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  • 11/03/2006 Rimedi contro la Psicosi da Aviaria (Marcello Basili, Maurizio Franzini, www.lavoce.info)

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    Gli aggiornamenti sulla diffusione del virus A(H5N1) occupano stabilmente le pagine dei quotidiani e dei magazine nazionali. Apprendiamo così che il virus dell’influenza aviaria si è diffuso in tutta l’Europa continentale, contagiando specie selvatiche di volatili, contaminando allevamenti avicoli (in Francia, Romania, Ucraina e Turchia) e infettando anche i mammiferi (il gatto dell’isola di Ruegen in Germania). In Turchia si sono avuti dodici casi umani di infezione, di cui quattro letali. Minore risalto viene dato alla propagazione del contagio nei paesi africani e asiatici anche se il virus ha ormai toccato allevamenti avicoli in Egitto, Niger, Nigeria, nel sub-continente indiano e ha provocato due decessi umani in Iraq.

    Settore avicolo in crisi

    In concomitanza con questi eventi si è registra una significativa riduzione dei consumi e dei prezzi delle carni avicole, con conseguenze disastrose per interi settori dell’agro-alimentare.
    Secondo la Fao, il consumo di carne avicola è sceso di oltre tre milioni di tonnellate nel solo 2006 (da 84,6 a 81,8 milioni), mentre i prezzi hanno subito una flessione del 30 per cento rispetto al 2004. La crisi del comparto, confermata dal -8 per cento nella quota del commercio internazionale, è essenzialmente dovuta alla riduzione della domanda di carni: in Europa la caduta dei consumi va dal 70 per cento registrato in Italia in febbraio, al 20 per cento della Francia. In India la riduzione è stimata intorno al 25 per cento e anche nei paesi africani affetti dal contagio, come il Niger e l’Egitto, si sono registrati cali significativi.
    Alla crisi degli allevatori vanno aggiunte le difficoltà dei produttori di mangimi che hanno subito, soltanto in Europa, perdite per 42 miliardi di dollari.

    La risposta farmaceutica

    Sul fronte degli antivirali considerati efficaci nel contrastare gli effetti del virus sugli uomini, è dei giorni scorsi la notizia che Margaret Chan, assistant director general dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha avviato negoziati per indurre la multinazionale farmaceutica svizzera Roche, titolare del brevetto dell’antivirale a base di oseltamivir, ad accrescerne la produzione. Secondo i piani della casa farmaceutica, dovrebbe essere infatti di 115 milioni di scatole da dieci pillole per il 2006 e di 300 milioni di scatole per il 2007. Si tratta di quantità assolutamente inadeguate a fronteggiare un’eventuale pandemia. Da qui le preoccupazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Alle quali, però, i dirigenti della Roche hanno risposto che la produzione prevista per il 2007 supera abbondantemente l’ammontare di ordini ricevuti, incluso quello, recente, di 14,5 milioni di scatole da parte del dipartimento della Sanità americano. Ed escludono, pertanto, una ulteriore crescita della produzione.

    Le cose da fare

    Tutti questi fatti sollecitano alcune considerazioni. L’influenza aviaria ha ormai raggiunto tre continenti ed è presumibile che, con la ripresa dei flussi migratori degli uccelli selvatici, si assista a una nuova ondata di contagi. Sarebbe bene prepararsi a questa nuova emergenza, magari intensificando gli sforzi per produrre quantità sufficienti di vaccini specifici per gli allevamenti avicoli e avviare campagne di vaccinazione in grado di circoscrivere o eradicare i focolai di contagio, come già avviene in Italia contro altri ceppi di influenza aviaria.
    La riduzione dei consumi di prodotti avicoli, di per sé ingiustificata, è la conseguenza di molti fattori. Ma tra questi ha un peso rilevante l’incertezza generata dal maldestro tentativo di fornire rassicurazioni eccessive, poi smentite dai fatti, di fronte al materializzarsi di un pericolo che è stato a lungo ignorato. Non si tratta, dunque, soltanto di fragilità psichica. Si tratta, soprattutto, degli effetti di una cattiva gestione e comunicazione dei possibili rischi a cui sono esposti gli esseri umani. Non sembra avere molto successo la strategia volta a minimizzare la rilevanza degli accadimenti, senza distinguere tra i rischi connessi al consumo dei polli, nulli se le carni sono cucinate a temperature superiori ai 60 gradi, e quelli, fondati, relativi al possibile salto della barriera di specie. Non va dimenticato che, nel corso della sua mutazione, il virus A(H5N1) ha già infettato numerose specie di mammiferi: tigri, gatti, leopardi, maiali, per esempio, e soprattutto gli uomini, con 174 casi di cui 94 letali.
    Le perdite economiche del settore avicolo dovrebbero, poi, essere considerate conseguenza della diffusione del virus e andrebbero studiati rapidamente provvedimenti di aiuto. Potrebbe forse essere utile considerare che la domanda alimentare è piuttosto rigida, quindi, la riduzione dei consumi di pollo ha certamente dato luogo a effetti di sostituzione, con conseguenti redistribuzioni nei flussi di spesa a vantaggio di altri settori. Come sempre, non tutti perdono dagli eventi catastrofici. Si potrebbero perciò immaginare anche mirati prelievi solidaristici.
    Infine è ormai evidente che, nonostante le modeste donazioni, l’obiettivo della Roche è produrre antivirale sulla base della sola domanda di mercato.
    Questa strategia appare del tutto inadeguata, soprattutto per il progredire dell’epidemia nei paesi poveri del terzo e quarto mondo. Gli annunciati accordi di sub-licenza con alcune aziende asiatiche (tre) sono assolutamente insufficienti a soddisfare le ingenti richieste che già giungono, e presumibilmente sempre più giungeranno, dai paesi maggiormente esposti al rischio di epidemia. Allo stesso modo, i quantitativi oggi disponibili o programmati sono assolutamente insufficienti anche per il solo fabbisogno dei paesi industrializzati: è del mese scorso la notizia della sospensione delle vendite nelle farmacie canadesi per conservarne stock adeguati in vista di un’eventuale pandemia umana. E va ricordato che, anche nell’eventualità in cui venisse realizzato un vaccino efficace contro la variante umana dell’influenza aviaria, esiste un periodo-finestra tra l’identificazione del modello virale e la disponibilità del relativo vaccino, durante il quale l’unica forma di controllo dell’eventuale epidemia (sia nella cura, che nella prevenzione) sarebbe rappresentata dalla somministrazione degli antivirali oseltamivir e zanamivir.
    Occorre dunque che i governi si attivino per elaborare delle soluzioni condivise ai problemi molteplici prodotti dal progredire del contagio. In questa prospettiva, sarebbe opportuno che l’Unione Europea si convincesse della necessità di sospendere la protezione assicurata alla Roche dal brevetto sulla produzione dell’antivirale Tamiflu, al fine di attivare immediatamente la produzione su vasta scala di oseltamivir. L’India ha annunciato che inizierà la produzione di un farmaco generico con le stesse caratteristiche del Tamiflu e lo stesso hanno dichiarato di essere pronti a fare il Vietnam e la Thailandia. Il Nhri di Taiwan ha prodotto in soli diciotto giorni una piccola quantità di Tamiflu semplicemente basandosi sui dati liberamente disponibili. Questo sembra provare che i limiti-vincoli alla sua produzione sono solo di tipo politico-legale e non tecnologico, come invece da anni ripete la Roche.
    Appare sempre più urgente che il principio di precauzione cessi di essere un astratto enunciato nella Costituzione europea e diventi una guida effettiva per l’azione responsabile dei governi europei.


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