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  • 19/04/2010 Adesso basta, sull'acqua decidiamo noi. Perché un referendum? (http://www.acquabenecomune.org)

    Ricerca personalizzata

    Perché un referendum?

    Perché l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale. Un bene essenziale che appartiene a tutti. Nessuno può appropriarsene, né farci profitti. L’attuale governo ha invece deciso di consegnarla ai privati e alle grandi multinazionali. Noi tutte e tutti possiamo impedirlo. Mettendo oggi la nostra firma sulla richiesta di referendum e votando SI quando, nella prossima primavera, saremo chiamati a decidere. E’ una battaglia di civiltà. Nessuno si senta escluso.

    Perché tre quesiti?

    Perché vogliamo eliminare tutte le norme che in questi anni hanno spinto verso la privatizzazione dell’acqua.
    Perché vogliamo togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.
     

    Cosa vogliamo?

    Vogliamo restituire questo bene essenziale alla gestione collettiva. Per garantirne l’accesso a tutte e tutti. Per tutelarlo come bene comune. Per conservarlo per le future generazioni. Vogliamo una gestione pubblica e partecipativa.
    Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia.

    Dai referendum un nuovo scenario

    Dal punto di vista normativo, il combinato disposto dei tre quesiti sopra descritti, comporterebbe, per l’affidamento del servizio idrico integrato, la possibilità del ricorso al vigente art. 114 del Decreto Legislativo n. 267/2000.
    Tale articolo prevede il ricorso ad enti di diritto pubblico (azienda speciale, azienda speciale consortile, consorzio fra i Comuni), ovvero a forme societarie che qualificherebbero il servizio idrico come strutturalmente e funzionalmente “privo di rilevanza economica”, servizio di interesse generale e scevro da profitti nella sua erogazione. Verrebbero di conseguenza poste le premesse migliori per l’approvazione della legge d’iniziativa popolare, già consegnata al Parlamento nel 2007 dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, corredata da oltre 400.000 firme di cittadini.
    E si riaprirebbe sui territori la discussione e il confronto sulla rifondazione di un nuovo modello di pubblico, che può definirsi tale solo se costruito sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini e delle comunità locali

    L'aprile di Cochabamba. A dieci anni dalla Guerra dell'Acqua

    erasto_bloque_popular_honduras“Mia nonna mi faceva strappare il grano in maniera che le piante non soffrissero. Stava attenta al canto degli uccelli E parlava con l’acqua. Ora io voglio tornare nel mio pueblito. Per vivere ma anche per morire. La città ti mangia. Sono felice che a casa mia non sia arrivata né l’elettricità né il cemento. Perché lì la Pachamama è in pace. Ed il mondo dell’Occidente è lontano”.

    Doña Suzana sarà alta un metro e mezzo - quando ha la bombetta in testa. Ha i piedi della misura di una mano. Per parlare si è alzata dalla sedia ed anche così sembrava minuscola. Ha quasi cinquant’anni. Per partecipare alla Feria del Agua si è vestita elegante, con la gonna di velluto, la camicetta di pizzo e, appunto, la bombetta. Una perfetta donna potosina, degli aridi altipiani dell’Occidente boliviano.

    Noi, gente di sei paesi – oltre l’Italia, tutta la zona andina – riuniti da due giorni in una tavola tematica per analizzare la “visione andina dell’acqua”, come proposta politica e come processo, ci siamo azzittiti.

    Doña Suzana ha chiesto la parola e l’ha tenuta per mezz’ora. Raccontando della sua infanzia e di cos’è il mondo oggi. Dopo due giorni di scambi di studi ed opinioni, la visione andina dell’acqua era lì davanti a noi che parlava. Altissima.

    MARCIA_DIEZ_ANOS_GUERRA_AGUA_169Sono altri modi di vedere le cose, di sentire. Sono quelli che in parte dieci anni fa hanno mosso un popolo per difendere la propria acqua, a Cochabamba, per la Guerra dell’Acqua. Sono fra quelli che in questi tre giorni di Feria del Agua, proprio qui a Cochabamba, gente proveniente da 15 paesi diversi sta facendo propri, per celebrare una cultura dell’acqua fatta anche di proposte concrete e non solo di manifesti, di analisi e di documenti che verranno presentati all’interno della Cumbre del Clima, che sempre a Cochabamba prenderà piede dopodomani.

    Dieci anni fa la povera popolazione cochabambina – per primi i contadini regantes, poi gli operai, poi gli ex minatori arrivati pochi anni prima senza niente ai bordi della città, andando a rimpinguare le file delle baraccopoli della Zona Sud di Cochabamba; infine anche impiegati, insegnanti, fino a coinvolgere tutti i segmenti della società – si era opposta alla privatizzazione della gestione idrica cittadina per mano della statunitense Bechtel. Quelli che non avevano mai avuto un allacciamento all’acqua, quelli che non avevano più un boliviano per pagarla, quelli per cui l’acqua era sacra, e non mercificabile, quelli per cui l’acqua era un diritto umano: si erano saldati in un unico fronte, perché senz’acqua non si vive. E perchè c’erano tante Doñas Suzanna che ricordavano le madri e le nonne raccontare delle voci dell’acqua.

    Partire dalla Guerra dell’Acqua, di cui cadono i dieci anni, ma andare oltre la visione eroica dell’accaduto, ed analizzare cosa in questo tempo è successo, uno dei propositi della Feria Internazionale dell’Acqua.

    Questo incontro di respiro internazionale, che è riuscito a convogliare movimenti ed organizzazioni che da tutto il mondo si sono dati appuntamento in una città e in un momento simbolici, è iniziata lo scorso 15 di aprile con una marcia emozionante: oltre 10.000 persone hanno attraversato la città con cartelli e slogan fino a raggiungere il Complejo Fabril, la sede sindacale operaia dall’altra parte della città. C’erano attivisti, sindacalisti di tutta l’America latina, sostenitori internazionali. Ma la maggioranza di questa gente, che aveva risposto alla convocatoria dei giorni precedenti – “10 anni sono passati dalla Guerra dell’Acqua,  
    10 anni da quando abbiamo recuperato la nostra voce attraverso la Coordinadora de Defensa del Agua y de la Vida, 10 anni da quando abbiamo recuperato la nostra capacità di decidere….” - erano gli abitanti della più povera della città, la Zona Sur. Questa parte della città - quartieri nati caoticamente 25 anni fa senza disegno né gloria, né nessun tipo di infrastrttura se non le braccia, la volontà e la sapienza di minatori e di contadini – è diventata uno dei bacini politicamente significativi del Valle de Cochabamba: sono 250.000 persone senza un goccio d’acqua ma con una forza di convocazione importante, organizzati in comitati e riuniti in  Asicasur.

    La Feria del Agua è un incontro che si svolge da anni sulle tematiche legate all’acqua essenzxialmente organizzato da loro. Quest’anno, grazie alla coincidenza con il decennale della Guerra dell’Acqua ed al sostegno di alcune organizzazioni italiane, la Feria del Agua si è trasformata in una cumbre sull’acqua.

    Da un punto di vista locale, le sigle boliviane che hanno promosso la Feria del Agua - La Coordinadora Nacional de Defensa del Agua y Servicios Básicos, la Coordinadora de Defensa del Agua y de la Vida; la Asociación de Sistemas Comunitarios de Agua del Sur (ASICASUR), e numerose cooperative di acqua potabile del Paese - hanno mandato congiuntamente un messaggio ben chiaro: a dieci anni dalla guerra dell’acqua, la situazione idrica in Bolivia è ancora spaventosa. “Cochabamba ha vinto la guerra ma ha perso l’acqua”, hanno dichiarato Abraham Grandydier,presidente di Asicasur, ed Oscar Olivera, protagonista della Guerra dell’Acqua ed attuale sindacalista e referente della Coordinadora del Agua y la Vida.

    MARCIA_DIEZ_ANOS_GUERRA_AGUA_143La Feria del Agua è  proseguita venerdì con i seminari e gli incontri tematici. Con una interessante commistione di apporti stranieri e rappresentanti delle realtà locali boliviane – dai comitati dell’acqua delle zone periurbane, alle aziende autonome che gestiscono a Santa Cruz e Tiquipaya, alle imprese comunitarie degli altipiani – la situazione delle gestioni idiriche è stata analizzata da un punto di vista normativo e costituzionale, delle gestioni pubblico – comunitarie e delle cogestioni, comparando situazioni simbolo come l’Ecuador della Ley del agua appena approvata, e la Bolivia che in questo momento vanta sei versioni per l’applicazione; la Colombia e l’Italia per i meccanismi di privatizzazione; l’Uruguay e l’Argentina per le esperienze pubblico – pubblico, e comunitarie. La situazione mondiale dell’acqua è stata analizzata sotto il profilo del cambiamento climatico e delle politiche governative, anche dei paesi dell’ALBA che si stanno dirigendo verso meccanismi di ipersviluppismo.

    Specificatamente, sulla Bolivia le preoccupazioni sono alte: “La Costituzione boliviana appena approvata non è sufficiente per risolvere le problematiche di un Paese servito per nemmeno il 25% da reti idriche ed igienico sanitarie. E la complessità delle realtà del Paese, che vede gestioni comunitarie, preponderanze storiche  - come i regantes, casta preincaica atta alle irrigazioni, che spesso si scontrano con le normative municipali – comiteè autorganizzati e imprese recuperate non ancora autronome, come la stessa Semapa di Cochabamba, ha bisogno di leggi di attuazione che vadano ben più in là dei discorsi suggestivi dello stato plurinazionale”, ha detto Rocio Bustamante, del Centro Agua di Cochabamba.

    “Delle nuove entrate che la Bolivia vanta, per gli accordi su gas ed idrocarburi, pretendiamo più investimenti per acqua e reti idriche”, hanno sottolineato ancora dirigenti di Asicasur.

    Oggi oltre 120 stand accoglieranno le 5000 persone previste. Ed un documento congiunto sarà redatto per essere inviato ai rappresentanti della Cumbre sul Clima, per porre l’attenzione sulle tematiche dell’acqua, cosa che a Copenhagen era malamente riuscito.

    Fracesca Caprini

    www.yaku.eu

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