TuttoTrading.it

SITO

  • Home
  • Mappa
  • Contatti
  • G.Temi
  • Dividendi
  • Div.19
  • Shopping
  • Informaz.
  • Sicur.Inf.
  • Trading
  • Collezioni




    VAI ALLA MAPPA DEL SITO

    Google analytics


    eXTReMe Tracker


  • 14/10/2008 Il premio Nobel a Paul Krugman (Gianmarco I.P. Ottaviano, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    E' il capofila della nuova teoria del commercio internazionale. Mostra come in un settore competa una moltitudine disparata di imprese alla ricerca continua di modi per creare, difendere e accrescere il loro potere di mercato attraverso l'innovazione, la differenziazione del prodotto, lo sfruttamento di economie di scala e di scopo. Fondamentale anche il contributo all'analisi del fenomeno dell'urbanizzazione. E ha denunciato il rischio che governi e banche centrali si trovino impotenti di fronte agli umori del mercato in un mondo globalizzato.

    Finalmente ce l’ha fatta. Sono anni che l’americano Paul Krugman è in odore di premio Nobel ma non sembrava mai la volta buona.

    “I DIECI MIGLIORI ECONOMISTI SONO TRE”

    Poiché il merito era innegabile, la dietrologia suggeriva le più fantasiose spiegazioni, spesso riassumibili nella difficile sopportazione di un ego spropositato fin dagli inizi della carriera accademica. Si narra che anni fa, all’incauta domanda di un intervistatore che chiedeva a Krugman di indicare i dieci migliori economisti sui temi internazionali, il nostro abbia risposto: “I dieci migliori economisti sono tre: io, Elhanan Helpman e Maurice Obsfeld”.
    In un’altra occasione, sempre secondo la leggenda urbana, discutendo ufficialmente a un convegno internazionale il lavoro di ricerca di uno stimatissimo collega, Krugman commentò sinteticamente: “Quello che dico ai miei studenti di dottorato è che, quando si vuole scrivere un modello economico, la prima cosa da chiedersi è che cosa effettivamente si pensa che succeda nella realtà. La seconda è che cosa ci si guadagna a trasformare quel pensiero in un modello matematico. Nel tuo caso, la risposta alla prima domanda è che non hai capito molto di quello che succede e la risposta alla seconda è che, anche se tu avessi ragione, un modello matematico non aggiungerebbe nulla ”. Il gusto di Krugman per la provocazione intellettuale è ormai noto a tutti, grazie soprattutto ai suoi articoli sul New York Times, spesso ripresi dai quotidiani italiani. Meno nota è la sua straordinaria capacità di scrivere in modo chiaro, diretto e spesso godibile, anche quando si tratta di quella che il nostro chiama “economia ‘scritta in arabo’: articoli astrusi per riviste specialistiche”. (1)

    IL CONTRIBUTO SUL COMMERCIO INTERNAZIONALE

    Nella storia del premio Nobel Paul Krugman è il terzo ‘laureato’ per meriti acquisiti nell’ambito degli studi sul commercio internazionale. Prima di lui, lo svedese Bertil Ohlin e l’inglese James Meade avevano condiviso l’alloro nel 1977, rispettivamente all’età di settantotto e ottanta anni. Ricordare le date è spesso inutilmente noioso; in questo caso è importante. Ohlin era nato nel 1899 e Meade nel 1907. Entrambi appartenevano a un mondo molto diverso da quello del giovane Paul, nato nel 1953, a trent’anni esatti dalla pubblicazione del saggio che sarebbe valso a Ohlin il premio Nobel.
    Il mondo di Ohlin e Meade era quello della prima ondata di globalizzazione, polarizzato tra paesi occidentali appena industrializzati e resto del mondo. Nei loro modelli le differenze tecnologiche e la diversa abbondanza di risorse produttive osservate nella realtà servivano a spiegare il tipo di commercio internazionale prevalente prima delle due guerre mondiali: lo scambio di beni prodotti da settori diversi tra paesi a diversi stadi di industrializzazione, per esempio, manufatti industriali prodotti dall’Europa contro materie prime esportate da Asia e Africa. La spiegazione veniva data in termini di specializzazione. L'apertura agli scambi internazionali permette, infatti, ai singoli paesi di specializzarsi nei settori produttivi in cui godono di un vantaggio di costo, vuoi per differenze tecnologiche vuoi per diversa abbondanza di risorse produttive. Da questo punto di vista, più i paesi sono simili, minori sono le opportunità di scambio fruttuoso tra loro. Al limite, quando i paesi sono identici, non c'è commercio. Un’altra implicazione è che, nella teoria sviluppata da Ohlin sulla scia del suo maestro svedese Eli Heckscher, un paese non potrà mai essere contemporaneamente importatore ed esportatore di beni prodotti da un medesimo settore.
    Quando nasce Krugman, dopo il secondo conflitto mondiale, il mondo sta cambiando rapidamente, spinto dalla seconda ondata di globalizzazione, e la prima nel frattempo si era infranta sulla tragedia delle due guerre. Altri paesi si stanno industrializzando e, mentre una buona parte degli scambi internazionali è ancora riconducibile al commercio intersettoriale, tale parte non è più dominante rispetto alla componente attribuibile invece allo scambio di beni prodotti all’interno del medesimo settore, per esempio, automobili italiane vendute in Francia e automobili francesi vendute in Italia. Lo spostamento dell'attenzione degli studiosi verso questo tipo di commercio segna una discontinuità nella storia del pensiero economico in materia di economia internazionale, dando origine a quell'insieme di modelli che costituisce la cosiddetta “nuova teoria del commercio internazionale”.
    La discontinuità è collocabile tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, quando, usando le parole dei loro detrattori, un gruppo di “abili arbitraggisti” si accorse che l'applicazione di alcuni sviluppi teorici di economia industriale avrebbe permesso di affrontare temi di economia internazionale fino a quel momento preclusi da oggettive difficoltà tecniche. Tra questi "abili arbitraggisti" c'erano alcuni giovani economisti che, negli anni successivi, verranno a dominare il dibattito accademico sul commercio internazionale. Da ricordare, tra gli altri, Avinash Dixit, Victor Norman, ma soprattutto Elhanan Helpman e lo stesso Paul Krugman. Il loro obiettivo era spiegare quello che può essere chiamato il "paradosso di Linder", dal nome dell'economista svedese Staffan Linder, che, per primo, all'inizio degli anni Sessanta, evidenziò come uno dei limiti principali della teoria tradizionale di Heckscher e Ohlin fosse proprio l'incapacità di spiegare perché più i paesi sono simili, per reddito, per tecnologia e per dotazioni fattoriali, più tendono a commerciare tra loro.
    Il principale contributo della “nuova teoria del commercio internazionale”, di cui Krugman è il capofila insieme a Helpman, è l’aver mostrato attraverso modelli economici rigorosi che la chiave, per capire le implicazioni della nuova ondata di globalizzazione in termini di capacità produttiva e commerciale dei paesi, è l’ovvia constatazione che non sono i paesi stessi a commerciare, ma piuttosto le loro imprese. Il problema della teoria tradizionale era quindi l’esclusiva attenzione al settore produttivo nel suo insieme e la scarsa attenzione al fatto che, all’interno di un settore, compete una moltitudine disparata di imprese alla ricerca continua di modi per creare, difendere e accrescere il loro potere di mercato attraverso l’innovazione, la differenziazione del prodotto, lo sfruttamento di economie di scala e di scopo. In questa ottica, governi che avessero tutta l’informazione necessaria a capire i dettagli del funzionamento di imprese e industrie, potrebbero in alcune circostanze mettere in atto “politiche commerciali strategiche”, a sostegno delle proprie imprese, per avvantaggiare il proprio paese.
    Questa prospettiva ha allettato e ancora alletta coloro che vedono nella manipolazione dei flussi di commercio internazionali la via maestra per difendere sedicenti “interessi nazionali”. A spegnere tali entusiasmi bastino le parole di Helpman: “la sola conclusione ragionevole di questa letteratura è che la politica commerciale strategica non è una buona idea, perché non può ottenere granché, se non proprio nulla”. (2) La ragione è che i governi di questo mondo non hanno le informazioni necessarie. 

    TUTTI IN CITTÀ

    Mentre Maurice Obstfeld non ha partecipato in alcun modo all’elaborazione della nuova teoria del commercio internazionale, stupisce molti che Elhanan Helpman non abbia condiviso il Nobel con Krugman. Il secondo contributo di Krugman, evidenziato nella motivazione del premio, è forse la spiegazione, perché a questo Helpman non ha contribuito. Krugman ha, infatti, saputo compiere un’ulteriore operazione di “arbitraggio”, intuendo che gli strumenti analitici sviluppati per spiegare il commercio intrasettoriale sarebbero stati utili anche per spiegare uno degli altri fenomeni macroscopici legati allo sviluppo attuale dell’economia mondiale: l’urbanizzazione. Da sempre crescita economica e crescita della popolazione inurbata sono andate di pari passo, al punto da far ritenere le città il motore della crescita economica. È però nei prossimi anni che, soprattutto a seguito delle trasformazioni in atto nel Terzo Mondo, la maggioranza della popolazione mondiale finirà per vivere in città. Nonostante questo, fino a vent’anni fa, l’interesse degli economisti per le economie urbane è stato piuttosto marginale, limitando la comprensione di un fenomeno di importanza fondamentale. Prendiamo, per esempio, New York. Da un certo punto di vista, tutti capiamo lo sviluppo di New York abbastanza bene, guidato come è stato fin dall’inizio dall’accesso favorevole all’Atlantico per i traffici con l’Europa e al canale Erie per i traffici con l’entroterra. Eppure, nelle parole di Krugman, “per chi è abituato alla chiarezza cristallina della teoria del commercio internazionale, questo livello di comprensione non è soddisfacente. Si vuole che la discussione dell’economia della città sia integrata in un resoconto del funzionamento dell’economia nazionale (e mondiale). Come direbbero gli economisti, si vuole una storia di equilibrio generale, in cui sia chiaro da dove vengono i soldi e dove vanno. Questa storia dovrebbe spiegare sia la concentrazione che la dispersione: perché così tante persone lavorano a Manhattan e perché così tante altre non lo fanno”. (3)
    Mentre il ruolo chiave nell’elaborazione della “nuova teoria del commercio internazionale” e della “nuova geografia economica” sono le due motivazioni del premio Nobel di quest’anno, con questi chiari di luna non bisogna dimenticare almeno un altro importante contributo di Paul Krugman: con il suo lavoro sugli attacchi speculativi, ha messo in luce il rischio che governi e banche centrali si trovino impotenti di fronte agli umori del mercato in un mondo globalizzato.


    (1) Da La deriva americana, Mondolibri 2004, p. XIX.
    (2) Da An interview with Elhanan Helpman, Macroeconomic Dynamics, 1998, p. 591.
    (3)Da The New Economic Geography, Papers in Regional Science, 2004, p.139-164.

    http://www.lavoce.info

  • Archivio Personaggi
  • Ricerca personalizzata

     Questo sito
  • Home
  • Mappa sito
  • Contatti



    VAI ALLA MAPPA DEL SITO