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  • 23/07/2007 Senza valutazione non c'è accademia (Daniele Checchi, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Daniele Checchi: Onorevole Walter Tocci, a poco più di un anno dall’insediamento del governo Prodi, vorremmo tracciare un primo bilancio dei risultati (o dei non risultati) sul tema dell’università e della ricerca. Cominceremmo con il tema della valutazione della ricerca. Lei insieme all’onorevole. Luciano Modica aveva predisposto un disegno di legge già nella legislatura precedente. Tuttavia si ha la sensazione che il varo dell’Anvur piuttosto che la riforma del Civr si configuri come una interruzione della prima esperienza di valutazione a tappeto della produzione scientifica italiana.

    Walter Tocci: Il programma elettorale dell’Unione proponeva di disboscare la selva normativa cresciuta negli ultimi decenni, facendo crescere nelle istituzioni scientifiche l’autonomia insieme alla sorella smarrita, la responsabilità, premiando il merito sulla base di risultati rigorosamente verificati e investendo risorse su questa opera di rinnovamento. Era una linea semplice e semplificatrice e si poteva riassumere con tre verbi: valutare, delegificare e investire. Purtroppo è accaduto esattamente il contrario.
    L’istituzione dell’Anvur costituisce sicuramente un grande merito del governo. Non c’era però alcun bisogno di bloccare il lavoro in corso. L’attività di valutazione portata avanti meritoriamente da due organismi esistenti, il Civr e il Cnvsu, si è purtroppo interrotta in attesa della costituenda agenzia, la quale però produrrà i primi risultati probabilmente non prima del 2010: gli organi si insediano entro l’anno, il 2008 passa per organizzare la struttura e poi per avviare i panel di valutazione che lavoreranno per tutto il 2009. È davvero un peccato. Si doveva incaricare immediatamente il Civr di avviare la valutazione per il triennio 2004-2006, dopo che aveva completato il triennio precedente con riconoscimenti sempre positivi e poco scontati. Un’esperienza così innovativa e ancora allo stato embrionale aveva tanto bisogno di essere consolidata e migliorata. Non interromperla e anzi andare subito avanti avrebbe dato un chiaro messaggio che si intendeva fare sul serio nel premiare il merito. Invece, è arrivato un segnale opposto. Anche questo anno i finanziamenti alle università sono stati assegnati quasi esclusivamente in base alla spesa storica e di questo passo sarà così ancora per diverso tempo. Vecchio difetto italiano è quello di costituire nuove istituzioni senza occuparsi dei processi reali.

    D.C. Quali interventi ritiene che possano essere introdotti nell’università italiana per incentivare la produttività scientifica? E in particolare, ritiene che la leva monetaria (si è per esempio parlato di congelare gli scatti di anzianità e di condizionare la crescita retributiva a verifiche periodiche della produttività scientifica) sia efficace nel promuovere la ricerca ?

    W.T. La garanzia di qualità scientifica è l’apertura al mondo. Bisogna introdurre incentivi per gli atenei che migliorano il proprio profilo internazionale, tenendo conto del numero di stranieri tra studenti e professori e dei corsi in lingua non italiana.
    C’è poi da stabilire il modello di ripartizione dei finanziamenti sulla
    base dei risultati, da cui dipende la possibilità di incidere effettivamente sui comportamenti dei soggetti valutati: non è affatto banale, si tratta di definire parametri e coefficienti volti a premiare davvero la qualità, senza provocare effetti indesiderati. Il Civr ha elaborato in proposito una proposta, ma non si capisce che cosa ne pensi il ministero e perché non sia diventata una questione centrale dell’agenda di lavoro.
    Ci sono, infine, tabù da rimuovere. Sono una sciocchezza insostenibile gli scatti automatici per anzianità fino a quasi 75 anni per il professore, indipendentemente dalla sue qualità e dall’impegno profuso. È ingiusto lo scatto di contingenza automatico con un indice ad hoc, due-tre volte più alto di quello ordinario dell’Istat, valido anche per magistrati e per noi parlamentari. Si potranno pur definire metodologie capaci di conciliare l’autonomia della docenza con la verifica dei risultati. Anche perché non è necessaria una regolazione fine della verifica, anzi ne basta una grossolana. È sufficiente distinguere il grano dal loglio. Ciascuno di voi è in grado, con una semplice operazione mnemonica, per gioco, discutendo a cena con gli amici, di stilare una lista per il proprio dipartimento distinguendo i colleghi che da anni non svolgono più alcuna attività di ricerca da altri che si collocano ai massimi livelli internazionali. Oppure quelli che vengono di sfuggita in ateneo e gli altri, e sono tanti, il cui insegnamento sarà ricordato dagli studenti per tutta a vita. Se è possibile stilare questa lista in un banale gioco di società perché non dovrebbe diventare possibile regolarla tramite una procedura garantista e rispettosa di tutte le autonomie? Sarebbe una bella inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni. Si è reso difficile il cammino dei giovani costruendo forche caudine sempre più crudeli, senza mai mettere in discussione le rigidità e la mancanza di accountability nella carriera dei professori.

    D.C. Non ha l’impressione che ci sia un eccesso di normatività nella gestione dei diversi processi di riforma avviati (classi di laurea, stato giuridico, enti di ricerca)? E in particolare, cosa pensa dello schema di reclutamento dei ricercatori, di cui si sono avute anticipazioni regolamentali, ma a tutt’oggi non è stato presentato un disegno di legge ?

    W.T. La logica conseguenza del blocco della politica della valutazione non poteva che essere il rilancio della furia normativa. Già i prodromi si erano visti nella Finanziaria con decine di commi spesi per irrigidire i bilanci degli enti e delle università. Si è continuato così, dando un contributo al miglioramento di quel record tutto italiano di un numero spropositato di leggi in vigore, circa 700 solo per l'università.
    Eclatante è la vicenda degli enti di ricerca con la terza riforma, dopo quella di Berlinguer e della Moratti, che a caduta richiederà una serie di adempimenti normativi, sconvolgendo nuovamente l’attività di ricerca, già seriamente provata e logorata.
    Zapatero ha fatto il contrario per lo Scic, il Cnr spagnolo. Non si è messo a scrivere decreti, ha chiamato uno scienziato di valore, il quale a sua volta ha organizzato panel di valutatori coinvolgendo ricercatori da tutto il mondo. In sei mesi sono stati valutati i singoli istituti (un centinaio come da noi) e si è proceduto a premiare i migliori e a indurre cambiamenti seri nelle situazioni meno brillanti. Si sarebbe potuto fare allo stesso modo per il nostro Cnr.
    L’enfasi normativa si vede anche nelle pagine migliori scritte dall’attuale ministero. Il decreto sulla classi di laurea, l’unico atto rilevante portato a compimento, ha introdotto positivamente alcuni correttivi volti a superare la frammentazione dei crediti e dei corsi di laurea. Per ora non era possibile fare altrimenti. Però sarebbe bello pensare che in un prossimo futuro queste norme farraginose possano cadere come le foglie in autunno. Se infatti ci doteremo di un moderno sistema di accreditamento dei corsi di laurea non ci sarà più bisogno di condizionare i percorsi formativi con astruse tabelle di ambiti, settori disciplinari e crediti.
    Il Cnvsu aveva cominciato a impostare una metodologia di accreditamento da perfezionare sulla base delle migliori esperienze e degli indirizzi maturati in sede europea (vedi le decisioni di Bergen e di Londra sull’accreditamento). Il blocco di questo lavoro è un brutto segnale, significa che non si vuole passare dal controllo normativo alla verifica della qualità della didattica.
    Ci sono poi casi in cui l’enfasi normativa sconfina nell’autolesionismo. Quei pochi fondi che la Finanziaria aveva messo a disposizione sono stati condizionati alla produzione di nuove norme. Siamo vittime delle nostre macchinazioni, questa è la causa dei ritardi nei bandi di ricerca Prin e per l’accesso dei ricercatori.
    Il regolamento per i concorsi per ricercatori universitari è animato da ottime intenzioni di rigore e persegue, con una determinazione mai mostrata da nessun governo precedente, l’obiettivo di scoraggiare i più gravi fenomeni degenerativi. In questo contesto però anche le proposte migliori finiscono per assumere un significato diverso da quello che si voleva loro attribuire. Infatti, il regolamento si concentra soltanto sul controllo dei procedimenti tralasciando la verifica dei risultati. Una prima versione prevedeva la conferma del finanziamento statale solo a quegli atenei che dopo tre anni potevano dimostrare con i fatti di aver assunto un bravo ricercatore. Ma questa preziosa regola è stata cassata nel testo finale.
    Dal marzo 2006 sono bloccati di fatto tutti i concorsi: i ricercatori in attesa del regolamento e i professori in virtù della legge Moratti. Non è una bella cosa la paralisi degli accessi, soprattutto alla vigilia di un vorticoso ricambio che porterà rapidamente al pensionamento della metà dei docenti. Questi andamenti irregolari sono molto dannosi. Con un lungo blocco si perdono i migliori, che trovano altre sistemazioni all’estero, e per coprire i posti vacanti si è costretti a scegliere i vincitori fino ai livelli meno meritevoli. Si poteva evitare il blocco generalizzato se si fosse invertito l’ordine di priorità. Bastava spendere il primo anno di legislatura per modificare le norme morattiane sulla docenza invece di andare ad aprire un nuovo fronte sui concorsi dei ricercatori. A questo punto avremmo probabilmente una nuova legge sulla docenza, o comunque saremmo vicini alla meta, e potremmo procedere sui concorsi per professori. Inoltre, avremmo già bandito da tempo quelli sui ricercatori. La voglia di riscrivere all’inizio della legislatura tutto lo scibile normativo conduce alla paralisi della normale amministrazione.

    D.C. Come legge l’atteggiamento complessivo del governo, e in particolare del ministero dell’Economia, che punta a una riduzione strisciante dei fondi disponibili per il sistema universitario, senza assegnarne di nuovi con modalità differenti?

    W.T. Nel decreto che accompagna il Dpef sono stati eliminati i tagli della Finanziaria. Per i ragionieri è un saldo zero, ma l’atteggiamento ondivago è servito solo a costituire un alibi per evitare allocazioni di risorse secondo il merito. Confermare la spesa storica è sembrata a tutti la via migliore per lenire le ferite.
    La teoria di affamare la bestia con i tagli dei bilanci, ritenendo in questo modo di suscitare processi virtuosi di efficienza, presuppone l’esistenza di un efficace sistema decisionale capace di reagire positivamente a questi stimoli. Purtroppo, nella realtà non è così, anzi è vero il contrario. I tagli uguali per tutti, infatti, non torcono neppure un capello ai settori più corporativi e clientelari, i quali hanno tanti margini di manovra per aggirarli, ma offendono e penalizzano proprio i settori più innovativi e internazionalizzati. E gli economisti dovrebbero sapere che i ricchi riescono meglio dei poveri a ottimizzare le decisioni di spesa.
    Quando si fa una politica si ha sempre in mente, più o meno consapevolmente, un soggetto di riferimento. Se abbiamo in mente la facoltà di medicina di Bari, con l’elenco dei professori come uno stato di famiglia, allora saremo portati a irrigidire le norme e a tagliare i fondi, senza imbarcarci nel faticoso
    processo di valutazione, poiché il verdetto è già stato dato in televisione ad Annozero. A questo ci spinge ogni giorno una campagna mediatica contro l’università, non sempre disinteressata. È un film già visto, e ogni volta ha prodotto norme draconiane, con aumento della burocrazia e diminuzione della qualità. Al contrario, la politica della valutazione parte da una grande fiducia per la ricerca e l’università di questo paese, perché non si riesce a riformare una cosa senza stimarla. Questo non significa far finta di non vederne i difetti, ma vuol dire essere sicuri che ciò che aveva di meglio da dire non lo ha ancora espresso.
    Per fare una riforma si parte sempre da un’esagerazione: si può dire che
    tutti i professori sono come quelli di Bari oppure si può immaginare che l’università è la migliore istituzione italiana. Sono due punti di vista che assumono aspetti parziali della realtà e li generalizzano a tutto il sistema. Ma proprio in questo esagerare si esprime una volontà più che una verità. La prima esagerazione non ha mai prodotto buone volontà, mentre la seconda potrebbe ispirare un’insolita volontà riformatrice. La prima è rivolta a come siamo stati fino a oggi, la seconda guarda a come vorremmo diventare. Che l’università sia la migliore istituzione italiana è davvero un’esagerazione, ma ha almeno il merito di darci la misura di ciò che dovremmo fare nel nuovo mondo che si è spalancato davanti a noi. Che sia vera o falsa oggi conta davvero poco, è come l’idea kantiana dell’esistenza di Dio, non posso esserne certo con la ragione, ma il suo postulato suscita in me buone azioni.
    L’appuntamento cruciale è la prossima Finanziaria. Se non ci sarà un congruo aumento di fondi per la ricerca e l’università legato alla valutazione, allora il guasto diventerà irrimediabile.

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