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  • 15/02/2005 Perchè a Vicenza? (http://www.comedonchisciotte.org)

    Ricerca personalizzata

    Il 17 febbraio mi troverò a Vicenza per prendere parte alla manifestazione contro il cosiddetto ‘allargamento della base americana’ che per la precisione è la costruzione di un nuovo insediamento aeroportuale militare.

    Ho deciso di condividere il mio pensiero in proposito ma non per convincere persone indecise riluttanti o di diverso avviso, nemmeno in modo velato. Non credo che la massa possa influire sulla politica né che una concentrazione di pensanti possa salvare o migliorare il mondo.

    Le ragioni per le quali vado non avrebbero meno validità se mi trovassi a Vicenza da solo; sarebbero in un certo senso ancora più forti perché per me si tratterà di un atto individuale e non di una 'partecipazione'.

    Chiarisco che non ho paura delle radiazioni né dei rischi cui ci espone quella presenza in caso di guerra e che il rumore dei jet non mi impressiona e non mi dà nemmeno fastidio. Non sono contro la guerra e la violenza per principi astratti, non sono pacifista e non ho mai esposto bandiere arcobaleno. La complicità scoperta o indiretta di tutte le parti politiche istituzionali con quello contro cui manifesterò a Vicenza mi libera dal sospetto di qualsiasi malintesa appartenenza o simpatia partitica o ideologica.

    La ragione non è che quella base rappresenti le guerre o una guerra: le 'supposte atomiche', e non, che troveranno posto a Vicenza serviranno a imminenti guerre di aggressione - come quelle già state o in atto - contro popoli che non minacciano noi né ‘quelli’ della base e che forse nemmeno ci conoscono. Alle quali il paese il cui nome ho sul passaporto sarà complice attivo o vigliaccamente passivo, celando le proprie vergogne dietro il termine 'alleanza' e altre forme di viltà verbale.
    Aggiungo chiaro chiaro, all'indicativo: non credo alle reti terroristiche internazionali (che delle guerre e della relativa propaganda sono passate come 'ratio'); credo che la violenza che ad esse viene associata la creino e la controllino loro; 'loro', quelli della base.

    Credo che ci saranno popoli e territori che le bombe di Vicenza se le prenderanno e popoli che per ragioni non nobili le lanceranno o che per ragioni meno nobili ancora terranno loro il sacco; a ognuno decidere da che parte stare, ove anche la passività è una scelta.
    A quanti hanno pubblicamente pianto il timore di perdere il 'business' che la base porta, e i guadagni a venire che porterà, prendo il respiro e dico: non provo nemmeno vergogna per voi perché non siete uomini. Non siete persone. Cani (salvo il rispetto per i cani, da sempre vittime
    delle metafore) che sperano di leccare sotto il tavolo briciole del pasto dell'imperatore cannibale: estremo di degrado.

    Il mio diventa per catena logica anche uno statement di apolidismo. I mercenari chiamati 'nostri' soldati dagli individui che calcano il mio stesso suolo e dai media nei quali si riconoscono schiantano la mia appartenenza a qualsiasi 'nostrità'; almeno a quella riferita ai sudditi di una signoria periferica che trova fonte di esistenza nella piatta sottomissione al feudatario. Il 'mio' popolo resiste con le armi e le parole a distruzioni e deportazioni, ai linciaggi morali, a diserbanti culturali e sociali, alle merci, alle morali imposte e anche alla monocultura della 'democrazia'; è sbriciolato e attivo in città,
    deserti, monti e foreste di tutto il mondo.

    E' più libero di chi nelle nazioni 'libere' lascia con indifferenza che si torni a criminalizzare e sanzionare l'espressione stessa delle opinioni personali e del dissenso in nome di 'verità' dogmatiche. Tra breve l'unica cosa che sarà concessa e prevista nell'Europa del pensiero liberale e della ragione critica sarà di reiterare piatte apologie della morale dei vincitori.

    Allora, parteciperò a una manifestazione 'di massa' con la manifestazione di alcuni principi individuali. Perché è in gioco la coscienza del valore della propria esistenza umana. Le pecore si dibattono debolmente sotto la tosatura; alcuni cercano di dibattersi meno debolmente possibile.

    'To take a stand', compiere azioni simboliche di affermazione individuale può sembrare una sublimazione dell'impotenza del singolo.
    Forse lo è. Ma serve: come esercizio, tra l'altro, per ricordare di quel filosofo italiano che raccomandava di non sopravvivere alla propria dignità.
    Siamo in guerra, abbiamo un nemico. Poiché il nemico è in casa, servito e riverito, io andrò a mostrare che non lo riverisco. Tanto basterebbe.

    Raffaello Bisso
    14.02.07

    segnalazione di E.G.

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