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  • 10/10/2007 Veronica bipolare (Gianfranco Pasquino - L'Unità, visto su http://www.canisciolti.info)

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    La politica, non soltanto «in ultima istanza», consiste in rapporti fra persone. Questi rapporti possono essere improntati alla stima e al disprezzo, alla fiducia e all’inganno, alla demonizzazione e all'affetto. Quanto più nei rapporti fra le donne e gli uomini in politica e fra tutti coloro che, a vario titolo, anche parentale, sono coinvolti nella politica, predominano rapporti di taglio negativo tanto peggiore sarà la politica di quel sistema politico. Finirà per inacidire i rapporti fra gli stessi elettori e per imbarbarire il clima sociale complessivo.

    Questo è successo in Italia nell’ultimo quindicennio, non tutto per colpa del bipolarismo e del sistema elettorale abbastanza maggioritario e nient’affatto esclusivamente a causa della discesa in campo di Berlusconi. Anche alcuni settori di sinistra, nella politica, nel giornalismo, nella magistratura, hanno cooperato al deterioramento dei rapporti interpersonali.

    E lo hanno fatto in maniera eccessiva e assolutamente criticabile.

    Curiosamente, però, questo loro odio contro Berlusconi non si è ancora tradotto nella cancellazione delle leggi ad personam (suam) che Berlusconi, anche per proteggersi dalla sinistra, ha fatto approvare nel precedente parlamento. Sembrerebbe che l'odio politico accechi e impedisca di scrivere buone leggi, non punitive, ma rigorose, sul conflitto d'interessi, che non è solo di Berlusconi, sull'ordinamento giudiziario e sul sistema dell'informazione.

    In questo quadro, potrebbe benissimo essere che l'omaggio rivolto da Walter Veltroni a Veronica Lario abbia qualcosa di strumentale e, quindi, sia da considerarsi inopportuno. Potrebbe anche essere, e preferisco interpretarlo in questo modo, un'espressione di stima, che non va a scapito delle suscettibili e gelose signore diessine, e anche un modo di suggerire che è tempo di valutare le persone, anche la moglie del capo dell'opposizione, con riferimento alle loro opinioni e non al loro status, alla loro collocazione. Il bipolarismo non viene reso mite annacquandolo nelle sue regole, a cominciare da quelle elettorali, e nei suoi meccanismi istituzionali, ovvero impedendo, grazie alla introduzione di qualche ignota variante di sistema elettorale proporzionale, che dal momento del confronto elettorale emergano, in maniera chiara, vinti e vincitori.

    La mitezza è una modalità di rapporti che le persone possono decidere di applicare fra loro. Al sistema politico si confa, piuttosto, la chiarezza degli esiti. Sicuramente, quando gli elettori percepiscono che, al di là delle legittime e persino auspicabili differenze fra le visioni e le scelte politiche, i dirigenti di partito, i parlamentari, i ministri e i ministri «ombra», si stimano ovvero, quantomeno, non si odiano visceralmente, impareranno anche a rispettare le differenze fra loro stessi. Chi vota diversamente da me (e sono tanti...) potrà anche non essere, e non diventare, un mio amico, ma non è necessariamente un mio acerrimo nemico con il quale non prendere mai un caffé.

    Naturalmente, ridurre il livello del conflitto interpersonale e apprezzare le opinioni altrui non significa automaticamente andare a convergenze programmatiche né ad assorbimenti. Non significa tentare furbesche incursioni nel territorio «nemico» oppure inglobare senza nessun discrimine tutti i dissenzienti dello schieramento opposto. Al contrario, è proprio quando le differenze politiche appaiono e rimangono chiare che i buoni rapporti fra le persone politiche consentono agli elettori di capire meglio di che cosa effettivamente si tratta e, quindi, di riuscire a decidere, a votare, a ragion veduta.

    Fintantoché troppi politici, molti giornalisti (vespe, vespine e vespone) e alcuni magistrati penseranno che ha ragione e vince chi alza di più la voce e urla, magari accompagnando i suoi suoni con qualche insulto, non sarà facile per nessuno distinguere le offerte politiche e programmatiche alternative. Da questo punto di vista, la pacatezza e la ragionevolezza di Veltroni (purtroppo, non altrettanto praticate da alcuni suoi fin troppo stretti collaboratori, al vertice e in periferia) sono da apprezzare. Il limite ai tentativi di espandere il consenso va, però, trovato, delineato e mantenuto con netto riferimento alle proposte programmatiche, alle priorità e alle modalità con le quali le politiche verranno poi applicate. Insomma, la distensione nei rapporti personali e politici non deve essere la premessa né di grandi coalizioni (evito espressamente il termine «ammucchiata») né di collusioni programmatiche.

    Se la presuntuosa rigidità, che la sinistra esibisce molto spesso e sulla quale si misura con malcelato piacere in maniera aspra e conflittuale, non si configura come l'atteggiamento che preferiamo, e, incidentalmente, non paga, neppure il lassismo programmatico e, me lo lasci dire Veltroni, il buonismo superficiale sono virtù. Ben vengano rapporti politici-personali improntati alla mitezza purché le scelte politiche siano caratterizzate da un'austera e severa, nient'affatto accondiscendente, visione.

    Gianfranco Pasquino- L'Unità

    http://www.unita.it

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