneta. La Germania dovrà liberarsi della fobia del deficit e applicare quello stimolo di bilancio di cui il paese, e tutta l’area euro, ha così disperatamente bisogno. Dopo aver a lungo opposto un ostinato rifiuto, entrambe si muovono ora nella giusta direzione, ma non c’è tempo da perdere.
    Se il 2008 è stato l’anno dello shock finanziario asimmetrico, il 2009 è l’anno dello shock economico simmetrico. E proprio come quello appena passato è stato l’anno che più ha messo a rischio l’euro, questo può essere l’anno della sua salvezza. Perché ciò accada, però, i politici devono agire.

    * Il testo in lingua originale è pubblicato su Vox.
    I commenti possono essere inviati in lingua originale al sito da cui l'articolo è tratto

    27/01/2009 Agli italiani costa anche la disinflazione (Enrico D'Elia, http://www.lavoce.info)

    L'attuale fase di rallentamento dei prezzi potrebbe portare paradossalmente alcune conseguenze negative per le imprese italiane, aggravando gli effetti di una delle peggiori crisi del dopoguerra. I prezzi italiani, infatti, tendono a crescere meno di quelli europei solo quando l'inflazione accelera. Appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi scendono meno della media, compromettendo la competitività del paese. Il settore più critico è quello dei servizi, dove ormai è indispensabile smantellare posizioni di rendita ed inefficienze.

     

    Mentre in Europa l’inflazione scende rapidamente grazie al crollo del greggio e la crisi dei consumi, in Italia il rallentamento dei prezzi è relativamente più modesto. In meno di un anno, il nostro paese è così passato da un tasso di inflazione inferiore rispetto alla media europea a uno superiore di quasi mezzo punto percentuale. L'inversione di tendenza potrebbe rivelarsi molto pericolosa per la competitività italiana, proprio in un momento in cui il contributo della domanda estera sarebbe prezioso.

    SERVIZI, IL PUNTO DEBOLE

    Gli ultimi dati non fanno che confermare una delle tante peculiarità del sistema Italia: quando i prezzi crescono molto, generalmente sotto la spinta di qualche shock esogeno, la nostra inflazione riesce a mantenere il passo di quella europea, ma appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi tornano a crescere più della media. Se si guarda al differenziale di inflazione tra l’Italia e la zona euro, si osserva un restringimento sistematico nelle fasi di forti rincari e un successivo allargamento in quelle di riassorbimento delle tensioni (vedi figura 1). In media, dal 1996 a oggi, ogni riduzione di un punto percentuale dell’inflazione europea ha fatto aumentare il differenziale italiano di circa 3 decimi di punto (vedi tabella 1). Èpossibile stimare che l’attuale differenziale di mezzo punto percentuale potrebbe essere azzerato solo se l’inflazione europea superasse nuovamente il 3 per cento l’anno, un ritmo chiaramente incompatibile con gli obiettivi di stabilità monetaria perseguiti tenacemente dalla Bce.
    Non tutti i prodotti seguono questa tendenza. Ad esempio, i prezzi dei beni industriali italiani (esclusi i prodotti raffinati) crescono sostanzialmente in linea con quelli europei sia nelle fasi di accelerazione, quando perdono meno di un decimo per ogni punto di inflazione europea, sia in quelle di decelerazione, quando guadagnano appena 4 decimi a punto. Molto diverso è il caso dei servizi (vedi figura 2): quando i prezzi accelerano, anche quelli dei servizi italiani vanno più piano di quelli europei, mediamente di 2 decimi per ogni punto di inflazione in più, ma poi recuperano rapidamente quando in Europa i rincari si esauriscono, guadagnando 4 decimi per ogni punto in meno di inflazione europea. Dopo un ciclo di rincari, i consumatori italiani si trovano così a pagare per i servizi lo 0,2 per cento in più per ogni punto di aumento iniziale dell’inflazione. Alla fine dell’ultimo shock petrolifero, che ha portato la crescita dei prezzi dal 2 al 4 per cento circa, il conto per le famiglie potrebbe dunque sfiorare gli 1,7 miliardi di euro l’anno, che corrispondono a quasi 70 euro a famiglia, ovvero a un paio di mesi di ricarica di una social card.
    La scarsa produttività dei servizi italiani non è sufficiente a spiegare, da sola, simili asimmetrie. Infatti l’accumulo di un differenziale di prezzo così ampio è possibile solo grazie allo scudo offerto da un mercato scarsamente concorrenziale, con forti barriere all’entrata di nuovi operatori e con margini di profitto che garantiscono comunque la sopravvivenza anche delle imprese meno efficienti. Le politiche anticicliche, pur avendo il compito di sostenere l’intera l’economia, non dovrebbero assecondare queste tendenze, ma, da questo punto di vista, i recenti provvedimenti del governo sono piuttosto contraddittori. Da un lato, la “rottamazione” delle imprese commerciali e turistiche meno efficienti, prevista dal decreto anticrisi, sembra un primo passo nella direzione di una “pulizia” del mercato. Vanno nella stessa direzione anche il price cap asimmetrico, ovvero applicabile solo sugli aumenti, sulle tariffe pubbliche e i vincoli all’attività delle aziende municipalizzate, regionali, e così via, i limiti alla commissione di massimo scoperto e la riduzione dei compensi per le società di riscossione. Tuttavia, i crediti d'imposta su assunzioni e investimenti restano sostanzialmente a pioggia, senza alcun discrimine tra settori e imprese più o meno efficienti e concorrenziali, e aumentano gli aiuti a un settore sostanzialmente monopolistico come le ferrovie. Soprattutto, non si parla più delle politiche di liberalizzazione, timidamente intraprese negli anni scorsi. Anzi, il salvataggio dell’Alitalia rischia di assestare un altro duro colpo all’assetto competitivo del trasporto aereo in Italia, come ricordato anche di recente da Andrea Boitani. In queste condizioni, è probabile che i ritardi nell’adeguamento dei prezzi italiani ai ritmi europei restino strutturali e che consumatori e imprese efficienti continuino a essere paradossalmente penalizzati da un rallentamento dell’inflazione.

    Fig. 1 – L’andamento dell’inflazione in Italia e in Europa

     
    Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

    Tab. 1 - Variazione del differenziale italiano per ogni punto in più di inflazione europea (*)

    Settori 1997-2008 Fasi di accelerazione Fasi di rallentamento
    In complesso -0,312 -0,283 -0,311
    Beni industriali (non energetici) -0,057 -0,084 -0,035
    Servizi -0,325 -0,196 -0,429

    (*) Stime OLS del parametro b nel modello: (differenziale italiano) = a + b (inflazione europea)

    Fig. 2 – L’andamento dei prezzi dei servizi in Italia e in Europa

     
    Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

     

    * Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle dell’autore e non impegnano in alcun modo l’istituto di appartenenza.

     

    Foto: Credit © European Communities, 2009



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