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  • 10/11/2007 Caso Moro, ventinove anni dopo (Andrea Scarchilli, aprileonline, http://www.canisciolti.info)

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    Il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale le famiglie dello statista democristiano e dei cinque agenti rimasti uccisi nell'agguato. La figlia Maria Fida: "Nella vicenda di mio padre non è stata elaborata una corresponabilità collettiva". E i punti oscuri rimangono. A ventinove anni dall'assassinio, da quel corpo ritrovato nella Renault 4 rossa in via Caetani che segnò, si disse e si dice, un non meglio precisato spartiacque nella vita politica italiana, il presidente della Repubblica ha ricevuto al Quirinale le famiglie dello statista e dei cinque agenti della scorta, assassinati al momento del sequestro. Ne ha ricordato la figura, in riferimento alla situazione politica attuale, dicendosi convinto che "la lungimiranza dell'onorevole Aldo Moro molto potrebbe dare per superare la crisi che attraversa l'Europa unita".

    Moro fu ministro degli Esteri dal 1969 al 1974, ponendo al centro della sua azione proprio l'Europa unita e il contributo autonomo che avrebbe potuto dare nel contesto della distensione est - ovest. Napolitano ha ricordato che, a partire dall'anno prossimo, il 9 maggio sarà il giorno in cui si ricorderanno le vittime del terrorismo. Questo anno non è stato possibile, ha spiegato, perché la legge che lo prevede è stata appena approvata.

    Ha parlato anche la figlia di Aldo Moro, Maria Fida. E non si può certo dire che si sia affidata a frasi di circostanza: "Attorno alla vicenda di mio padre esiste ancora un vuoto. Malgrado le tante parole, non è stata elaborata la corresponsabilità collettiva di tutto il Paese. Non che tutti siano colpevoli, ma tutti dovrebbero fare la loro parte. Solo così si riempirebbe la privazione della politica e del dibattito generale". Non aiuta, secondo Maria Fida, questa sorta di seppellimento collettivo delle responsabilità nella vicenda dell'assassinio di Aldo Moro, che, a distanza di anni, l'ha trasformato, più che vittima di un contesto storico, in un martire ucciso dalla fatalità. Si è persa, insomma, l'occasione per riflettere.

    Maria Fida lo sa, lo dice facendo riferendo alle ultime recrudescenze del fenomeno brigatista: "Il persistere di questi fenomeni estremistici è figlio di questa mancata elaborazione". Non va giù, a Maria Fida, lo spazio che la nostra società riserva agli ex terroristi: "Io sono per la pari dignità e per la libertà di espressione, ma non è accettabile che i carnefici abbiano più voce delle vittime", E aggiunge a denti stretti: "Spero che in tal senso sia utile la Giornata della memoria in favore della quale ho tanto lottato", lei che avrebbe scelto, per ricordare le vittime delle stragi, ben altra data: il 2 agosto, l'anniversario della bomba alla stazione di Bologna. Si è scagliata spesso contro i vecchi dirigenti della Democrazia cristiana, li ha accusati di non aver fatto abbastanza per salvare la vita del padre. Neanche ora è tenera con Francesco Cossiga, allora ministro degli Interni: "Da tempo Cossiga dice che gli pesa la morte di papà? Beh, ognuno risponde alla propria coscienza".

    L'assassinio di Aldo Moro è ormai perso nelle nebbie dei decenni trascorsi e del sostanziale nulla a cui sono approdate le Commissioni parlamentari (la commissione Moro e la commissione Stragi) e i processi che se ne sono occupati. Si iscrive, a buon diritto, nella lista dei misteri d'Italia, le uccisioni di uomini illustri e le stragi senza responsabilità definitive accertate. Lista piuttosto folta: le bombe a piazza Fontana, alla stazione di Bologna, nella bresciana piazza della Loggia e sul treno Italicus, il caso Mattei, fino alla più recente Ustica, tanto per citare solo i più famosi. Per quanto riguarda il caso Moro, basti sapere che non si è mai scoperto con certezza chi premette il grilletto della Skorpion che finì Moro, e che i cinquantacinque giorni del sequestro sono costellati di punti oscuri.

    Al momento del rapimento, per esempio, dalle armi dei brigatisti presenti provenne solamente una piccola parte dei proiettili sparati; la maggior parte arrivò probabilmente da un killer rimasto ignoto. Il covo romano delle Brigate rosse, scoperto il 18 aprile successivo al sequestro in seguito a una perdita d'acqua, si trovava a via Gradoli, in uno stabile pieno di appartamenti la cui proprietà faceva capo ai servizi segreti. Queste, ed altre macroscopiche incongruenze, le ha raccolte l'ex senatore comunista Sergio Flamigni nel suo libro inchiesta "La tela del ragno". Con tanto di didascalica, e folgorante, citazione da Solone, posta all'inizio: "La giustizia è come una tela di ragno: trattiene gli insetti piccoli, mentre i grandi trafiggono la tela e restano liberi".

    Andrea Scarchilli
    aprileonline

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