12/11/2006 Prove di egemonia del partito democratico (Domenico Melidoro, http://www.altrenotizie.org)

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  • Una tesi abbastanza diffusa vuole che le maggiori minacce per la tenuta del Governo Prodi provengano dalla cosiddetta sinistra radicale (o, se si preferisce, antagonista) e dalle sue aspirazioni massimaliste inconciliabili con lo spirito riformista che dovrebbe ispirare l’operato dell’Esecutivo. Le cronache di sabato 4 novembre hanno registrato una manifestazione di lavoratori precari a Roma alla quale hanno preso parte esponenti del governo in carica e leaders di alcuni partiti della maggioranza (PRC, Verdi e PdCI). Secondo molti osservatori questa sarebbe l’ennesima dimostrazione della presenza nel governo di una sinistra estrema che protesta contro il Governo di cui fa parte e non permette la realizzazione delle condizioni necessarie a una politica di reale innovazione. Eppure, tensioni e minacce per la stabilità dell’Unione arrivano anche dalla componente riformista della coalizione, vale a dire quella che, principalmente attraverso la fusione di DS e Margherita, dovrebbe confluire nel Partito Democratico.

    Perfino Prodi, il quale ha sempre visto nella costituzione del Partito Democratico la garanzia per la stabilità della maggioranza, ora sembra procedere con cautela e ritenere prioritaria la tenuta della maggioranza rispetto alla costituzione del nuovo soggetto politico riformista. Alla diatriba sulla collocazione internazionale (non è per nulla risolta, né si intravede una probabile soluzione nell’immediato, la questione se aderire o meno al PSE) si aggiunge la competizione per la futura leadership del partito e per chi debba rappresentare l’autentico alfiere dello spirito riformista.

    Francesco Rutelli e i suoi più fedeli collaboratori hanno di recente diffuso un manifesto sulle liberalizzazioni. È evidente che il leader della Margherita non intende lasciar campo libero in tema di libertà economiche ai DS, e in particolare a Bersani, che della politica delle liberalizzazioni appare tra i maggiori fautori. Il Ministro diessino non ha risposto polemicamente all’iniziativa politica di Rutelli e ha negato qualsiasi competizione “tra riformisti e radicali o tra gli stessi riformisti” (l’Unità, 10 novembre 2006), dicendosi favorevole a che ognuno porti il proprio contributo alla caratterizzazione in senso riformistico delle politiche del Governo.

    La priorità è, secondo Bersani, quella di ancorare le riforme al consenso popolare: l’idea guida dovrebbe essere quella per cui “non si possono fare riforme senza popolo” (l’Unità, 10 novembre 2006). E infatti, la mancanza di sostegno popolare è stato uno dei punti di debolezza del Governo Prodi nei primi mesi. Ciò non dovrebbe essere spiegato, come fanno in molti, con un troppo semplicistico ricorso a errori nella strategia comunicativa. È invece molto probabile che, come ci invita a fare Gloria Buffo, la mancanza di sostegno popolare si possa spiegare col fatto che “sono le riforme invocate da Fassino e Rutelli ad essere «deboli», ovvero non in grado di trascinare una coalizione per non dire un intero Paese” (l’Unità, 8 novembre 2006). I sacrifici richiesti da una politica autenticamente riformatrice diventano accettabili quando se ne percepisce l’equità e quando è chiaro che la sopportazione di tali sacrifici è richiesta per ottenere un vantaggio collettivo, in particolare per le giovani generazioni. Tutto ciò non sempre si verifica nel caso delle riforme realizzate (o auspicate) dal Governo e in particolare nei propositi dei più accesi fautori del PD. Questi ultimi non assumono la precarietà del lavoro come il principale problema del Paese e anzi, come ha scritto Gloria Buffo, “non perdono occasione per ricordare che la legge 30 non è tutta da buttare, che la flessibilità è indispensabile” (l’Unità, 8 novembre 2006).

    La tendenza al moderatismo sta allontanando sempre più dalla prospettiva del PD la Sinistra DS e la componente laburista che fa capo a Valdo Spini. Sono ormai in molti a rifiutare l’allontanamento dall’alveo della tradizione socialista in vista di un ancora non ben precisato approdo. Questo non fa che indebolire la Quercia in vista del Congresso della primavera del 2007: alla mozione della Sinistra di Mussi e Salvi (e dei laburisti di Spini) e di quella guidata da Angius e Caldarola (che auspicano al massimo un processo federativo tra DS e Margherita) si potrebbe aggiungere quella presentata (o “benedetta”) da Walter Veltroni, stando a quello che scrive Fabio Martini su la Stampa del 10 novembre. Il Sindaco di Roma giudica negativamente il processo di costituzione del PD: si tratterebbe di una fusione fredda tra gli apparati dirigenti dei DS e della Margherita, piuttosto che di un ampio processo politico-culturale capace di coinvolgere vasti strati di popolazione non direttamente assimilabile a un partito o all’altro. A ciò bisogna aggiungere che la futura leadership potrebbe essere tolta di mano a Veltroni per essere affidata ad Anna Finocchiaro in tandem con Dario Franceschini (almeno così prevederebbe un’intesa tra l’onnipresente D’Alema e Marini).

    Qualcuno potrà dire che siamo nell’ambito delle supposizioni. Quello che è incontestabile è che la formazione del PD rischia di diventare, contrariamente alle aspettative, un fattore di destabilizzazione per l’Unione e per il Governo di Prodi, soprattutto in questa fase estremamente delicata. L’approvazione della Finanziaria, e la necessità di dare concrete risposte ai Ministri che lamentano eccessivi tagli nella spesa pubblica, esigerebbe maggiore compattezza, soprattutto da parte di coloro che pretendono di rappresentare l’asse portante della coalizione.

    Archivio Liberiamo la Politica

  • 10/11/2006 Liberiamo la politica dai politici!


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