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03/02/2007 Di calcio si muore (Fabrizio Casari, http://www.altrenotizie.org)

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Una guerra. Un morto innocente che lascia due figli e milioni di rimpianti. Non stiamo parlando del Medio Oriente o dei Balcani, di Iraq o di Africa. Parliamo dell’Italia, provincia dell’Impero dell’assurdo e capitale di tutte le sue degenerazioni. Stiamo parlando di Catania, di uno stadio, di una partita di calcio e di un dramma che spacca violentemente il confine tra il ludico e il lurido. Per ciò che doveva essere un evento sportivo e per ciò che è stato: un evento luttuoso. Era prevista una partita tra calciatori sull’erba, è andata in scena un match tra folli e delinquenti sugli spalti, dentro e fuori lo stadio, prima, durante e dopo la partita. Quella di ieri a Catania è stata solo l’ultima, tragica vicenda che ha separato il conosciuto dal riconosciuto, l’ignavia dall’ipocrisia, il non voler vedere dal non volersi assumere le responsabilità. Solo pochi giorni prima, a Catanzaro, un dirigente di una squadra locale, era stato barbaramente ucciso da un’accozzaglia di pazzi che lo aveva circondato e pestato fino a lasciarlo morto sul terreno. Colpevole di fare da paciere in una rissa demenziale, aveva pagato con la vita un gesto di buon senso e di coraggio civico.

Dunque partecipare ad un evento sportivo, da tifoso o da dirigente, da addetto o da poliziotto in servizio, può costare la vita. Nel nostro paese, dove la vita sembra subire un ribasso continuo alla borsa valori dell’esistente, lo sport si accomoda in prima fila. Quasi a voler combinare il livello del fatturato a quello della demenza violenta, come a voler tracciare col sangue la residenza dovuta negli inferi dell’umanità. Appaiono finalmente ridicoli, in tutta la loro ipocrisia, i dibattiti sugli stadi del 2012, per non parlare dell’interrogarsi sulla crisi degli spettatori. Chi, di grazia, dovrebbe essere così idiota di portare un figlio in guerra per vedere ventidue persone in calzoncini che corrono dietro ad un pallone? Si può, in una certa misura giustamente, ritenere che ciò che succede dentro gli stadi sia il riflesso di ciò che pervade la società; si può, ma fino ad un certo punto, pensare che i delinquenti che affollano gli spalti siano il portato dello sfascio generalizzato di una società ricondotto dentro un recinto. Ma se risulta ovvio il legame tra condizione generale e situazione specifica di una società malata, si deve avere anche il coraggio di chiamare persone e cose con il loro nome, ad evitare che il “sistema” sia, oltre che lo sfondo indiscutibile, anche l’unico colpevole. Una colpa generalizzata, infatti, è l’anticamera dell’assoluzione generalizzata.

Chi sono coloro che partono da casa per andare a combattere in uno stadio? Che magari si svegliano con la persona cui vogliono bene al loro fianco, alla quale magari salutano amorevolmente prima di uscire, ultimo atto di una vita “normale” che, separata dall’uscio di casa, diventa una vita pazzesca. Sono magari persone che hanno un lavoro, una famiglia, degli amici, dei sogni e delle ambizioni; che vogliono magari bene anche ai loro cani e che si ricordano dei compleanni dei loro affetti; ma che nell’incontro col branco si pitturano il cuore con i colori di guerra, per sostenere – si fa per dire – una squadra e un risultato che in niente, proprio in niente, cambierà la loro vita.

Hai voglia a dire che, dalla famiglia alla scuola, tutti dovrebbero contribuire alla crescita di un sistema valoriale che guidi la formazione dei giovani, che ne impedisca la corsa verso il disvalore. Ma davvero in una società che ha assunto a modello “l’avere” distruggendo “l’essere” le responsabilità sono solo della famiglia e della scuola? E il tubo catodico che inocula ogni giorno una cultura di darwinismo sociale, proponendo miti di successo e identificazione degli “altri” come ostacoli al proprio salire, quando non addirittura come “nemici” e causa del loro scendere, è forse senza colpe? Per sovramisura, questa tv, degna di chi la possiede, ospita trasmissioni idiote con idioti microfonati, che dicono idiozie e scaldano platee già per altro ben disposte.

Si potrebbe cominciare da qui a schermare, si potrebbe proporre da qui un cambio di marcia, ma il piatto è ricco e difficile da lavare. Il tifoso, alla fine, resta l’ultimo livello di una catena che comincia molto prima, fatta di presunti giornalisti e finti commentatori, sponsor e reti, squadre e tesseramenti, giornali da vendere e bugie da spacciare. Una commedia che rende denaro e che avvolge nelle sue spire l’ultimo brandello di logica e di buon senso.

E’ bene, proprio per non generalizzare, dire che i tifosi non sono tutti così. E’ bene, per evitare artiglieria ad “alzo zero”, dire pure che non tutti i club sono così. Ma è bene dire anche che la misura è colma e che attente quanto sofistiche distinzioni, ancorché necessarie, non sono più sufficienti. L’emergenza incombe e non si può sempre essere schierati con i distinguo.

Le frange più violente del tifo organizzato sono terreno privilegiato dell’iniziativa politica di gruppi politicizzati. Spesso preda essi stessi delle ambizioni di alcune organizzazioni politiche poco avezze al reclutamento sulla base dei programmi, preferendo di gran lunga il loro unico programma: l’odio per gli altri. Le società di calcio li usano e sono da essi usate: in un intreccio di ricatti e convenienze, consumano un matrimonio osceno con la barbarie, il cui divorzio definitivo è ormai improcrastinabile. La visibilità che alcuni imprenditori rincorrono acquistando i club, prevede il copione di aiuti diretti e indiretti, che comincia con store e biglietti, per finire con la follia che s’intreccia agli affari, ai quali parole e gesti degli stessi presidenti si sommano in un puzzle nauseabondo di notorietà destinata all’aumento del fatturato.

Il Commissario straordinario della Figc ha sospeso a tempo indeterminato ogni competizione calcistica, dai dilettanti alla nazionale. Come segnale è ineccepibile, ma davvero non basta. Serve una normativa precisa, che ricalchi quella inglese, unica fino ad ora ad aver sconfitto la violenza degli hooligans. Altrimenti un pover’uomo ucciso mentre si batteva per tutti noi, rimarrà solo un nome al quale ricordare paginate di dibattiti inutili destinati a produrre pannicelli caldi. Mentre di calcio si muore.

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