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  • 29/03/2006 La Francia sulla Difensiva (Angelo Cardani, www.lavoce.info)

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    L’Esagono sembra al limite dell’isteria. L’estate scorsa, nonostante fosse in corso una campagna di acquisizioni in tutta Europa in cui la Francia occupava la prima posizione (e, si noti, l’Italia la terza, dietro gli Usa, ma davanti al Regno Unito), l’intero paese insorse come un sol uomo, destra, sinistra, Governo, opposizione, all’idea, poi risultata una bufala, che PepsiCo stesse tentando di comprare Danone.

    A questo episodio ha poi fatto seguito la legge, approvata dal Parlamento francese in una data troppo particolare per non essere sospetta, il 31.12.2005, con la quale è istituita la richiesta di autorizzazione preventiva del Governo francese per acquisizioni da parte di imprese non francesi in undici settori industriali, più o meno connessi alla sicurezza nazionale. (1)

    Operazioni cross brorder di fusione e acquisizione in Europa 1 gennaio-15 agosto 2005

    Paese della società che acquisisce

    valore dell’operazione in miliardi di dollari

    numero delle operazioni

    Francia

    59.5

    146

    Stati Uniti

    55.6

    398

    Italia

    27.9

    76

    Gran Bretagna

    19.8

    272

    Spagna

    18.0

    53

    Svezia

    15.7

    136

    Svizzera

    11.7

    70

    Germania

    7.4

    164

    Danimarca

    6.6

    91

    Arabia saudita

    6.6

    2

    Totale

    286.6

    2251

    Fonte: La tabella è ripresa da “The Economist”

    Anche le Case gioco sono “strategiche”

    La chicca contenuta in questo provvedimento è che, scorrendo la lista dei settori, si trovano le case da gioco, inclusione giustificata dal fatto che spesso sono utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco. Ma se si va a guardare il bilancio di Danone, si scopre che la società controlla, tra l’altro, anche Evian sa, la quale, oltre a produrre acque minerali e gestire terme, possiede anche una nota casa da gioco, appunto ad Evian. La sofisticata eleganza formale di Bercy ha così chiuso il cerchio intorno all’impresa simbolo dell’alimentare francese. Il fatto che anche Accor possegga un casino fa sicuramente gioco.

    Questa norma ha immediatamente attirato l’attenzione della Commissione europea, e il Commissario McCreevy ha aperto una inchiesta, oltre a scrivere, nello stile vibrante che è caratteristico del personaggio, una lettera di messa in mora politica del Governo francese.

    Nei giorni scorsi, al Senato francese è stato sottoposto un emendamento governativo alla legge Opa in discussione, che la stampa ha soprannominato “Bons Breton” dal nome del ministro dell’Economia. La norma prevede per società sotto minaccia di acquisizione la possibilità di un aumento di capitale straordinario riservato agli azionisti in modo equiproporzionale e sottoposto ad alcune condizioni. Questo emendamento sembra essere la diretta conseguenza di un articolo di Le Monde dell’inizio di febbraio nel quale si mostrava, dati alla mano, come la maggioranza della imprese del Cac-40 fosse potenzialmente soggetta a Opa ostile. Le notizie finanziarie di questi ultimi giorni sulle grandi società francesi confermano salute, e quindi potenziale appetibilità: nel 2005 i profitti delle imprese del Cac-40 sono saliti del 30 per cento rispetto al 2004, in particolare per i settori energia, banca e finanza, telecomunicazioni. E, viva la globalizzazione, una media del 70 per cento del giro d’affari da cui derivano si svolge fuori Francia.

    Il terzo anello di questa ghirlanda di protezione è un progetto di legge, finora solo annunciato, dei ministri Thierry Breton, Economia, e Gérard Larcher, Occupazione, sulla possibilità della distribuzione di azioni gratuite ai dipendenti. L’operazione può naturalmente corrispondere a una serie di obiettivi di politica sindacale, ma ha sicuramente l’effetto collaterale non trascurabile di creare un nocciolo duro di azionisti fedeli.

    Quanto all’opinione pubblica, mentre i casseurs affrontano nelle strade i progetti tiepidamente riformatori del mercato del lavoro di Dominique de Villepin, in modo relativamente coerente ben il 69 per cento degli interrogati in un sondaggio Tsn Safres approva quello che interpreta come un preciso intervento di Thierry Breton nel caso Suez-Gdf.

    Quale effetto sullo spirito europeo

    La prima risposta che sarei tentato di dare è che chi è a terra non può cadere. Lo “Spirito Europeo” con le maiuscole ha subito in questi ultimi anni gravi, ripetuti e coordinati attacchi che l’hanno portato ai livelli più bassi che io possa ricordare.

    Credo che questo episodio costituisca l’ennesimo, forse non ultimo, chiodo sulla bara dello slancio verso una politica di approfondimento dell’integrazione europea, e quindi dei passi nella direzione della stella polare, lontanissima ma riferimento irrinunciabile, del federalismo.

    Il dibattito sulla politica estera comune, le reazioni sulla guerra in Iraq, e infine l’entrata dei dieci nuovi Stati membri hanno sancito che questo progetto è morto. Che possa poi fra due generazioni uscire da sotto tre metri di terra come un personaggio di George Romero, è un discorso che francamente non mi interessa, in quanto non avrà effetto su quanto resta del mio arco di vita né su quello dei miei figli.

    Ma lo sviluppo politico dell’Europa ha sempre avuto un altro asse direzionale, la cui ortogonalità con il precedente, in passato, è stato oggetto di molte discussioni: l’allargamento. Se si trattasse di solo allargamento geografico, l’avremmo davanti agli occhi. In realtà è parte essenziale di questo modello la visione, tipicamente britannica, di un mercato interno veramente funzionante, dove le quattro libertà di circolazione trovano la loro realizzazione completa.

    Si tratta di un modello non necessariamente alternativo al precedente, tanto che per anni lo sviluppo delle istituzioni europee è stato la somma vettoriale dei due, definiti in gergo deepening e widening. È un modello sicuramente di pari dignità, e, a ogni buon conto, si tratta di quanto ci resta, tanto vale rendersene conto e rimodulare obiettivi, e soprattutto sforzi, perché è pur sempre un obiettivo il cui raggiungimento non è per nulla assicurato.

    Credo che questa parte del progetto di sviluppo sia rimasta in piedi, e le reazioni un filo scomposte dei vari Stati membri che si sono resi protagonisti del recente festival del patriottismo economico mostrano che non solo è viva e vitale, ma morde con denti che si fanno sentire.

    Si tratta di una seconda fase di integrazione, che va oltre quella commerciale, nella quale l’integrazione ha solo permesso di vendere i propri beni con minore difficoltà. Ora stiamo passando, legislativamente ma anche e soprattutto operativamente, a una fase di integrazione di servizi, di governance, di basi imponibili, di diritti e obbligazioni che spaventano gli Stati membri nei quali è più forte la tradizione del controllo. Da qui le reazioni più o meno elettorali, da qui l’antistorico schiamazzo a favore di protezionismi di ogni tipo e tradizione, da qui il rinsaldarsi di alleanze tra politiche governative e quei settori delle imprese che temono il confronto.

    Investimenti provenienti da paesi dell’Unione Europea. rientrano nell’ambito del decreto sette attività: case da gioco, sicurezza privata, ricerca e produzione di agenti patogeni e armi chimiche; materiali per l’intercettazione della corrispondenza e l’ascolto a distanza di conversazioni, tecnologie dell’informazione (sicurezza) necessarie alla lotta al terrorismo e alla criminalità o alla difesa.

    Investimenti da paesi terzi. Si aggiungono altri quattro settori: cristologia, attività connesse ai servizi di intelligence, ricerca e produzione di armi, munizioni e sostanze esplosive, studi ed equipaggiamenti destinati al ministero della Difesa.


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