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  • 04/11/2006 Elezioni di MidTerm: vittoria annunciata dei democratici (Daniele John Angrisani, http://altrenotizie.org)

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    A pochi giorni di distanza dalle elezioni di mid term, il panorama politico americano è ormai pronto a far fronte all'ondata sismica che sembrerebbe profilarsi nelle urne il 7 novembre con la annunciata sconfitta dei repubblicani. Per la prima volta dal 1994, infatti, almeno una delle due camere del Congresso, in particolare la Camera dei Rappresentanti, viene data stabilmente per riconquistata dai democratici, secondo tutti i sondaggi disponibili ad oggi. Il vantaggio dei democratici alla Camera rischia di essere molto più alto di quello inizialmente previsto ed alcuni istituti parlano addirittura di possibili 240 seggi per i democratici (la maggioranza assoluta è 218 seggi). Si tratterebbe in questo caso di una debacle per i repubblicani, difficilmente gestibile dal punto di vista politico a due soli anni dalle prossime elezioni presidenziali; inevitabilmente, non potrebbe non avere effetti sulle politiche dell'Amministrazione Bush da ora al 2008.

    Un po' diversa è la situazione al Senato, prima di tutto perchè i seggi in ballo sono solo 33 su 100 e di questi 18 sono democratici uscenti, contro i 15 repubblicani uscenti. Per conquistare la maggioranza al Senato i democratici dovrebbero mantenere tutti i seggi attualmente in loro possesso e strapparne almeno 6 su 15 ai repubblicani, impresa molto difficile seppure non del tutto improbabile, stando sempre agli ultimi sondaggi. In particolare sembra assicurata la conquista dei seggi senatoriali di Pennsylvania ed Ohio da parte dei democratici (ai danni di pezzi da novanta del partito repubblicano come Santorum e De Wine) e, molto probabilmente, anche del Montana e del Rhode Island.

    Gli Stati che sono attualmente in ballo sono quindi Missouri e Virginia, entrambi Stati in cui i sondaggi danno un testa a testa fenomenale tra i candidati dei due principali partiti, mentre in Tennesse ed Arizona, i candidati repubblicani sono in vantaggio nei sondaggi, ma il risultato resta ancora incerto. Dovessero i democratici riuscire a conquistare i seggi senatoriali di due dei quattro Stati in ballo, allora la maggioranza al Senato sarebbe matematicamente in mano loro e la disfatta repubblicana risulterebbe, perciò, completa.

    A prescindere dall'effettivo risultato, alcuni dati sono già possibili da dedurre da queste elezioni di mid term piuttosto inusuali. In primo luogo, nella storia politica americana, difficilmente si è assistito ad una battaglia così “partisan” e dura per elezioni di mid-term, che si sono di fatto trasformate in una sorta di referendum politico sui 6 anni di presidenza Bush. Questo ha fatto in modo che, a differenza delle volte precedenti, fossero più gli elementi di politica federale ed internazionale - vedi la guerra in Iraq - a monopolizzare i pensieri e le scelte degli elettori ed a condizionare, quindi, molto probabilmente, il risultato delle elezioni a tutto discapito del partito del presidente. In ogni caso i repubblicani non si sono dati per sconfitti e soprattutto in questi giorni (aiutati forse da qualche sorpresa dell'ultimo minuto?) hanno mandato i propri seguaci ad andare casa per casa negli Stati decisivi per portare quante più persone alle urne possibili e ripetere quell'exploit che permise loro di vincere le elezioni del 2004 negli Stati decisivi del centro e del sud degli Stati Uniti.

    Di sicuro un eventuale nuovo Congresso in mano democratica, soprattutto se anche il Senato cambierà maggioranza, renderà, almeno in teoria, molto più difficile al presidente Bush continuare con le sue politiche attuali. Un sondaggio pubblicato dal Washington Post il 2 novembre ha reso noto che ciò che la gran parte degli americani sperano da un eventuale Congresso democratico è principalmente il ritiro delle truppe americane dall'Iraq, nonché il cambio generale delle politiche di questi ultimi anni che hanno portato a quello che viene percepito sostanzialmente come un disastro militare e politico. Se questo avverrà sul serio è tutto da vedere, ma sta di fatto che le aspettative sono molto alte e di questo i nuovi padroni del Congresso non potranno non tenere conto, sebbene le pressioni contrarie delle lobby delle armi, che già fanno sentire il proprio peso finanziario e politico, saranno sempre più alte e sebbene la decisione finale spetti comunque a quel presidente Bush che, dimezzato o meno che sia, per i prossimi due anni continuerà a governare la superpotenza americana.

    A meno che il prossimo Congresso democratico non abbia la forza e l'intenzione di intraprendere un processo di messa in stato d'accusa contro il presidente Bush, con tutto ciò che questo potrebbe comportare, cosa temuta dal consigliere Rove e alcuni ambienti vicini alla Casa Bianca. Ma tralasciando queste ipotesi che attualmente sono ancora di fantapolitica, l'unica cosa che possiamo fare è attendere il risultato di queste elezioni e vedere cosa davvero prospetterà agli Stati Uniti ed al mondo intero il terremoto politico in arrivo il prossimo 7 novembre.


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