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  • 09/02/2011 "B. subito a processo: prova evidente".    E il Pdl paragona i magistrati alle Br (http://www.ilfattoquotidiano.it)

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    E' una farsa, farò causa allo Stato" (video).Documento del Popolo della libertà: "Magistrati milanesi come una avanguardia rivoluzionaria che sovverte voto"
    Il premier teme altre indagini e vuole un decreto legge sulle intercettazioni. Il Colle dice no



    I pm di Milano chiedono il rito immediato per Silvio Berlusconi, accusato di concussione e prostituzione minorile. Negli atti anche le sue telefonate. Ma i magistrati non le utilizzeranno durante il dibattimento (leggi l'articolo). A Napoli invece, la polizia perquisisce l'abitazione di Sara Tommasi e di altre cinque persone. La soubrette della scuderia di Lele Mora, è uscita distrutta psicologicamente dalla partecipazione a pagamento a festini con politici e imprenditori (leggi l'articolo e ascolta l'audio). La ragazza era in contatto con il premier, al quale scriveva continuamente sms disperati. Come il 10 gennaio: "Silvio vergognati, mi hai fatto ammalare...". Sul fronte politico, intanto, il premier tenta di distogliere l'attenzione degli elettori dallo scandalo, annunciando riforme costituzionali per rendere più libera l'attività imprenditoriale (leggi l'articolo). Poi lancia l'ennesimo attacco alla magistratura: l'ufficio di presidenza del Popolo della Libertà firma un durissimo documento di accusa contro i giudici milanesi. Il Pdl si dice pronto ad "avviare tutte le iniziative politiche necessarie per difendere il diritto di tutti i cittadini ad una Giustizia giusta". Insomma, si prepara un nuovo bavaglio

    09/02/2011 “Giudizio immediato per il premier” B: “Processo farsa, avanti con riforme” (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Giudizio immediato per entrambi i reati. Come già anticipato ieri la procura di Milano ha inoltrato questa mattina al Gip Cristina di Censo la richiesta di processo per il presidente del Consiglio, accusato di concussione e prostituzione minorile. Nella richiesta i magistrati Sangermano, Forno e Boccassini hanno motivato la richiesta con il “sussistere dell’evidenza della prova”. Hanno ribadito inoltre, l’insussistenza del “reato ministeriale”. Confermata nella sostanza la linea portata avanti dalla metà di gennaio, da quando cioè la notizia è stata resa pubblica. E confermata anche, al momento, l’esclusione dalla richiesta della posizione del premier nei confronti di Iris Berardi, la seconda minorenne che partecipò alle feste del premier ad Arcore e i nuovi riscontri che arrivano dalla procura di Napoli su un giro di prostituzione legato alla malavita organizzata. In totale, i pm hanno trasmesso 782 pagine di atti. La procura di Milano non chiederà invece l’autorizzazione alla Camera per alcune telefonate intercettate nel caso Ruby nelle quali parla Silvio Berlusconi. Come ha spiegato Bruti Liberati la richiesta non verrà avanzata in quanto tali conversazioni sono “irrilevanti ai fini dell’inchiesta”.

    La notizia della richiesta è arrivata mentre Berlusconi era impegnato in conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri. Berlusconi non ha voluto rilasciare commenti sull’attività della magistratura – “per amor di patria non parlo di giustiza penale” – e ha preferito illustrare i temi “politici”. In realtà, a fine conferenza il premier trasgredirà all’amor patrio per dire: “Mi chiedo chi pagherà per questo schifo. La responsabilità dei giudici ci deve essere”. Il premier parla di “processi farsa, accuse infondatissime”. E ancora: “Queste pratiche violano la legge, vanno contro il Parlamento, la procura di Milano non ha competenza territoriale né funzionale”. Fino alla chiosa: “Alla fine nessuno pagherà. Alla fine come al solito pagherà lo Stato. Farò una causa allo Stato visto che non c’è responsabilità dei giudici”. E con il premier si schiera anche Umberto Bossi che alle agenzie dice: “I pm hanno esagerato, vogliono uno scontro tra istituzioni”. Salvo poi rettificare in parte le proprie dichiarazioni ammettendo: “Certo anche Berlusconi ha le sue colpe se si trova in questa situazione. Certe cose le ha fatte lui, non io”. Il leader del Carroccio si dice in ogni caso sicuro di portare a casa il federalismo entro marzo. “Napolitano – dice – farà sponda”. Il senatur è tornato anche sulla questione delle commissioni parlamentari. “Abbiamo la maggioranza assoluta alla Camera , ma adesso non abbiamo più i numeri nelle commissioni. Non è possibile. Le regole vanno riviste”.



    Ma torniamo al consiglio dei ministri. Il governo ha infatti dato il via libera al disegno di legge costituzionale di modifica degli articoli 41, 97 e 118, comma quarto, della Costituzione sulla libertà di impresa. Il provvedimento sarebbe stato approvato “salvo intese”, termine ‘tecnico’ con il quale si indica che il testo ha ricevuto il sostegno del governo ma è suscettibile di successive modifiche. Via libera anche al decreto legislativo per il riordino del sistema degli incentivi. Il testo è stato approvato all’unanimità con lievi modifiche rispetto alla bozza originale.

    Per quel che riguarda l’articolo 41, Berlusconi ha confermato di fatto l’intenzione di “permettere tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Questa invece la nuova formulazione del quarto comma dell’articolo 118 della Costituzione secondo le modifiche previste dal disegno di legge costituzionale: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni garantiscono e favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

    Rispetto al testo attuale, il quarto comma cambia molto poco: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”, recita la carta. L’unica modifica, dunque, è l’aggiunta della parola “garantiscono”.

    E’ partita “la nuova fase del lavoro di governo, tesa al rilancio per la crescita dell’economia - ha commentato Silvio Berlusconi al termine del Cdm – Questa è la risposta alla crisi globale, noi abbiamo saputo mantenere in ordine i conti pubblici”, ha ricordato il premier. Poi la stoccata all’ex alleato Gianfranco Fini: senza il blocco dei finiani sarà possibile per la maggioranza “fare le riforme”.  “Siamo stati un annetto distratti –  ha detto – da ciò che è successo nel Pdl con la diaspora che si è creata e che ci ha visto arrivare alla attuale situazione. Ora la maggioranza è in continuo miglioramento, cresce di votazione in votazione e che ci ha tolto di mezzo l’impossibilità di fare certe riforme, a partire da quella della giustizia che grava negativamente su tutti i cittadini”.

    Ma la “nuova fase” paventata dal premier  avrà bisogno di tempi lunghi e maggioranze certe. Al momento sembra quindi essere solo uno spot per Berlusconi, messo all’angolo dalle inchieste giudiziarie. Per arrivare alla modifica della Costituzione, infatti, è previsto un lungo iter parlamentare. I cambiamenti della Carta devono infatti subire un doppio passaggio in entrambe le camere. Inoltre, le modifiche costituzionali devono avvenire con maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento. Nel caso di ricorso ad una maggioranza semplice – ammesso e non concesso che questa ci sia sempre – però, la riforma può essere sottoposta a referendum popolare (se richiesto da almeno un quinto dei parlamentari, o da 500mila elettori, o da cinque consigli regionali). Un passaggio che già in passato portò male all’alleanza tra Lega e l’allora Forza Italia, sconfitte dal voto popolare nel 2006, quando il 61% degli elettori rifiutò le modifiche volute da Berlusconi.

    09/02/2011 Berlusconi, ipotesi decreto bavaglio. Pdl: pm sono avanguardia rivoluzionaria (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    La linea moderata di Berlusconi è durata decisamente poco. Dopo la richiesta di giudizio immediato inoltrata oggi dalla procura di Milano, il premier – e l’intero Pdl – hanno alzato il livello dello scontro, paragonando i magistrati milanesi a una specie di associazione sovversiva, qualcosa di molto simile alle Brigate Rosse: una “avanguardia rivoluzionaria” che vuole sovvertire il voto, nel “disprezzo del popolo e del parlamento”. Un modo per introdurre l’ultima idea che la maggioranza ha messo in campo per salvare Berlusconi dai processi. Il premier pensa infatti ad un decreto legge per intervenire sulle intercettazioni. Questa almeno l’ipotesi avanzata nell’ufficio di presidenza del Pdl, riunito questa sera a palazzo Grazioli. Nel corso della riunione Berlusconi è tornato a criticare la diffusione dei contenuti di telefonate ed sms relativi all’inchiesta sul ‘caso Ruby’, ribadendo che è una indecenza e che non c’è nulla di vero. L’idea di decreto dovrebbe essere poi sottoposta al presidente della Repubblica Napolitano, per sondarne gli umori. Ma anche su questo le versioni non coincidono. Le agenzie battono prima la notizia di un incontro al Colle. Passano pochi minuti, però e dal Quirinale arriva la secca smentita: “Nessun incontro previsto”.

    Intanto, per dare un peso alle parole del capo, l’ufficio di presidenza ha licenziato un documento che il ministro Frattini aveva anticipato come “serio ed equilibrato”. Eccone un passaggio: “L’Ufficio di presidenza del Popolo della Libertà esprime pieno sostegno al premier Berlusconi, vittima da 17 anni di una persecuzione che non ha precedenti nella storia dell’Occidente. Stabilisce inoltre di avviare tutte le iniziative politiche necessarie per difendere il diritto di tutti i cittadini ad una Giustizia giusta e di intraprendere tutte le opportune iniziative parlamentari per scongiurare un nuovo 1994 o, ancor peggio, che a determinare le sorti dell’Italia sia una sentenza giudiziaria e non il libero voto dei cittadini”.

    L’equilibrato documento prosegue denunciando la deriva stalinista dello stato: “La Procura di Milano appare ormai come una sorta di avanguardia politica rivoluzionaria, in sfregio al popolo sovrano ed ai tanti magistrati che ogni giorno servono lo Stato senza clamori e spesso con grandi sacrifici. Essa agisce come un vero e proprio partito politico calibrando la tempistica delle sue iniziative in base al potenziale mediatico”.

    Il partito del premier non rileva che fu proprio un pool di magistrati coordinato da Ilda Boccassini a portare alla sbarra gli esponenti delle nuove Br, che tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000 uccisero Massimo D’Antona e Marco Biagi.



    Durissima la replica delle opposizioni, a cominciare dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro: “Fare un decreto legge per bloccare il lavoro dei magistrati che stanno indagando su Berlusconi equivale ad una dichiarazione di guerra che, facendo le debite proporzioni, sta sullo stesso piano di quanto sta succedendo in Egitto e potrebbe provocare una rivolta simile. Anche in Italia, infatti, cominciano a mancare le condizioni minime di democrazia”.

    “Ci appelliamo pertanto al presidente della Repubblica affinchè, con il senso di responsabilità che lo contraddistingue, possa bloccare per tempo questo ennesimo tentativo di calpestare la Costituzione, le istituzioni e il Parlamento”, conclude Di Pietro.

    Parla di “toni terroristici” la replica del Pd. ”Il comunicato emanato dall’ufficio di presidenza del Pdl, ribadendo le tesi complottistiche a cui la destra ci ha abituato, presenta toni, sintassi e lessico piu’ vicini a quelli utilizzati da un’organizzazione terroristica che non a quelli che dovrebbero essere propri del principale partito di governo del Paese”. E’ affidata alle parole di Andrea Orlando, presidente forum Giustizia del partito, la replica dei democratici. “Il fatto che invece sia un partito con tale responsabilità di governo a usare parole così violente e minacciose – conclude – costituisce di per sè un elemento di destabilizzazione delle istituzioni, rivolto contro chi ha la colpa di fare il dovere che la Costituzione gli attribuisce”.

    09/02/2011 Sara Tommasi, festini e marchette da Lele Mora ai Berlusconi. Ma anche disperazione (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Piange al telefono con la madre, scrive sms minacciosi direttamente al presidente del Consiglio, finisce in una clinica per curarsi. “Non è la vita che sognavo, se la vita da star è fatta di questo, lo capisco e rinuncio”. Prima la droga, i festini, le marchette, i rapporti diretti con il clan di Lele Mora e Fabrizio Corona, ma soprattutto con Silvio Berlusconi e suo fratello Paolo. Poi la disperazione e il crollo. La storia di Sara Tommasi che emerge dalle intercettazioni raccolte nell’inchiesta di Napoli è quella di una ragazza distrutta, prima dalle sue ambizioni, poi dal giro di Lele Mora e del premier. Oggi l’abitazione milanese di Sara Tommasi è stata perquisita dagli investigatori, che hanno sequestrato un personal computer. Perquisita anche l’abitazione di Vincenzo Saiello, soprannominato “Bartolo”, indagato per favoreggiamento della prostituzione nell’inchiesta di Napoli e in contatto con Corona.

    Sono tante le conversazioni e gli sms in cui si coglie chiaramente una volontà di ribellione della ragazza a un sistema che ormai l’ha imprigionata. E la paura di restare coinvolta nello scandalo che sta montando. Al punto da arrivare a scrivere, il 15 gennaio 2011, giorno in cui esplode lo scandalo delle prostitute e dell’harem dell’Olgettina, un sms inequivocabile al premier Berlusconi: “Spero che crepi con le tue troie”. Già il 10 gennaio, sempre rivolgendosi a B, scriveva: “Silvio vergognati, mi hai fatta ammalare. Paga i conti dello psicologo”. Lo stesso giorno Sara Tommasi riceve la chiamata della segretaria della clinica “Delle betulle” di Appiano Gentile: “Sara, grazie alla raccomandazione di Berlusconi Paolo, è convocata presso la clinica “Delle Betulle” ad Appiano Gentile, per essere visitata dal dottor Sforza”.

    Ecco l’audio della conversazione di Sara Tommasi con l’inviato del Fatto Quotidiano Marco Lillo

    Ma continuiamo con le carte della procura di Napoli. Il principale interlocutore di Sara era, appunto, Vincenzo Seiello, detto “Bartolo”, presunto organizzatore dei festini a pagamento ai quali partecipa anche la soubrette. “Ciao Sara per una serata tipo cena con un imprenditore la vuoi fare? 1500 euro? E mi fai sapere”, le scrive in un sms. La figura di Silvio Berlusconi emerge proprio da una telefonata tra i due, intercettata il 9 settembre 2010. La Tommasi dice di non poter partecipare a una serata con Bartolo perché “devo vedere una persona che non vedo da un sacco di tempo, che mi ha chiamato adesso”. Scrivono i magistrati di Napoli: “I fatti avrebbero insinuato che quella persona andava identificata nel presidente del Consiglio Berlusconi, perché subito dopo la sua scorta peronale fu notata da Seiello Vincenzo e Amirante Giosué, mentre indugiavano sotto casa della donna con l’intenzione di parlarle per convincerla a mantenere l’impegno”. Ecco le parole di Bartolo, che si dice sorpreso da ciò che ha visto: “Le guardie del corpo di Berlusconi! Se la sono venuta a prendere a questa e se la sono portata…guarda, è una cosa incredibile”. Circostanza, quella della scorta del premier a disposizione della Tommasi, smentita ieri da Palazzo Chigi: “E’ assurdo e diffamatorio”.

    Ma è proprio nella fase della “ribellione” di Sara Tommasi che emergono meglio i legami e i collegamenti con il premier e con il giro di Lele Mora. Tutto inizia il 18 dicembre scorso, quando, in un sms a “Bartolo”, Sara scrive: “Mi spiace non voglio più avere niente a che fare con Corona e con Lele, né con questo mondo. Addio”. E ancora: “Né te né Lele né Fabrizio (Corona, ndr) né le marchette che volevi farmi fare nel giro squallido di Marina Berlusconi che volevate farmi fare o dei festini privati”. In una telefonata tra i due, lo stesso giorno, Sara è ancora più esplicita: “Mi sono stufata di lavorare, hai capito? Se devo andare a scopare tutto il mondo come sta succedendo con gente che mi perseguita con le droghe, a destra e sinistra…”. Questa mattina Marina Berlusconi, per commentare questa intercettazione, ha attaccato i giornali: “Non è un caso che anche stavolta il rilievo di gran lunga maggiore a queste farneticazioni sia stato dato dai soliti ben precisi giornali: quelli che, quando ogni giorno sproloquiano sulla macchina del fango, in realtà stanno parlando solo di se stessi e del loro comportamento”.

    Dopo aver evocato la figlia di Silvio Berlusconi Marina, nel litigio con Bartolo la Tommasi tira in ballo anche il fratello di B. Paolo: “Ora scusate ma andatevente a fanculo Co e company dei miei stivali e ditelo anche a Paolo Berlusconi”.

    A gennaio i comportamenti di Sara Tommasi diventano schizofrenici. Con Ermanno Dionisio, che dice di “volerla tutta per lui”, l’8 gennaio risponde: “O mi paghi a prestazione o t’inkuli! Ho già mille fidanzati. Sono diventata una troia. Ciao”. La risposta è: “Ok…markette sta bene bacio”. Ci sono poi i dialoghi e le accuse al premier il 10 gennaio, ma soprattutto il pentimento e la paura, in una telefonata disperata alla madre, intercettata il 19 gennaio, così trascritta nel fascicolo di Napoli: “Sono venuta (a Milano) per due appuntamenti, ma poi alla fine non sono serviti a un cazzo…e basta…ora sto qua a rompermi i coglioni, con la gente che mi droga a destra e sinistra. Non so più dove scappare (ndr, sembra che stia per piangere), non so più dove scappare…guarda (ndr, poi piange)…sono perseguitata..da Berlusconi e da tutti…non so dove mettere le mani”.

    Le angosce, le visite in clinica, la prostituzione che comunque, a fasi alterne, continua. La consapevolezza che la strada per il successo facile ha un prezzo altissimo. Un brusco ritorno alla vita reale. Che ricorda la storia di Virginia Sanjust, l’annunciatrice Rai travolta dal legame con Berlusconi che “l’ha scelta” nel 2003. Ecco come è finita la storia di Virginia, i questo estratto dal libro “Papi – uno scandalo politico” di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio: “Passato il ciclone Berlusconi, la famiglia Armati-Sanjust ne è rimasta travolta e, a oggi, non ha ancora ritrovato un suo equilibrio. Federico Armati è ancora in forze al Cesis (ora denominato Dis) ma non è più utilizzato per attività operative. Come agente segreto è «bruciato» e si trova nella grottesca situazione di dover lavorare per un servizio che dovrebbe essere fedele al premier che lui ha denunciato e che considera il responsabile delle sue disgrazie. Virginia vive in condizioni ancor più difficili. Alla fine del 2004 ha deciso (secondo il marito, su consiglio di Berlusconi) di lasciare il lavoro alla Rai. La sua personalità fragile, privata dei due punti fermi che la sostenevano – il lavoro e il figlio, sempre affidato al marito – è entrata in profonda crisi. I continui regali e l’enorme disponibilità di denaro che Berlusconi le ha offerto per anni non le sono stati di aiuto. Anzi. Le più svariate sette religiose hanno preso ad aggirarsi come avvoltoi intorno a questa ricca e debole signora, nella speranza di spillarle soldi e favori. Lei, Virginia, s’è avventurata in lunghi viaggi in templi più o meno esoterici”.

    09/02/2011 Mora e la droga. “Sono contrario”. Ma nel ’90 fu condannato a un anno e mezzo per spaccio (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    La storia segreta dell'ex parrucchiere di Bagnolo Po emerge dalla sentenza del tribunale di Verona. Oltre vent'anni fa l'impresario tv fu coinvolto in un giro di cocaina spacciata a cantanti famosi e calciatori. Ma lui si difende dicendo che non portava droga ma solo belle ragazze

    Lui la droga dice di detestarla. Fa di più e precisa: “Se so che qualcuna delle mie star tocca anche solo una canna, la caccio via. L’ ho già fatto con tre persone. Niente nomi, ma quando ho saputo che facevano certe cose, gli ho detto arrivederci e grazie”. Fa niente poi se una ragazza della sua scuderia ammette: “Ho consumato cocaina all’interno del bagno del privè dell’Hollywood”. Francesca Lodo lo mette a verbale nell’ambito dell’inchiesta milanese di Vallettopoli. Lele Mora però tira dritto. Sull’argomento non transige. “Io sono contrario, l’ho sempre detto, e sempre lo ripeterò”. Oggi, poi, che la cocaina si insinua pericolosamente nel caso Ruby, l’ex parrucchiere di Bagnolo Po e grande amico di Silvio Berlusconi, tiene la linea. “Ad Arcore – racconta – l’unica droga è il divertimento”. Quindi va sereno all’incasso della fiducia illimitata da parte del Cavaliere che addirittura gli presta oltre un milione di euro per far fronte ai debiti della sua Lm Management. Qualcosa, però, non torna. La soubrette Sara Tommasi racconta, infatti, di strane sostanze mixate nei cocktail. “Non sai mai cosa Lele ti mette nel bicchiere”. L’ex partecipante all’Isola dei famosi lo racconta al telefono, aggiungendo particolari a una delle feste organizzate proprio da Mora.

    Ombre e sospetti arrivano da ancora più lontano. In questo caso niente bunga bunga o cene ad Arcore. Ma una storia vecchia di oltre vent’anni. Non c’è villa San Martino, ma la Verona di fine anni Ottanta. Quella dei successi calcistici (uno scudetto nel 1984) e dei grandi campioni. Come l’argentino Caniggia. Superstar internazionale alla corte di Osvaldo Bagnoli, mister vecchio stampo, milanese, scorbutico, intransigente. Qualità che producono un’austerità da spogliatoio (Bagnoli diffiderà i suoi calciatori dal frequentare Mora) a cui fa da contraltare una vita mondana spinta all’eccesso. E all’ombra dell’Arena il regista della notte è sempre lui: Dario Mora in arte Lele. Il suo negozio di parruchiere diventa presto il ritrovo di vip, calciatori e belle ragazze. “Un’ attività gaudente – scrivono i giudici  - i cui ingredienti tuttavia non erano soltanto le feste e le ragazze facili, ma anche la droga”. Cocaina soprattutto. Un brutto giro sul quale inciampa il futuro impresario televisivo e che gli costerà una condanna a tre anni poi scontata in Appello a un anno e sei mesi. Il tutto riassunto in un capo d’imputazione che pesa come un macigno. Oggi più di ieri. Leggiamo allora la sentenza del tribunale di Verona datata 30 marzo 1990 che Mora condivide con Pietro Bologna, trafficante siciliano (è nato a Capaci il 20 novembre 1953) sposato con Gabriella Mora, sorella di Lele. I due “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso hanno più volte acquistato e detenuto e venduto a terzi non modiche quantità di sostanza stupefacente”. Reato commesso a Verona nel mese di dicembre del 1988 e nei primi giorni del 1989.

    Il copione prevede protagonisti e comparse: c’è Lele Mora e il trafficante siciliano, calciatori, belle ragazze, cantanti di successo. Non c’è la politica. Ma è solo questione di tempo. Arriverà qualche anno dopo, quando Mora rimarrà folgorato sulla via di Arcore. Nel frattempo il 18 gennaio 1989 “i Carabinieri di Verona segnalavano che, nel corso di una serie di intercettazioni si evidenziava un ampio quanto consistente giro attinente allo spaccio di stupefacenti”. Nel loro italiano indurito i carabinieri citano tra le varie persone intercettate Pietro Bologna, Dario Mora, sua sorella, e il calciatore Paul Claudio Canniggia.

    Questo il primo atto che disegna il quadro. Le intercettazioni chiariscono e aggiungono particolari decisivi. Sono decine le telefonate che vengono annotate dai carabinieri. Altrettanti i brogliacci dove viene scritto il nome di Lele Mora. Il 21 dicembre 1988 Lele chiama di mattina presto il cognato trafficante. “Un certo Lele chiede a Bologna se ha niente. Bologna risponde che non ha niente, facendo cosi bestemmiare il Lele che afferma che non si può andare avanti cosi. Bologna spiega che sta attendendo una telefonata e che nonostante non prenda mai niente per telefono sta aspettando quei venti”.

    In quel periodo il telefono di Pietro Bologna scotta e non poco. Una settimana prima delle telefonate di Mora, il trafficante parla con Caniggia. “Quest’ultimo si lamenta dicendo di stare male. Bologna attribuisce il malore al fatto che il vino si era alterato stando fuori dal frigo e si offre di portare altre due bottiglie di vino”. Quindi Bologna “ribadisce che non bisogna bere del vino rimasto fuori dal frigo. I due restano d’accordo per vedersi l’indomani, verso mezzogiorno, quando Bologna porterà delle altre bottiglie di vino”. I carabinieri registrano. Scrivono vino, ma sanno che si tratta di droga. Un salto logico ben spiegato dai giudici per i quali “si comprende agevolmente che quel qualcosa di cui i tre sono spesso alla ricerca, non può essere palesato chiaramente”. Da qui parole come dischi, automobili, cioccolatini utilizzate “con assoluta incongruità”.

    Le intercettazioni, poi, chiariscono il ruolo di Mora nel traffico di droga. Lui è l’intermediario, ma soprattutto “protagonista di un’intensa attività mondana: si trova in rinomati e lussuosi locali cittadini nelle ore della notte, organizza feste, frequenta famosi personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo”. Conclusione: “Muovendosi in questo ambiente si preoccupa di procurare dei piccoli piaceri ai suoi amici e per questo ricorre all’aiuto del cognato”. Non è un caso, allora, che Caniggia e Bologna, parlando di comparvendita di droga si danno appuntamento “alla festa che Mora ha organizzato al ristorante Cambusa”.

    Oggi come ieri, Mora si dà molto da fare. La sua filosofia in fondo è sempre la stessa: “Le persone – ha raccontato pochi giorni fa al giornalista Gianluigi Parragone – che mi stanno vicine devono stare bene ed essere serene”. E così la notte dell’ultimo dell’anno del 1988 “Patty Pravo parla con lo stesso Dario Mora, il quale le dice di poter disporre di un po’ di E e un po’ di A”. Quindi “le promette che si darà da fare per trovare dei cioccolatini, perché neanche il Bologna li ha reperiti”. Di nuovo quel linguaggio criptico, sul quale, in questo caso, farà luce lo stesso impresario dei vip ammettendo che quella frase serviva a nascondere una richiesta di hashish, fattagli dalla famosa cantante”. E di fumo, l’ex parrucchiere ne parla anche con Gabriella Mora. Il 2 gennaio 1989 le chiede “se può procurare del fumo per fare uno spinello”. In questa vicenda il rapporto tra i due appare chiaro. Lui “le impartisce precise indicazioni sui luoghi dove il Bologna deve recarsi”. Questo è successo. Ma oggi Lele Mora ribadisce che lui con la droga non c’entra nulla.

    09/02/2011 Vertice Pdl sulla giustizia a Palazzo Grazioli. Tre indagati e la moglie di Vespa (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    C’è la giustizia da riformare. Il processo breve da portare a casa. Il caso Ruby da dribblare in ogni modo. Ed ecco che nelle residenza romana di Berlusconi si materializza la moglie di Bruno Vespa, come hanno potuto filmare in esclusiva le telecamere de ilfattoquotidiano.it. Carte e codici sotto braccio, Augusta Iannini, magistrato e capo del Dipartimento per gli affari di giustizia del ministero, ha varcato i cancelli di palazzo Grazioli nel pomeriggio poco prima delle 17,00. E ha partecipato a un vertice del Pdl durante il quale si è discusso delle strategie da adottare per fermare le inchieste della procura di Milano. Al termine della riunione, uno dei partecipanti, l’onorevole-avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, ha attaccato a testa bassa: “I pm violano la Carta costituzionale”.

    Quando la Iannini è arrivata a palazzo Grazioli erano già arrivati Ghedini, il suo collega Piero Longo e il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Le agenzie avevano già battuto la notizia che domani la procura di Milano chiederà il ritto immediato per il Cavaliere accusato di prostituzione minorile e concussione. E nella residenza romana del premier erano pure accorsi Denis Verdini e Nicola Cosentino. Due indagati. Anzi meglio un indagato (Verdini) e un imputato (Cosentino) per concorso in associazione camorristica. Il coordinatore nazionale del Pdl è, invece, coinvolto nelle inchieste sulla cricca e sulla nuova P2 per concorso in corruzione (appalti del G8 della Maddalena), e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. In realtà il numero dei partecipanti al vertice di partito sotto inchiesta, contando Berlusconi sale a tre. Il presidente del Consiglio è coinvolto in tre diversi processi che, da domani, potrebbero diventare quattro. Così a palazzo Grazioli si è parlato di riforma della giustizia. Anche perché, con la Lega, lunedì notte il premier ha stretto un patto: leggi che azzerino le inchieste in cambio dell’approvazione del federalismo.



    In mattinata Berlusconi aveva visto i ministri Giulio Tremonti e Paolo Romani. Poi, nel primo pomeriggio, erano arrivati il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e quello delle politiche regionali Raffaele Fitto. Lui, imputato in due procedimenti rispettivamente per peculato, corruzione, abuso d’ufficio e illecito finanziamento ai partiti in uno, e concorso in turbativa d’asta e di interesse privato nell’altro, se ne era però andato prima che arrivasse la moglie di Bruno Vespa. E nella residenza romana del premier, dopo qualche ora, era entrato Gaetano Pecorella, il terzo avvocato-parlamentare. Ma a quel punto, Augusta Iannini non c’era più.

    Insomma, l’atmosfera è quella da ultima spiaggia. Il premier, in grande difficoltà per il caso Bunga bunga, le sta provando tutte. Tanto che il deputato Giorgio Stracquadanio ha rilanciato l’offensiva chiedendo ad Alfano di inviare ispettori alla procura di Milano. “Mi avvarrò – scrive sul giornale online il Predellino - degli strumenti di sindacato ispettivo, nella speranza che possa fugare i dubbi sul comportamento di magistrati che non sembrano agire secondo le regole e che per primi delegittimano l’ordine giudiziario visto che non vogliono che ad occuparsi di questa vicenda siano i loro colleghi di altri tribunali”. E per farlo ha tirato in ballo un giornalista de il Fatto quotidiano Antonella Mascali che ieri sera all’Infedele di Gad Lerner aveva semplicemente spiegato quello che oggi si è verificato, ovvero il modo con cui i pm hanno stralciato la posizione di Berlusconi unificando i due reati in un unico fascicolo, convinti che quello più grave (la concussione per cui vale l’immediato) si porti dietro il meno grave (prostituzione dove non vale il rito immediato).  Ma Stracquadanio ha parlato di “trucco procedurale” svelato dal cronista. Di nuovo gli ispettori, dunque. Come 15 anni fa, quando il ministro della Giustizia Roberto Castelli inviò ispettori ai magistrati di Milano titolare dell’inchiesta “Toghe sporche”. Ma il presidente del Consiglio tira dritto e in serata annuncia furibondo: “E’ lo scontro finale, mi difenderò in ogni luogo”.

    09/02/2011 Martin Schulz: “Berlusconi si deve dimettere” (http://www.ilfattoquotidiano.it)

    Parla il presidente del Partito socialista europeo che nel luglio 2003 si prese del kapò dal premier italiano: "Getta discredito non solo sull'Italia, ma anche sull'Europa" <

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    Berlusconi? “È una vergogna. Si dimetta”. A dirlo é Martin Schulz, capogruppo socialista al Parlamento europeo, il deputato tedesco che si beccò del “kapo’” in un celebre scontro verbale con Silvio Berlusconi in Aula a Strasburgo. ”Al di là delle controversie politiche che abbiamo avuto, trovo che l’Italia meriti un altro presidente del governo, anche di destra, visto che la destra ha vinto le elezioni ed è giusto che governi”, afferma Schultz a margine di una tavola rotonda europea sulla “Promozione del ruolo delle donne nel Mediterraneo”.

    Secondo Schultz, ex libraio ed oggi presidente del Pse a Bruxelles è indicato da molti come il prossimo presidente del Parlamento europeo, ”va a detrimento di tutto il paese avere un Primo ministro coinvolto in casi così oscuri (l’affaire Ruby). E’ ormai chiaro che lui si occupa più di questi casi e della sua vita privata che dei problemi dell’Italia”.

    Il politico tedesco fu protagonista nel luglio 2003 di un duro scontro verbale con Silvio Berlusconi, che allora si trovava a Strasburgo in qualità di presidente di turno dell’Unione europea. Schulz si permise di criticare la Lega nord per le sue politiche “del tutto incompatibili con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” e condivise le parole dell’allora eurodeputato Antonio Di Pietro preoccupato che “il virus del conflitto d’interessi di Berlusconi si espandesse anche a livello europeo”. Concluse il suo intervento sostenendo che Berlusconi godeva ancora dell’immunità della quale aveva bisogno solo grazie all’abilità di Nicole Fontaine.

    Secca e irriverente la risposta di B: “Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto!”. Oltre che a gelare l’Aula di fronte ad un simile attacco – inutile ricordare che Martin Schultz, in quanto cittadino tedesco, l’olocausto lo conosce bene -, le immagini dell’accaduto fecero il giro d’Europa, e tuttora a Bruxelles viene ricordato con imbarazzo. Alla chiusura del dibattito, l’allora presidente del Parlamento europeo, l’irlandese Pat Cox, prese ufficialmente le distanze dalle parole pronunciate da Silvio Berlusconi a fianco di un Gianfranco Fini che era il ritratto dell’imbarazzo. Il premier italiano si giustificò dicendo di averlo fatto “con ironia” ma si rifiutò di scusarsi con il deputato socialista.

    Oggi Martin Schultz si prende la sua rivincita nel chieder le dimissioni di Berlusconi e non solo per le indagini della procura di Milano, ma anche per motivi politici: ”Un primo ministro che il 30 novembre afferma che Lukashenko è una benedizione per il popolo bielorusso e che sostiene gli autocrati dei paesi arabi mette in discredito tutto il paese ed anche tutta la Ue”

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