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  • 22/02/2007 In 281 giorni l'agonia del Governo Prodi (http://www.canisciolti.info)

    Ricerca personalizzata

    Dall'entrata in carica alla sconfitta al Senato, il governo Prodi ha vissuto 281 giorni spesso difficili. Ecco i momenti principali: 10 aprile 2006 - L'Unione vince le elezioni e conquista una maggioranza netta di seggi alla Camera grazie ad un vantaggio di soli 25.000 voti (lo 0,06%), ma ha una maggioranza risicatissima al Senato, solo grazie al voto degli italiani all'estero.<br><br>

    16 maggio - Il nuovo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dà a Prodi l'incarico di formare il nuovo governo. Il giorno dopo Prodi scioglie la riserva, presenta la lista dei 25 ministri e giura. Il 18 sono nominati i sottosegretari. Il 19 il Senato vota la fiducia (165 sì, 155 no), la Camera il 23. 23 maggio - Prodi interviene contro le esternazioni dei ministri nei primi giorni di governo. 'Abbiamo detto la serieta' al governo il che vuol dire che bisogna lavorare a testa bassa e parlare soltanto quando è stata presa una decisione". 1 giugno - Il Consiglio dei ministri nomina vice ministri dieci sottosegretari.
    4 giugno - A San Martino in Campo (Pg) Prodi e i ministri si incontrano per due giorni. Prodi avverte: le responsabilità di governo devono venire prima di quelle di partito. 28 giugno - Il Senato vota la fiducia al governo sul decreto di proroga per gli atti regolamentari. E' il primo degli 11 voti di fiducia chiesti dal governo Prodi. 30 giugno - Il Cdm vara il decreto sulla competitività che provoca le proteste di tassisti e liberi professionisti.
    7 luglio - Il Consiglio dei ministri approva il Dpef, ma alla votazione non prende parte il ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, del Prc.
    27 luglio - La Camera approva l'indulto. La maggioranza si divide. L'Italia dei valori vota contro, il Pdci si astiene. Il 29 l'indulto passa anche al Senato.
    28 luglio - Il Senato approva il decreto sulle missioni all' estero (Afghanistan in primis) con il secondo dei due voti di fiducia chiesti dal governo per ottenere il sì dei dissidenti.
    2 agosto - La Camera conferma la fiducia al governo Prodi sulla manovra bis.
    28 agosto - Il Consiglio dei ministri approva il decreto per la partecipazione italiana alla missione dell'Onu in Libano.
    7 settembre - Il senatore De Gregorio, eletto nelle liste dell'Idv, lascia il partito di Di Pietro e si svincola dall' Unione. La situazione al Senato diventa ancora più difficile.
    13 settembre - La presidenza del consiglio smentisce un "presunto coinvolgimento del governo nella pianificazione delle operazioni condotte dal gruppo Telecom". Il 18 Angelo Rovati si dimette da consigliere della presidenza del consiglio.
    22 settembre - Un consiglio dei ministri straordinario approva un decreto contro gli abusi nelle intercettazioni.
    30 settembre - Al termine di giornate di tensione nella maggioranza, il governo annuncia il varo di una manovra finanziaria da 33,4 miliardi.
    11 ottobre - La Camera approva la mozione del centrosinistra che blocca la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina.
     12 ottobre - Il Consiglio dei Ministri approva il disegno di legge Gentiloni sul passaggio delle tv al digitale terrestre.
    13 ottobre - Prodi viene ricevuto da Papa Benedetto XVI.
    23 ottobre - La Camera approva definitivamente la legge Mastella, che modifica parti della riforma dell'ordinamento giudiziario varato nella precedente legislatura.
    28 ottobre - Vertice di Prodi con ministri, partiti e capigruppo della maggioranza a Villa Pamphili.
    4 novembre - Si svolge a Roma un corteo contro la precarietà al quale pertecipano i vertici di Verdi, Pdci e Prc.
    19 novembre - Prodi critica la presenza di Diliberto al corteo del 18 per la Palestina:"Basta giocare con la piazza". 20 novembre - Il Consiglio dei ministri nomina i nuovi vertici dei Servizi. Al Sismi va Bruno Branciforte, al Sisde Franco Gabrielli, al Cesis Giuseppe Cucchi.
    1 dicembre - Alla presenza del ministro della Difesa, Arturo Parisi, viene ammainato il tricolore a Nassiriya e si conclude formalmente la missione italiana in Iraq.
    10 dicembre - Prodi è contestato al Motor Show di Bologna.
    11 gennaio 2007 - Comincia a Caserta il seminario di Governo che vede riunite per due giorni tutti i leader e le forze della maggioranza. Prodi nega la contrapposizione tra riformisti e radicali e lancia l'agenda per la crescita. La riforma delle pensioni non farà parte dei provvedimenti immediati. A margine, il Cdm approva il piano per il rilancio del mezzogiorno.
    16 gennaio - Prodi, durante la visita in Romania, dice che si farà l'ampliamento della base di Vicenza, chiesto dagli Usa.
    25 gennaio - Il Consiglio dei ministri approva il pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni. Novità su assicurazioni auto, ricariche telefoniche, trasparenza del prezzo dei carburanti, libertà di recesso da abbonamenti a tv, telefonia e internet.
    31 gennaio - La Camera approva la mozione dell'Unione sulle coppie di fatto. L'Udeur vota con la Cdl. L'esito del voto spiana la strada alla presentazione del ddl Bindi-Pollastrini.
     1 febbraio - Il Senato approva un odg della Cdl che sostiene la relazione e la posizione del governo sull'allargamento della base militare Usa di Vicenza espressa dal ministro della difesa Arturo Parisi, mentre la maggioranza vota contro.
    7 febbraio - Dopo gli incidenti di Catania-Palermo e l'uccisione dell'ispettore di polizia Filippo Raciti il Consiglio dei ministri approva il decreto legge e il disegno di legge contro la violenza negli stadi.
    8 febbraio - Il Consiglio dei ministri approva il ddl sulle unione delle coppie di fatto, anche omosessuali ('dico'). Assenti Mastella e Pecoraro Scanio.

    In nove mesi le sconfitte del Governo Prodi

    La bocciatura al Senato della risoluzione sulla politica estera presentata dal centrosinistra è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. La sconfitta più bruciante e che potrebbe avere effetti pesantissimi sul futuro del governo. La maggioranza fu sconfitta già in due occasioni nell'Aula di Palazzo Madama: quando fu bocciato il decreto legge sugli sfratti e quando passò l'ordine del giorno presentato dall'opposizione che approvava le comunicazioni del ministro della Difesa Arturo Parisi sulla questione dell'ampliamento della base di Vicenza.

    Da quando Romano Prodi si è insediato a Palazzo Chigi, il 17 maggio scorso, la maggioranza ha subito una serie di battute d'arresto. Concentrate soprattutto a Palazzo Madama. In quasi 9 mesi, il presidente del Consiglio era già 'caduto' due volte, sempre alla Camera alta.

    L'ultimo scivolone dell'Unione era comunque arrivato il 7 febbraio scorso a Montecitorio, dove la maggioranza vacillò su un emendamento dell'opposizione, che dimezzò il numero dei componenti della nascitura commissione per la protezione dei diritti umani.

    I primi malesseri il 7 giugno 2006, quando la presidenza della commissione Difesa del Senato venne assegnata a Sergio De Gregorio contro ogni pronostico e con i voti determinanti della Cdl. Il 19 settembre successivo si registra un altro stop. Dieci a nove è l'esito della votazione che vede il centrosinistra soccombere in commissione Affari Costituzionali a Palazzo Madama sul parere al decreto per la detraibilità dell'Iva. Sulle pregiudiziali di costituzionalità, i 10 membri dell'opposizione si astengono. La maggioranza vota a favore, ma era rappresentata solo da 9 senatori (causa assenze).

    Il 19 ottobre l'esecutivo esprime parere negativo sul dispositivo della risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali, ma la commissione Esteri della Camera vota all'unanimità a favore. La risoluzione, primo firmatario il deputato della Rosa nel pugno, Sergio D'Elia, incassa l'appoggio bibartisan di oltre 20 parlamentari e impegna il governo a dare tempestiva e piena attuazione alla mozione della Camera del 27 luglio scorso, presentando all'Assemblea generale dell'Onu una proposta di risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali, in vista dell'abolizione completa della pena di morte e operando in modo da assicurare alla risoluzione la co-sponsorizzazione e il sostegno di Paesi rappresentativi di tutti i continenti.

    Il 25 ottobre primo passo falso in Aula per il governo che viene battuto al Senato sul decreto legge sugli sfratti. L'Assemblea approva con 151 sì e 147 no e nessun astenuto una pregiudiziale di costituzionalità presentata dall'opposizione.

    Il 29 novembre si registra, sempre a Palazzo Madama, una bocciatura bipartisan per il decreto Turco sulla droga e passa l'odg teodem Binetti-Baio Dossi. Un ordine del giorno contro il provvedimento firmato dal ministro della Sanità Livia Turco sulla droga viene approvato con i voti dell'Ulivo e della Cdl in commissione Sanità a Palazzo Madama. Il documento, presentato dalle due senatrici della Margherita Paola Binetti ed Emanuela Baio Dossi, da Giuseppe Caforio dell'Idv e da Daniele Bosone del gruppo per le Autonomie, impegna l'esecutivo a ''riesaminare il decreto'', che innalza da 500 mmg a 1000 mmg il quantitativo massimo di principio attivo di cannabis detenibile per uso personale, a ''predisporre azioni finalizzate alla prevenzione delle droghe e affrontare globalmente il problema della detenzione di sostanze stupefacenti''.

    Sempre a Palazzo Madama, il 1° febbraio scorso, si registra una battuta d'arresto per la maggioranza. Dopo le comunicazioni del ministro della Difesa Arturo Parisi sulla questione della base di Vicenza, l'Aula approva un ordine del giorno presentato dall'opposizione che approva le comunicazioni del governo con 152 sì contro 146 no e 4 astenuti, assenti 18 parlamentari del centrosinistra, 5 senatori a vita e 6 rappresentanti del centrodestra. Non votano, pur essendo presenti (al Senato il voto di astensione equivale ad un no), in quattro, tutti dell'Unione: Gavino Angius e Massimo Brutti, Ds, Paolo Bodini, Ulivo, e Domenico Fisichella, Margherita.

    C'è poi la questione delle dimissioni respinte più volte dei senatori che rivestono il ruolo di sottosegretari, per consentire ai primi dei non eletti di prendere il loro posto e garantire così la possibilità alla risicata maggioranza di andare avanti. La vicenda dura da circa 7 mesi, precisamente risale al 12 luglio scorso e riguarda 8 parlamentari. Il 7 febbraio scorso l'Aula di palazzo Madama respinge per la terza volta le dimissioni del sottosegretario allo Sviluppo economico Paolo Giaretta e del viceministro agli Esteri Franco Danieli, entrambi dell'Ulivo. Nel primo caso, i voti a favore delle dimissioni sono stati 149 contro 148, ma gli astenuti sono stati 5. Nel secondo, parità tra favorevoli e contrari a 148, ma gli astenuti sono stati 7.

    Fini: Volete un Prodi-bis? Non andrete lontano

    Il presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, e' scettico sulla durata di un eventuale Prodi-bis. Intervenendo al programma "Porta a Porta" l'ex vicepremier ha dichiarato: "Prodi e' intenzionato a tornare a fare l'appello? Volete continuare a governare cosi'? Fatelo pure, ma non andrete lontano".

    Se invece di riproporre un Prodi-bis "prendendo in giro gli italiani, qualcuno nella maggioranza si rende conto che così non si può andare avanti, e che invece c'è qualcosa di urgente da fare, allora starà alla stessa maggioranza decidere: vi pronuncerete e avrete la risposta" del centrodestra. Così Gianfranco fini, a Porta a porta, rispondendo a chi lo sollecita su possibili formule diverse dal Prodi-bis. In quel momento, assicura Fini, "l'opposizione sarà compatta".

    Ds e Margherita lavorano per un governo di larghe intese?

    Ds e Margherita si chiedono già cosa accadrà se Prodi non dovesse farcela. La parola d'ordine è elezioni, ma è chiaro a tutti che questa strada appare difficile. L'idea di un governo di larghe intese che faccia una nuova legge elettorale è nell'aria. E, sottovoce, se ne parla sia tra i Dl che nella Quercia.

    Prodi, prima di tornare alle Camere per chiedere la fiducia, vuole capire se ci sono i margini per governare davvero: il premier non ci sta a rimanere succube del comportamento dei singoli parlamentari che, in qualsiasi momento - è il suo timore - possono tornare a tenere sotto schiaffo il governo. C'è una terza via, quella prospettata da Cesa e Follini, che non viene scartata del tutto. Anche se il premier, ancora questa sera, ha continuato a ripetere che quella che deve governare il paese, è la maggioranza che è uscita dalle urne. 'Aiutini' sono sempre ben accetti, ma la maggioranza deve essere autosufficiente. "Ciò che si può accettare - viene ammesso da un collaboratore del premier - è un rafforzamento della maggioranza con 'linfa' nuova. Ma sia chiaro che deve essere un di più, e non una sostituzione...".

    "Se esisterà un tentativo di Prodi di andare a ricostruire un governo, se esisterà un impegno effettivo e una fiducia effettiva, non soltanto un atto formale, un impegno, se esisterà un rilancio, una determinazione soggettiva di tutte le componenti della maggioranza, questo fatto può favorire un possibile allargamento della maggioranza". Lo afferma all''Infedele' Rina Gagliardi, vicepresidente del gruppo del Prc al Senato.

    Prodi non si fida più degli alleati: Sostegno pieno o niente da fare

    Sostegno pieno o niente da fare. Romano Prodi non accetta mezze misure, compromessi nè rassicurazioni puntellate solo da buone intenzioni. La giornata di ieri ha reso eclatante quello che già tutti sapevano fin dal giorno dopo le elezioni: l'Unione al Senato non ha una vera maggioranza e dipende dai voti dei senatori a vita. Del resto, il premier si sente tirato per i piedi in una crisi che non ha contribuito a costruire (nessuno lo dice apertamente, ma al Professore, per usare un eufemismo, non è piaciuta per niente la fuga in avanti del vicepremier D'Alema), e per questo ora Prodi vuole chiarire alcuni punti.

    Soprattutto, Prodi vuole vederci chiaro sulle intenzioni degli alleati, tanto più che i 'rumors' su possibili governi di transizione giustificati dalla necessità di riformare la legge elettorale e guidati magari da Franco Marini, hanno ripreso oggi ovviamente vigore.

    Durante le riunioni di maggioranza di oggi pomeriggio e nel corso del consiglio dei Ministri, raccontano, uno dei più decisi nel porre paletti sarebbe stato Massimo D'Alema. La crisi c'è, è reale, avrebbe spiegato il Vicepremier, e bisogna prenderne atto formalmente, avendo la forza di riconoscere che oggi non esistono più i numeri in Senato e che dunque vanno determinate le condizioni che allarghino la maggioranza sulla politica estera e di difesa, sulla falsariga di quanto oggi visto e sentito nella Camera alta del Parlamento. Un invito, dunque, a operare per garantire al Capo dello Stato che almeno parte delle astensioni oggi registrate in Senato (Follini, il movimento per le Autonomie di Lombardo, Cossiga o Andreotti, tanto per non fare nomi) si trasformino in sì. Raccontano che il ministro degli Esteri abbia sentito più volte telefonicamente anche il capo dello Stato, durante il pomeriggio, e che i Ds si sarebbero attestati su questa posizione. Anche perchè D'Alema sarebbe stato fin dall'inizio molto chiaro sulla possibilità della sua permanenza alla Farnesina: "A condizioni invariate non sono disposto a restare alla Farnesina".

    Rutelli, secondo le ricostruzioni del Consiglio dei Ministri, avrebbe assecondato la posizione di Prodi: rinvio alle Camere senza l'apertura di una crisi formale, sia pure mettendo una serie di puntini sulle 'i'. Questo non significa che Prodi voglia accontentarsi di una semplice fiducia di facciata al Senato, per poi ritrovarsi tra 20 giorni di nuovo in crisi sul decreto che rifinanzia la missione in Afghanistan. Mario Barbi, deputato dell'Ulivo e prodiano, spiegava oggi: "Diciamo la verità: è emerso che non ci sono i numeri. E allora non basta tornare alle Camere per farsi confermare la fiducia. Serve altro".

    Per questo il premier ha respinto a più riprese, e per tutta la giornata di oggi ("surreale", viene definita nello staff del premier) gli inviti a non drammatizzare o le spinte a non cedere all'impulso del momento, come si sarebbe tentato di fare soprattutto dai piani più alti di Montecitorio. Prc, Verdi, Pdci avrebbero più volte cercato di convincere il premier che il voto su una risoluzione non obbliga il presidente del Consiglio a rassegnare il mandato. Anche e nonostante le ripercussioni politiche che porta con sè. Ma Prodi, viene raccontato, è stato irremovibile.

    Il ragionamento del premier, che fonda le basi soprattutto "in nove mesi di logoramento" e di continua ricerca di compromesso (Finanziaria, Pacs e liberalizzazioni solo per fare qualche esempio), muove guardando il futuro. Un futuro che tra l'altro è dietro l'angolo: il voto sul rifinanziamento delle missioni all'estero. "Oggi siamo stati battuti perchè la maggioranza non ha tenuto. E lo ha fatto quasi alla luce del sole", viene osservato in ambienti di Palazzo Chigi. "Ma siamo stati battuti nonostante il voto favorevole di alcuni senatori che hanno già annunciato il loro no, irrevocabile, sull'Afghanistan. Come credete che andrà a finire tra 14 giorni se già ora sappiamo che non avremo di nuovo i numeri?".

    Dunque, Prodi, prima di tornare alle Camere per chiedere la fiducia, vuole capire se ci sono i margini per governare davvero: il premier non ci sta a rimanere succube del comportamento dei singoli parlamentari che, in qualsiasi momento - è il suo timore - possono tornare a tenere sotto schiaffo il governo. C'è una terza via, quella prospettata da Cesa e Follini, che non viene scartata del tutto. Anche se il premier, ancora questa sera, ha continuato a ripetere che quella che deve governare il paese, è la maggioranza che è uscita dalle urne. 'Aiutini' sono sempre ben accetti, ma la maggioranza deve essere autosufficiente. "Ciò che si può accettare - viene ammesso da un collaboratore del premier - è un rafforzamento della maggioranza con 'linfa' nuova. Ma sia chiaro che deve essere un di più, e non una sostituzione...".

    Ma è chiaro che, anche se nessuno lo dice apertamente oggi, sia nei Ds che nella Margherita si chiedono già cosa accadrà se Prodi non dovesse farcela. La parola d'ordine è elezioni, ma è chiaro a tutti che questa strada appare difficile. L'idea di un governo di larghe intese che faccia una nuova legge elettorale è nell'aria. E, sottovoce, se ne parla sia tra i Dl che nella Quercia.

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