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  • 12/07/2012 In Usa, per il 20% dei bambini con deficit d'attenzione e iperattività (ADHD) ci sarà presto una nuova diagnosi: DMDD ( http://www.aduc.it)

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    Da tempo gli psichiatri infantili e dell'adolescenza li considerano un gruppo a sé stante e quanto mai problematico. Sono bambini irritabili, aggressivi, facili alle esplosioni di rabbia, eppure profondamente tristi, con una scarsa autostima, che si ritirano cupi in se stessi. Li conosce bene Martin Holtmann, direttore sanitario della clinica universitaria di psichiatria infantile e dell'adolescenza ad Hamm -uno dei pochi in Europa a occuparsi di "disregolazione affettiva", termine con cui si definiscono i ragazzi particolarmente difficili. Oggi non esiste una diagnosi ufficiale per quel tipo di disturbo, e infatti si ricorre alla classica ADHD: sindrome da deficit d'attenzione con iperattività; se proprio vogliono accentuarne la complessità, i medici parlano di "ADHD plus". Holtmann calcola che colpisca il 20% dei pazienti iperattivi.

    Ci può essere un bambino maniaco-depressivo?

    Negli Stati Uniti sono già più avanti. La nuova stesura del sistema di classificazione delle malattie psichiche, il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, quinta versione) che apparirà a maggio 2013, molto probabilmente conterrà la nuova diagnosi elaborata per quel tipo di ragazzi. Si chiama DMDD: Disruptive Mood Dysregulation Disorder e concerne anche bambini sotto i dieci anni, quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi. La necessità di una specifica diagnosi trova linfa nel dibattito che divide gli psichiatri infantili fin dagli anni novanta. Si tratta della tendenza di diagnosticare già in tenera età il disturbo bipolare (quella grave malattia psichica che una volta si chiamava maniaco-depressiva -quando i pazienti alternano fasi depressive a episodi di iperattivismo ed eccitazione). Il presupposto era che i sintomi si manifestassero tra il 15esimo e il 30esimo anno d'età, ma in Usa il termine "bipolare" è stato presto attribuito anche a un quinto dei bambini in cura psichiatrica (in Germania a meno dell'1%).
    Questa tendenza statunitense fu molto criticata, ma la discussione si ripropose quando Ellen Leibenluft, del National Institute of Mental Health, nel 2003 scrisse che esiste un tipo di mania dove lo stato d'eccitazione non si manifesta soltanto in episodi circoscritti, ma è sempre presente. A lei si deve anche il concetto di Severe Mood Dysregulation, trasformato poi in DMDD.

    Alto rischio di dipendenza
    L'anno scorso, in un lavoro d'insieme apparso in American Journal of Psychiatry, Ellen Leibenluft concludeva che l'irritabilità non episodica, unita a forte eccitabilità, di solito non porta a un disturbo maniaco-depressivo, ma che i bambini con una rilevante deregolazione dell'umore rischiano, da adulti, di soffrire di depressione e di attacchi di panico. Risultati simili li ha forniti anche Martin Holtmann in Germania: un lungo studio indicava che quei bambini, sui diciannove anni tendono al suicidio, ad assumere droghe e spesso abbandonano la scuola (Journal of Child Psychology and Psychiatry, vol.52, pag.139, 2011). Holtmann vede con favore la nuova diagnosi; costringerà ad approfondire di più l'argomento anche in Germania.
    Sul versante del trattamento farmacologico, oggi si ricorre al metilfenidato (Ritalin) o ai neurolettici atipici. Da non sottovalutare, però, i possibili effetti come aumento di peso, disfunzioni nel metabolismo (Jama, vol.302, pag.2322) o disturbi del sonno. "Ci si trova in un dilemma terapeutico, dato che i bambini non curati rischiano d'uscire totalmente dai binari", spiega Holtmann.

    Il ruolo del QI
    I ricercatori stanno componendo le tessere del puzzle anche riguardo all'origine del fenomeno che presto si chiamerà DMDD. Frank Verhulst, della Erasmus Universiteit Rotterdam, offre un altro contributo con il suo studio "Generazione R", che coinvolge diecimila ragazzini. "Quel gruppo c'è anche da noi in Olanda: bambini aggressivi soprattutto in situazioni nuove, poi tristi, dall'umore oscillante, che sono iperattivi, insomma con tulle le difficoltà possibili e immaginabili". Aggiunge che sebbene i dati siano ancora provvisori, alcuni indizi fanno pensare che quei bambini spesso abbiano un quoziente d'intelligenza (QI) inferiore alla media. "Non stupisce", dice Verhulst. "Più basso è il QI, e più accentuati sono i problemi a vari livelli. Problematici sono soprattutto i soggetti con un QI tra 75 e 90: essendo mentalmente più limitati, vengono ben individuati nel loro ambiente e trattati in modo diverso dagli altri".
    Il dibattito in Usa ha avuto per lo meno il merito che presto quei bambini non saranno più "orfani" di diagnosi, e quindi saranno meglio preservati da diagnosi sbagliate o di ripiego. Ma la ricerca ha un altro nodo da sciogliere: "Ancora non si può dire che sia un gruppo omogeneo", dice Holtmann. "E' possibile che dietro alla stessa configurazione del disturbo ci sia un'eziologia diversa".

    (tratto da un articolo di Christina Hucklenbroich per Frankfurter Allgemeine Zeitung del 06-07-2012. A cura di Rosa a Marca)

    http://www.aduc.it

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