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  • 26/02/2011 Ferrara al posto che fu di Biagi. Verro (Pdl): “Finalmente realizzato il sogno del pluralismo” (http://www.ilfattoquotidiano.it)

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    Il titolo conta poco: il Foglio, l’Elefantino, Radio Londra. Sarà un programma a soggetto: una telecamera, tre o cinque minuti, tra il telegiornale di Augusto Minzolini e il varietà Affari tuoi. E Giuliano Ferrara farà il suo editoriale quotidiano a milioni di italiani su Rai1. Il direttore del Foglio avrà quel pezzetto di palinsesto che fu del Fatto di Enzo Biagi e che infastidiva così tanto Silvio Berlusconi.

    Il Cavaliere chiuse la rubrica di Biagi, adesso ordina di riaprirla per Ferrara, rientrato a corte, influente consigliere e nuovo editorialista del Giornale. Ma la trattativa tra la Rai e l’ex ministro è curiosa. Ieri il Foglio ha relegato a pagina 7 un’intervista a Mauro Masi. Un paio di colonne innocue, memorabili soltanto perché il direttore generale si definisce un civil servant. All’improvviso, le agenzie annunciano l’avvento di Ferrara: “Torno, ho accettato l’offerta di rifare Radio Londra (trasmissione di Mediaset)”. Troppo facile scoprire chi corteggiava, i due s’erano visti il giorno prima per la chiacchierata sul Foglio. Il consigliere Nino Rizzo Nervo racconta a Klaus Davi un episodio interessante: “Quando si parlava di Maurizio Belpietro in un Cda, suggerii a Masi di prendere in considerazione anche Giuliano per una trasmissione in prima serata, ma allora il direttore del Foglio non era in trincea”.

    E dunque Ferrara ha folgorato Masi in fretta, ancora in affanno per il debutto di Vittorio Sgarbi e per l’ostruzionismo a Lucia Annunziata. Il direttore generale da mesi rinvia l’inizio del settimanale sul potere dell’Annunziata (sei puntate su Rai3), ma in una manciata di ore, senza avvisare nessuno, regala a Ferrara un microfono aperto su Rai1, alla faccia del contraddittorio e del pluralismo contestato ad Annozero per Marco Travaglio. E sull’Annunziata ha mentito in Cda: “Domani ci vedremo (ieri, ndr) per risolvere il problema”, eppure sapeva che la conduttrice di In mezz’ora era all’estero per seguire la crisi libica. Quando può, però, è svelto: altro che matricole bloccate, altro che contratti dispersi. Masi ha mobilitato le strutture di viale Mazzini, sempre puntigliose e burocratiche, per allestire la scenografia di Ferrara entro il 7 marzo, al massimo il 14. Non c’è tempo da perdere per Masi, che ormai è in uscita e con l’ultima operazione può garantirsi un approdo migliore, non certo una vicepresidenza Eni. E non c’è tempo da perdere per Ferrara, scelto dal Capo per tamponare l’emorragia di consensi e militarizzare una fascia oraria da sei milioni di spettatori, già ben controllata da Minzolini.

    Il direttorissimo così smetterà di fare editoriali: il Tg1 filtrerà le notizie a modo suo, l’ex ministro appunterà un commento. Per centinaia di serate quei minuti che chiudevano la giornata politica erano di Enzo Biagi: “Non guardo il Tg1 e non guarderò Ferrara – dice la figlia, Bice questa scelta non mi stupisce perché il momento è delicato per il governo e il presidente del Consiglio”. Il sindacato dei giornalisti Rai parla di propaganda: “Sì, aggiungo anche scandalosa – dice il segretario Usigrai, Carlo VernaMasi parla al Foglio e cerca di rilanciare la sua immagine, disperatamente aggrappato alla poltrona; Ferrara palesatosi consigliere del principe prenota uno spazio di massima visibilità in Rai. E lo fanno con i soldi pubblici”. Giovedì critico con Rai1 per il Festival di Sanremo, il consigliere Antonio Verro (Pdl) è radioso: “Finalmente con Sgarbi e Ferrara vedo realizzato il mio sogno di pluralismo”.

    Il quadro è completo. Rai1? Occupata. Rai2? Quasi bonificata, manca Annozero. Rai3? Immobile. Qui Roma, a voi (Radio) Londra.

    26/02/2011 L’autodifesa di Vendola: mi sono fidato del Pd (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Parla il governatore della Puglia dopo la pubblicazione delle intercettazioni dell'inchiesta sulla sanità regionale: "Ho sostituito Tedesco anche se il suo partito ha fatto muro"

    “Sono contento che la gente a me chieda di più. Che non mi facciano sconti. E voglio chiarire ogni dettaglio”.

    Presidente Vendola, non crede che i suoi sostenitori siano delusi dalle intercettazioni, dalle parole del gip?
    Ieri è stata una giornata terribile. Oggi no, sono felice. Il gip che si occupava direttamente di me ha deciso l’archiviazione.

    Restano i giudizi del gip De Benedictis, tutt’altro che lusinghieri…
    Il giudice che conosce ogni dettaglio della mia posizione mi ha archiviato senza ombre. Quanto all’altro gip, è singolare che entri nel merito di una richiesta di archiviazione che pende di fronte a un altro giudice esprimendo commenti che mi paiono affrettati. Ho la coscienza a posto e voglio chiarire tutto.

    Cominciamo allora. Nel provvedimento del gip De Benedictis si dice che lei avrebbe sostituito manager per lo spoil system. Un modo diplomatico di chiamare la lottizzazione?
    Premetto: lo spoil system è effetto della legge che affida alle Regioni la scelta dei manager. Ma quest’accusa non è fondata: ho sempre rifiutato lo spoil system. Ho scelto i manager dai ranghi delle Asl, basandomi sui profili professionali: se avessi voluto lottizzare non avrei scelto i manager tra i dirigenti più esperti che lavoravano da anni nelle Asl. E soprattutto non avrei dimezzato il numero delle Asl e delle poltrone da 12 a 6.

    Il gip parla di “sistema clientelare” e di “lottizzazione sistematica”. Com’è possibile che lei non si sia accorto di nulla? E se lo sapeva, perché non l’ha denunciato?
    Mi sono sempre basato su competenza e moralità. Leggetevi tutte le intercettazioni. Si sente che io chiedo: “Ma è una persona per bene?”. Di più: ai dirigenti dicevo di respingere le pressioni e di denunciarle.

    Ma non è stato lei a nominare nel 2005 assessore alla Sanità Alberto Tedesco, oggi senatore Pd per cui si chiede l’arresto?
    Tedesco mi era stato rappresentato come l’unico profilo di alta competenza sull’intricata sanità pugliese. La mia parola, il mio sguardo, mi parevano un deterrente sufficiente per chi avesse intenti meno che leciti. Magari sono presuntuoso: penso che chi lavora con me non possa essere sfiorato da dubbi disonesti.

    Il conflitto di interessi di Tedesco – che aveva figli con società che operano nella sanità – secondo i magistrati era noto…
    All’inizio del mandato Tedesco mi diede garanzia che avrebbe sciolto il conflitto. Comunque l’ho sostituito alle prime voci di un coinvolgimento nell’inchiesta. Lo stesso con il mio vice presidente Sandro Frisullo.

    Tedesco e Frisullo… Ma un leader non dovrebbe saper scegliere i suoi uomini?
    Frisullo era il più autorevole rappresentante del Pd in Puglia, con lunga militanza nelle istituzioni e indubbie capacità di amministratore. Tedesco era un socialista uscito indenne da Tangentopoli, era apprezzato in ambienti sanitari. Comunque l’ho sostituito anche se il Pd ha fatto muro per difenderlo.

    Capitolo intercettazioni: ai pm lei ha negato pressioni di Tedesco, ma dalle telefonate sembra il contrario…
    Mai ricevute pressioni.

    E i colloqui in cui Tedesco parla di mettere al posto di Francesco Sanapo qualcuno disposto a esaudire “ordini dall’alto”?
    Mi segnalarono che Sanapo incontrava i cittadini nelle sue vesti di direttore sanitario di Lecce negli uffici politici del mio vice. Andai in bestia, chiesi subito la sua rimozione. C’è nelle intercettazioni. Poi ho saputo che Sanapo aveva un grave problema personale, l’ho incontrato, si è scusato piangendo. Ho accolto le sue scuse.

    L’intercettazione più fastidiosa è quella in cui lei e Tedesco parlate della nomina di un direttore generale senza i requisiti di legge. Lei dice: “O Madonna Santa, la legge non la possiamo modificare?”.
    Stiamo parlando dell’accorpamento delle due Asl di Lecce. C’era il commissario Rollo che comunicava bene con personale e sindacati. La legge non consentiva a un dipendente della Asl di fare il direttore generale. Abbiamo deciso una modifica per evitare problemi agli ospedali. Non ci vedo niente di male, la nuova norma in commissione è stata votata all’unanimità. Quale interesse privato avrei avuto? Il mio solo interesse era quello pubblico.

    Una norma ad personam, come Berlusconi…
    Macché, le Regioni devono fare leggi. Abbiamo cambiato una norma desueta per migliorare il servizio.

    Al di là delle responsabilità penali il quadro non è confortante per il Pd. Come fa a tenersi questo alleato?
    Con il Pd abbiamo fatto scelte importanti. Abbiamo messo sui binari giusti i criteri di scelta dei manager della sanità. Siamo l’unica regione con un percorso di formazione e selezione per individuare i manager secondo competenza medica e scientifica. Abbiamo dimezzato le Asl.

    Come giudica la scelta del Pd di candidare Tedesco al Senato da indagato?
    Mi sia consentito di non dire parola.

    No, non glielo consentiamo…
    Tedesco è un protagonista della politica pugliese.

    Ma adesso il Pd come deve votare sull’arresto?
    Credo che nessuno si debba sottrarre al suo giudice naturale. Ma non voglio mostrarmi sempre con la scimitarra.

    Nel centrosinistra molti sperano in lei. Non saranno delusi?
    Ho l’orgoglio di aver amministrato la Puglia che fino al 2005 era rassegnata, dimenticata e oggi è una regione tra le più vive. Abbiamo sperimentato politiche avanzate, soprattutto in campo sociale, guardate da tutta Europa. Certo, queste accuse sono il dolore più grande della mia vita. Ma ora per gli altri imputati non si parla più di associazione a delinquere. La mia seconda archiviazione mi fa respirare. Non c’è cosa che non rivendichi. Ho agito sempre nell’interesse pubblico

    26/02/2011 Il Milleproroghe salva la Scala e l’Arena di Verona. Ma non la Fenice di Venezia (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Il governo stacca due assegni da tre milioni di euro ai due teatri. Non un euro per l'ente lirico veneziano. Il motivo? La città è amministrata dal centrosinistra

    Il teatro La Fenice di Venezia

     

    Questione di colore. Senza nessuna logica apparente, il governo, attraverso il decreto Milleproroghe, ha staccato un assegno da tre milioni di euro all’Arena di Verona e altrettanti alla Scala di Milano. Soldi arrivati grazie a equilibri politici. Verona, marchiata Lega Nord, e Milano saldamente in mano al Pdl. Così le fondazioni della lirica guidate dai rispettivi sindaci, Flavio Tosi e Letizia Moratti, portano a casa i soldi che sono stati negati a tutti gli altri teatri italiani.

    Ne avrebbe avuto meno diritto la Fenice di Venezia? No, probabilmente. Ma Venezia ha scelto Giorgio Orsoni e la sinistra. Quanto basta per essere esclusa. Lo ammette candidamente Paola Goisis, deputata padovana e responsabile cultura del Carroccio: “L’accordo l’ha portato avanti la Lega. Dunque a noi la scelta. E siccome abbiamo più voti a Verona abbiamo scelto di escludere Venezia”.

    La decisione che ha mandato il capoluogo veneto su tutte le furie. La città e la Fenice sono due simboli della cultura, ma la richiesta di essere inseriti nel Milleproroghe non è stata neanche presa in considerazione. L’epilogo? Il caos: Orsoni che se la prende col ministro Renato Brunetta, colpevole di “disinteressarsi della sua città”, Brunetta che replica al sindaco “incapace di tenere sotto controllo i conti della Fenice” e Tosi che sorpassa tutti e propone per Verona una tassa sul turismo che andrebbe a finanziare ulteriormente l’Arena inimicandosi albergatori e Confommercio.

    Ma andiamo con ordine. Il primo grido d’allarme era stato proprio Tosi a lanciarlo. Perdere l’Arena e la stagione lirica avrebbe voluto dire segnare inesorabilmente il suo mandato. Così si era messo a girare per le stanze ministeriali della “Roma ladrona” in cerca di quei soldi negati al Fondo unico per lo Spettacolo. Prima un tentativo con Giulio Tremonti, andato inesorabilmente a vuoto, poi la richiesta d’intervento del “mediatore” Roberto Calderoli, infine la minaccia di guidare una crociata contro i vertici del Carroccio se non avessero costretto il governo e l’amico Giulio a mettere mano al portafogli. Quando Tosi l’ha messa sulle dure Roma ha ceduto. Ok a tre milioni una tantum, purché lo stesso trattamento venisse riservato alla Scala che, nel consiglio d’amministrazione, annovera personaggi più influenti e vicini a Berlusconi, tipo Bruno Ermolli, giusto per fare un nome.

    La notizia ha fatto venire un attacco di bile a Orsoni, presidente della fondazione lirica della Fenice e sindaco di Venezia. “Quando serve, Venezia è il palcoscenico mondiale, tutti ne parlano riempiendosi la bocca – ha denunciato dalle colonne del Corriere della Sera – poi, al momento buono, la Fenice resta all’asciutto; mentre l’Arena, retta da Flavio Tosi, sindaco leghista, si prende i quattrini. La prossima volta, Bossi non venga in laguna a festeggiare la Padania, vada piuttosto a Verona. L’Arena è vero, è un’istituzione conosciuta nel mondo, soprattutto per l’impatto popolare e per la scenografia. Se, però, parliamo di qualità dell’opera lirica, si trova a mille miglia di distanza dalla Fenice. Che, tra l’altro, nulla ha da invidiare alla Scala di Milano”. Poi il bersaglio principale, il ministro Brunetta. “In campagna elettorale ha promesso mari e monti, poi non ha fatto niente per la sua città”.

    Brunetta, da parte sua, ha risposto per le rime: “Avesse tenuto i conti in ordine non saremmo a questo punto. Poi il sindaco è male informato: i suoi colleghi di partito sapevano che, viste le condizioni in cui si trova la fondazione che presiede, non avrebbe avuto diritto a nessun finanziamento”.

    Polemica finita? Il sindaco di Verona ha detto sì alla tassa di soggiorno, sulle orme di quanto fatto a Roma, con l’idea di girare i ricavi all’Arena. Ma ha trovato subito il niet del presidente degli albergatori di Confindustria della sua città, Gianni Zenatello. “Improponibile chiedere ai turisti di pagare prezzi maggiorati, a Verona si arriva per piacere, non è una tappa obbligata come Roma. Gli unici a rimetterci sarebbe gli albergatori”. Tosi però non si è scoraggiato e ha promesso di calibrare la cifra a seconda della struttura ricettiva: pochi centesimi per un bed & breakfast, 5 euro per gli hotel di lusso. In questo modo non sarebbe penalizzato nessuno, dice lui. Immediatamente smentito dalle associazioni di categoria che, conti alla mano, hanno spiegato al sindaco che la sua operazione metterebbe in ginocchio gli albergatori, alla fine del ciclo gli unici veri tartassati.

    Per ora il capitolo si chiude. Verona e Milano in qualche modo pareggeranno i conti. La Fenice vedrà un tabellone ridotto e il serio rischio di chiudere per mancanza di soldi. Ma soprattutto perché governano Pdl e Lega e hanno trovato un modo, tutto loro, per far capire alle città del centrosinistra che conviene cambiare opinione.

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