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  • 15/02/2006 L’Influenza Aviaria è una cosa seria e va trattata seriamente (Sabina Morandi, www.liberazione.it, visto su comedonchisciotte.it)

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    Il virus H5N1 fa paura perché è il ceppo della Spagnola, che nel 1918-19 fece 40 milioni di morti. L’Europa era devastata dalla guerra e il resto del mondo era alle prese con decenni di carestie. Ma oggi lo spauracchio di una pandemia è fuori luogo


    Ebbene sì, a questo mondo si muore. Dal calduccio dei nostri privilegi ogni tanto dimentichiamo questa tragica verità dell’esistenza e ci rimaniamo male, ma male davvero, quando ci viene ricordata. Quasi ovunque, al di fuori dell’Occidente, si può morire per un taglietto nel piede, per un ascesso dentale o per un’infezione intestinale, tutte cose facilmente curabili se i farmaci fossero gratis. Il che non significa che dalle nostre parti ci sia una cura per tutto e che quando si muore deve essere per forza colpa di qualche medico inadempiente. Ricordare che la morte fa parte dell’esistenza non è mai molto popolare ma forse è l’unico antidoto a una costante deformazione della realtà che ci rende vittime di un mercato della paura sempre più irresponsabile. Proviamo a considerare l’intera questione da un altro punto di vista.

    Tutte le creature di questo mondo vivono a spese di qualcun altro. I grandi mammiferi come noi fanno fuori ogni giorno una gran quantità di organismi solo per nutrirsi, mentre altre creature più raffinate, ad esempio i batteri, sono riuscite a colonizzare praticamente ogni luogo del pianeta sia allacciando patti simbiotici sia distruggendo il loro ambiente, come facciamo noi. Al primo caso appartengono i batteri del suolo - essenziali nella crescita delle piante - e quelli insediati nel nostro intestino - essenziali alla nostra sopravvivenza - mentre al secondo caso appartiene ad esempio la grande famiglia degli stafilococchi, in tutte le sue molteplici specializzazioni. Ben più piccoli dei batteri sono i virus, anch’essi suddivisi in svariate famiglie, la maggior parte delle quali riescono a insediarsi in maniera parassitaria senza fare troppi danni. I virus non sono particolarmente cattivi ma hanno un problema: non sono in grado di riprodursi da soli e debbono quindi utilizzare l’apparato “duplicativo” presente in tutte le cellule. Devono quindi riuscire a infilare i propri geni nel dna cellulare aggirando i molteplici sistemi difensivi dell’organismo ospite. Ma per garantire la sopravvivenza della propria progenie devono mutare spesso perché altrimenti, una volta entrato in contatto con quel ceppo, il sistema immunitario diventa in grado di individuarli e di distruggerli.

    Dopo essere riuscito a penetrare nel genoma dell’ospite e dopo avere approfittato del lavoro della macchina cellulare, il virus deve uscire dalla cellula e spargere la propria prole nel mondo, dove ricomincerà il suo ciclo vitale. E’ questa uscita, in realtà, a provocare la distruzione della cellula e i conseguenti danni più o meno gravi nell’organismo ospite. Va sottolineato che al virus non conviene affatto essere troppo cattivo: uccidendo l’ospite limita di molto le possibilità di contagio - un cadavere non se ne va in giro a infettare gli altri.

    Un “bravo” virus è quello che riesce ad approfittare del “passaggio” senza fare troppi danni, magari riuscendo perfino a costruire una sorta di simbiosi della quale l’ospite non è consapevole come, ad esempio, gli herpes-virus. Non è un caso che i virus più diffusi, come quelli influenzali, siano anche i meno letali mentre quelli davvero feroci, come Ebola, restino fatalmente circoscritti ad alcune aree.

    L’unica arma del virus è quindi la mutazione che, in alcune famiglie virali, viene velocizzata attraverso un transito fra più specie. E’ il caso del plasmodio che passa allegramente dalla zanzara all’essere umano ed è anche il caso dei ceppi influenzali che utilizzano come “serbatoi” maiali, uccelli ed esseri umani. Da quando vennero inventate l’agricoltura e l’allevamento, circa 14 mila anni fa, gli umani impararono a loro spese che il contatto con gli animali dava sì la possibilità di avere proteine sempre sottomano ma favoriva anche le malattie - motivo per cui i nativi americani, che non avevano grandi animali da allevare, erano del tutto privi di anticorpi per le malattie degli europei. Da quando gli allevamenti sono diventati intensivi, la normale selezione che ha consentito agli animali e ai nostri avi di sviluppare un certo grado d’immunità non esiste più: gli animali allevati sono sempre più uniformi geneticamente e quindi sempre più fragili, mentre i vari ceppi batterici e virali si sono rafforzati fino a diventare endemici. La famosa influenza dei polli - così come la peste suina, anch’essa imparentata con l’influenza umana - è diventata endemica da più di vent’anni, e gli allevatori lottano strenuamente contro questa e altre malattie a colpi di farmaci sempre più elaborati. Da anni gli animali selvatici vengono falcidiati dalle patologie resistenti uscite dagli allevamenti industriali: un’altra catastrofe planetaria che conoscono bene i naturalisti, ma della quale in genere non s’interessa quasi nessuno.

    Anche i virus responsabili delle ricorrenti influenze umane mutano, altrimenti non potrebbero infettare gli stessi pazienti anno dopo anno - anche se è esperienza comune che una brutta influenza conferisca una certa dose di immunità per qualche anno a venire. Ogni tanto, passando per polli, i virus influenzali azzeccano la variante più cattiva (ma, come abbiamo visto, non conviene nemmeno a loro diventare troppo letali) e ammazzano più persone del solito: gente con un sistema immunitario debole o che non ha la fortuna di avere a disposizione gli antibiotici per difendersi dai batteri opportunisti che approfittano della strada aperta dal virus. Il famoso H5N1 fa paura perché è il ceppo della famosa Spagnola, l’influenza che nel 1918-19 fece fuori quaranta milioni di persone. Allora, però, non c’erano gli antibiotici per le malattie opportuniste e, se è per questo, nemmeno un granché da mangiare, con l’Europa devastata da quattro anni di guerra e il resto del mondo alle prese con decenni di carestie (gli Olocausti tardo-vittoriani di cui scrive Mike Davis). Infatti, quando in seguito altri ceppi virali targati H5N1 hanno fatto il salto di specie trasformandosi da infezione esclusivamente avicola a malattia umana, le conseguenze non sono state assolutamente così devastanti. Invece delle circa 700 mila persone che, nel mondo, muoiono ogni anno per le normali influenze, nel 1957 l’Asiatica fece fuori quattro milioni di persone e due milioni nel 1968, altra data storica per H5N1. Per ridimensionare queste cifre basti ricordare che nel 2005 ben 11 milioni di bambini sotto i cinque anni sono morti di “malattie trattabili” come bronchiti, infezioni alimentari e via dicendo. Qualcuno avrà serbato un ricordo bruttino dell’inverno del ’68 ma nessuno, allora, pensò di evocare lo spettro della pandemia semplicemente perché non era stato ancora sintetizzato un farmaco in grado di approfittare del mercato della paura alimentato da media poco competenti e molto co-interessati. E adesso che la gente è stata cotta a puntino da mesi di puro terrorismo, è difficile richiudere le porte della proverbiale stalla come cercano di fare gli apprendisti stregoni che ci governano.

    E’ quindi poco probabile che, a parte il settore zootecnico, l’aviaria provochi altre vittime: il salto di specie è sempre possibile ma, almeno dalle nostre parti, non può provocare i risultati devastanti che ci sono stati prospettati in questi mesi come del resto non li sta provocando in Asia, dove i bambini continuano a venire falcidiati dalla diarrea. A pensarci bene è davvero singolare che una creatura che ha disseminato di armi atomiche l’intero pianeta, che convive con i tumori provocati da un’overdose chimica e che è disposta, ogni giorno, a correre il rischio di schiantarsi contro un palo viaggiando ad alta velocità (le vittime globali dell’aviaria equivalgono a quelle di un tranquillo weekend estivo in Italia), sia così terrorizzata da una malattia che ancora non si è manifestata e che, per ora, sta uccidendo soltanto qualche uccello selvatico. Miracoli della propaganda.

    Sabina Morandi
    Fonte: www.liberazione.it
    14.02.06


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