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  • 21/02/2006 Mater Semper Celta (Marco Travaglio, www.unita.it , visto su www.comedonchisciotte.org)

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    Ha ragione Calderoli: «Adesso non esageriamo». Nell'ora della prova più difficile, dopo anni di crociate solitarie condotte a mani nude con grave sprezzo del pericolo e del ridicolo, ora che viene colpito negli affetti più cari (la poltrona), giunga allo statista celtico tutta la nostra solidarietà. Il suo stupore per chi «la fa tanto grossa» dimissionandolo su due piedi per un'innocua maglietta della pelle, è anche il nostro. Il premier lo rimpatria in Padania col foglio di via, manco fosse una filippina clandestina. Fini finge di non conoscerlo. Giornali e tg l'attaccano. I vescovi quasi lo scomunicano. Nossignori, non si tratta così un senatore della Repubblica, già vicepresidente del Senato, poi ministro delle Riforme Istituzionali e della Devolution. Poi dice che uno polemizza. Ma che dovrebbe fare, pover'uomo?

    Mettiamoci nei suoi panni. Nella primavera del 2003, numero due del Senato, viene chiamato a sostituire Umberto Bossi nel governo. Lui, l'odontoiatra di Bergamo bassa figlio di odontoiatri e fratello di odontoiatri, sulle prime non ci crede. Ma gli amici al bar, che lo chiamano «Pota», assicurano che è tutto vero. Indossa il vestito buono, quello con la pochette verde pisello, e si fa portare al Quirinale. Si aspetta che, vedendolo in faccia, i corazzieri lo rispediscano al mittente. Invece lo fanno entrare. Autoironico com'è, pensa tra sè: stavolta lo scherzo me l'hanno organizzato bene. Invece è tutto vero: ai piani alti trova i capi dello Stato e del Governo col decreto di nomina che porta proprio il suo nome: Roberto Calderoli, ministro.

    Basta firmare. Mentre se ne va, ha il sospetto che qualcuno stia per saltargli addosso con un cappellino colorato, una trombetta di Menelik e una fiala puzzolente. Invece i corazzieri scattano sul presentat'arm. «Su di me non avrei scommesso una lira», confessa al Corriere che gli dedica un paginone d'intervista. Da allora non può fare un passo senza un corteo di giornalisti, telecamere e microfoni spianati: nei primi tempi si guarda istintivamente alle spalle, pensando che stia arrivando qualcuno di importante. Salvo poi scoprire che sono lì per lui. Vogliono davvero sapere cosa pensa lui. Da non credere. Lo ascoltano, fotografano, registrano, prendono buona nota. E non uno che rida. È la prima volta che gli capita, in tanti anni. Lo trattano proprio come una persona normale. Vuoi vedere che non si accorgono di niente?

    Vuoi vedere che gli lasciano passare le sparate che facevano sobbalzare perfino gli amici dell'osteria Ceresola, in Valle Imagna? Perché lui, tetragono, le ripete tutte anche in Consiglio dei ministri. «La cancrena meridionale…». Ma non succede niente. «Il partito dei finocchi». Ma nessuno fa una piega. «L'Europa dei culattoni». Silenzio di tomba. «Sparare agli scafisti». Manco un plissè. «Fuori gli insegnanti meridionali dalle scuole padane». Tutti zitti. «Cannonate alle barche dei clandestini». Nada de nada. «Castrazione per i pedofili, magari con un bel colpo di cesoie». Segue ampio e articolato dibattito.

    Un giorno c'è da sistemare la Costituzione in una baita di Lorenzago, e chi ci mandano? Ma Pota, naturalmente, insieme ad altri tre saggi del suo calibro. Lui, di ritorno dalle rupi, si avventura nei territori impervi della teologia, atteggiandosi a Defensor Fidei. Reclama «una Chiesa cattolica padana». Incita papa Ratzinger a «una nuova Crociata contro l'Islam come ai tempi di Pio V». Ma, in cuor suo, teme sempre che qualcuno si ricordi del suo matrimonio celtico con la Sabina, nel '98, quando alzò il calice di sidro dinanzi al druido Formentini inneggiando a Odino e al dio Taranis secondo il rito più pagano d'Europa. Invece niente. A quel punto, come i serial killer che aiutano la polizia a prenderli, decide di esagerare. Chiede l'uscita dell'Italia dall'euro e una nuova moneta: il «calderolo». Ma non accade nulla. Allora marcia su Padova, alla testa di un corteo contro il pm Papalia, «il più terrone che ci sia», con tanto di bara. Ma nessuno obietta, anzi il premier sembra apprezzare.

    Poi, per Carnevale, s'inventa quella maglietta. Clemente Mimun lo prenota subito per «Dopo Tg». Bravo Pota, che idea! L'ascolto s'impenna e per quattro giorni non succede niente. Poi lo cacciano. A freddo. Solo per qualche morto in Libia o qualche ambasciatore che teme di finire arrosto appena la notizia arriverà dalle sue parti. Non si fa così. Non s'interrompe un'emozione.

    Marco Travaglio
    Fonte: www.unita.it
    visto su: www.onemoreblog.org
    link: http://www.onemoreblog.org/archives/009850.html


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