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  • 02/06/2008 Carl Schmitt alle vongole (Maurizio Blondet, Fonte: www.effedieffe.com, http://www.comedonchisciotte.org)

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    «Sovrano è chi decide lo stato d’eccezione».
    Se l’enunciato supremo di Carl Schmitt vale per tutte le situazioni (anche le farse), allora non c’è dubbio: abbiamo un sovrano.
    E’ Silvio Berlusconi.
    Come noto, egli ha dichiarato lo Stato d’eccezione-monnezza.
    In Campania, è sospeso il diritto ordinario.
    C’è una superprocura, un tribunale speciale alla monnezza.
    Chiaiano, ha detto il sovrano, «è zona militare e sarà protetta. Coloro che si opporranno saranno perseguibili». Militarizzazione della monnezza.
    Allacciate le cinture, perchè comincia uno di quei periodi che il saggio cinese augurava ai suoi nemici: «interessante». Non scherzo.
    Quando uno evoca lo stato d’eccezione, la faccenda è sempre seria, gravida di prospettive e di pericoli.
    Non importa che quel qualcuno sia personalmente ridicolo e Salame; comunque sia, evoca la sovranità nella sua forma elementare e fondativa.



    Spiegazione per i più giovani, abituati a vivere nello Stato di diritto (o così credono).
    Di norma, dice Schmitt, «non lo Stato è creatore del diritto, ma il diritto crea lo Stato; il diritto precede lo Stato». Lo Stato non fa che essere il mediatore del diritto, prestargli la sua forza per applicarlo nella realtà. Il capo di Stato o di Governo è egli stesso soggetto al diritto, «riceve la sua legittimazione dall’essere servitore del diritto».
    Ma vi sono periodi di crisi, in cui «la normatività è impotente», per esempio a raccogliere la spazzatura a Napoli; allora la «normalità è sospesa»; e viene il momento in cui chi governa deve assumersi di sospendere la norma – dichiarando lo stato d’eccezione – per il bene della vita umana comune.
    Non importa che sia il signor Mediaset: è comunque un atto di audacia politica.

    Si può essere schmittiani senza saperlo, come quel commerciante di Molière a cui fu spiegata la differenza fra poesia e prosa, ed esclamò: «Allora io sono un prosatore senza saperlo», perchè scriveva lettere commerciali.
    E’ proprio quel che avviene in Italia in questi giorni: nessuno pare aver preso coscienza di ciò che implica lo stato d’eccezione, anzi Napolitano – il supposto «custode della Costituzione» sospesa – pare favorevole, per non parlare dell’opposizione veltroniana.
    Si entra in un periodo di «fondazione» con la mente torbida, il senso del diritto obnubilato.
    I soli contrari sono i giudici ma – naturalmente – non per il motivo giusto, giuridico: lo sono per i loro interessi di casta. Temono di essere scavalcati, di essere privati di alcune loro «prerogative», e che si sia costituito un «precedente» per esautorarli.
    Il che è verissimo.
    Ma va notato che i più caldi a chiedere a Berlusconi la sospensione dell’autorità «legale» giudiziaria sono stati i sindaci e i presidenti di provincia della Campania.
    Perchè?
    Perchè, per tenere puliti almeno i loro paesi hanno aperto discariche, che sono autorizzate a termine, per 180 giorni. Al termine, essendo la situazione immutata, hanno continuato a scaricare lì: e sono stati immediatamente incriminati. Avviso di garanzia.
    E’ un caso plateale in cui non solo la normatività è impotente, ma l’applicazione della legge diventa ostile alla vita, la rende impossibile.
    Per questo si dirà in futuro che in Italia, i giudici furono moralmente responsabili dello stato d’eccezione, per la loro ottusità ad applicare «le norme» quando «la normalità» era da gran tempo, oggettivamente, sparita. Da tempo, non c’era nessun sovrano.
    Dai e dai, sono stati i giudici a suscitare un sovrano, e nel loro peggior nemico (1).

    La necessità di un sovrano – che decide lo stato d’eccezione – è il fatto primario, elementare, della politica. Tanto elementare che persino Berlusconi è stato in grado di enunciarne la giustificazione: «Le leggi devono essere adattate per far vivere meglio i cittadini, non sono un moloch assoluto».
    Senza saperlo, ha parafrasato – e semplificato – una enunciazione di Schmitt, alquanto più tortuosa:
    «Fin dove il diritto positivo è in grado di garantire la certezza giuridica e suscita una prassi univoca, la 'conformità alla legge' di una decisione è una prova della sua giustezza. Ma non appena certi elementi al di fuori del contenuto della legge positiva scuotono questa prassi e riescono a modificare questa legge nella sua validità fattuale, anche se per mezzo di una 'interpretazione', questa congruenza tra 'conformità alla legge' e giustezza della decisione cade; e un giudizio emanato contro il senso della legge può, ciò nonostante, essere giusto» (2).

    E non è appunto questa la situazione in cui ci ha gettato da anni la magistratura come casta?
    Gli arresti domiciliari allo zingaro ubriaco alla guida e quadruplice omicida sono un recente esempio di sentenza «conforme alla legge» e odiosamente ingiusta.
    E’ solo un esempio fra mille.
    Non si contano le «interpretazioni» delle leggi vigenti che le rendono inefficaci nella loro «validità fattuale», ossia che ne neutralizzano gli effetti che la società esige dalla legge – la punizione del reo, la protezione per l’innocente, la raccolta usuale della spazzatura.
    Persino il questore Manganelli ha detto che c’è un indulto permanente in Italia, che la dittatura dei giudici ha avuto come risultato la non-certezza del diritto (e della pena).
    E’ un’altra richiesta implicita di stato d’eccezione (3).

    E’ questo il punto più gravido di rischi e di futuro.
    Nella repubblica di Weimar, era l’intera società onesta a chiedere uno stato d’eccezione, che la facesse finita con una «legalità» che favoriva solo l’arricchimento di mascalzoni speculatori, e la corruzione della società stessa in mano ai parassiti. E qui da noi?
    Le emergenze sono tali e tante, gli egoismi così intrattabili e incurabili, da richiedere per ciascuna una «decisione sovrana», extra-costituzionale: le tre regioni almeno dove sovrana è la malavita organizzata, lo stato della scuola, il parlamento pletorico e servo delle lobby, la burocrazia inadempiente strapagata (la Casta), i particolarismi che ostacolano e impediscono ogni progettualità, lo strapotere bancario e sindacale, la violenza idiota e corpuscolare delle tifoserie, l’abuso di massa di cocaina persino tra gli operai... ciascuna richiederebbe tribunali speciali con procedure semplificate e misure extralegali per licenziare, punire, obbligare a fare.
    In nome della vita e a sua difesa.

    Qui è il punto.
    L’Italia richiede uno stato d’eccezione totale.
    Una volta dichiarato uno stato d’eccezione, è quasi inevitabile la tentazione di dichiararne altri, tutti in sè necessari. Non è ignoto che lo stato d’eccezione è la madre delle dittature social-nazionali, di «destra popolare» (4) nel senso che è il popolo a dare loro «mano libera».
    Ovviamente, lo stato d’eccezione introduce nell’ordinamento giuridico un elemento di arbitrio assoluto da parte del sovrano (5).
    Ma se il sovrano è Berlusconi, c’è il rischio di una dichiarazione di «stato d’eccezione televisivo», per salvare Emilio Fede dal satellite e mantenere il monopolio Mediaset.
    Dico la verità: preferirei che ci fosse, al suo posto, un capo risoluto come Adolf Hitler.
    Ma in politica si gioca con le carte che si hanno in mano, e in Italia abbiamo in mano scartine e veline. La storia si ripete ancora una volta in forma di farsa.
    Certo, staremo a vedere se Berlusconi è veramente sovrano nel senso schmittiano.
    La casta giudiziaria ha mezzi potenti, i nemici sono potenzialmente tanti e tutti hanno dalla loro la «legalità».
    Ci vogliono i cojones, e una certa vastità dell’intelligenza, cosa che è da dimostrare.
    Ma non sottovaluterei l’influsso dello spirito dei tempi, il famoso Zeitgeist: c’è una tendenza mondiale alla sospensione della norma coi più buffi e lievi pretesti, dalla Cina all’America, la super-democrazia dove lo stato d’eccezione vige dall’11 dicembre 2001.
    La cosa può durare.
    Se i magistrati non fossero quegli ottusi difensori dei loro interessi che sono, non avrebbero dovuto combattere usando le «leggi» come bastoni; avrebbero dovuto esigere che lo stato d’eccezione a Napoli - la sospensione del diritto normale - avesse un termine temporale certo.
    Non l’hanno fatto – ignari come sono della filosofia del diritto – ed è possibilissimo che la sospensione diventi permanente. Altra loro responsabilità.

    Comunque sia, allacciate le cinture: si ballerà molto.
    Il periodo è «interessante», la terra che abbiamo davanti, incognita.
    Con uno stato d’eccezione, si sa come si comincia, ma non dove si finisce.
    Come diceva Lenin: «Una rivoluzione senza plotoni d’esecuzione, è priva di senso».
    Tutto sta a vedere chi ci finirà davanti.
    E sarà un plotone di veline?

    Maurizio Blondet
    Fonte: www.effedieffe.com
    Link: http://www.effedieffe.com/content/view/3405/169/
    31.05.08

    Note:

    1) La cieca incomprensione del momento è dipinta dalla frase che Antonello Ardituro, esponente dell’associazione nazionale magistrati, ha pronunciato contro il decisionismo di Berlusconi: «Noi applichiamo le leggi. Le leggi possono essere adattate solo ai principii della costituzione». Ma le leggi sono fatte per l’uomo, non l’uomo per le leggi. In questo senso Schmitt esalta «l’invincibile potenza politica della Chiesa cattolica romana», per la quale la legge deve essere «amica della vita», ossia reggitrice benevola di un uomo da amare, ma che sa guastato dal peccato originale. L’accento va posto ovviamente sul «romana»..
    2) Carl Schmitt, «Gesetz und Urteil», Munchen, 1969..
    3) «Uno Stato continuamente agitato fra lotte di ceti e classi si trova per sua natura in uno stato d’eccezione permanente, e il suo diritto è anch’esso, fino all’ultimo comma, un diritto d’eccezione» (Carl Schmitt, Die Diktatur)..
    4) I totalitarismi di sinistra non sentono mai il bisogno di dichiarare lo stato d’eccezione, perchè questo è ancora un concetto del diritto, di cui appunto rappresenta un’eccezione. I totalitarismi di sinistra sostengono che il diritto è solo «violenza della borghesia sul proletariato», e perciò ne fanno a meno. Si situano al disotto delle leggi, per restare nel livello amministrativo-burocratico. Lenin per esempio abolì la pena di morte giudiziaria, e subito la morte venne comminata a milioni «in via amministrativa» – come da noi si danno le multe per divieto di sosta – senza difesa legale per l’imputato nè indagine oggettiva sulle sue colpe. Non a caso la sedicente dittatura del proletariato fu, fin dall’inizio, una dittatura della burocrazia (la Casta). Anche l’Unione Europea si situa volontariamente sotto il livello politico, si vuole pura amministrazione.
    5) Carl Schmitt aveva previsto questa obiezione, e indica come sottrarre la decisione all’assoluta discrezionalità del soggetto personale. Come? «Con una sorta di modificazione pragmatistica dell’imperativo morale kantiano: «Tu devi prendere una decisione... Decidi secondo quella massima che tu consideri possa essere accettata come regola generale. La decisione così presa (dal 'sovrano') colma la rottura tra la norma e il caso concreto ricostituendo nello spazio vuoto la corrente prassi giuridica, cioè l’ordine esistente» (Michele Nicoletti, «Trascendenza e potere», Morcelliana, 1990, pagina 27). Ciò si applica benissimo al caso monnezza-Napoli: anche là s’è prodotta (per i magistrati) una rottura tra la norma e il caso concerto, e la «decisione» (stato d’eccezione) extralegale, ricostituisce l’ordine necessario.

    http://www.comedonchisciotte.org

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