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  • 18/09/2009 Ingegneria concorsuale (Fausto Panunzi, http://www.lavoce.info)

    Ricerca personalizzata

    Ripartono i concorsi universitari con nuove regole per la formazione delle commissioni: dalle elezioni si è passati al sorteggio dei commissari. Dovrebbe servire a evitare di privilegiare i candidati interni e gli scambi di favori. Ma le polemiche riguardano anche i profili scientifici e il numero di pubblicazioni ammesse. In definitiva, ogni norma presta il fianco a critiche plausibili. E allora non sarebbe meglio abolire i concorsi e lasciare le università libere di promuovere chi vogliono, assumendosi l'onere delle proprie decisioni?

    Dopo alcuni mesi, si sono sbloccati finalmente i concorsi universitari. La ragione per la quale il loro svolgimento si era interrotto è il sopravvenuto cambiamento nelle regole di formazione delle commissioni, con il passaggio dalle elezioni al sorteggio.

    SETTEMBRE, ANDIAMO. RIPARTONO I CONCORSI

    Il nuovo criterio cerca di rispondere al problema degli esiti: spesso in passato, candidati graditi alla facoltà che bandiva il concorso prevalevano su altri i cui titoli scientifici erano superiori. Quando ciascun concorso da professore di prima e seconda fascia portava alla dichiarazione di due o tre idonei, potevano poi avvenire fenomeni di scambio: il professor Bianchi, della facoltà che bandiva il concorso, chiedeva al professor Rossi, di un’altra facoltà, di candidarsi come membro della commissione. Il professor Bianchi segnalava al professor Rossi il suo interesse a promuovere un candidato A, dichiarandosi disposto in cambio a supportare un candidato B indicato dal professor Rossi stesso. In realtà, in molti casi non c’era bisogno di alcuna comunicazione esplicita: tutti sapevano delle preferenze dei professori Bianchi e Rossi. Con il passaggio ai concorsi a una sola idoneità, lo scambio diretto tra i professori Bianchi e Rossi era diventato impossibile. Tuttavia, rimaneva la possibilità di uno scambio intertemporale: oggi il professor Rossi entra nella commissione del professor Bianchi per promuovere il candidato A e domani Bianchi entrerà nella commissione di Rossi per promuovere B. Da qui l’idea del sorteggio dei commissari esterni, cioè coloro che affiancano il membro interno nominato dalla facoltà, al fine di spezzare il meccanismo di tacito accordo. Funzionerà il nuovo sistema? Ora il professor Bianchi si troverà in commissione il professor Verdi, vero turista per caso in terra di concorsi. Cosa penserà il professor Verdi? Che può battersi perché finalmente prevalga la meritocrazia – almeno a casa d’altri - o che, tutto sommato, se la facoltà del professor Bianchi vuole portarsi in casa un candidato scadente non sono problemi suoi? Ci sarà veramente la molla della reputazione personale a motivare il professor Verdi? Lo vedremo presto.

    COME SCEGLIERE IL PROFILO

    Ma le polemiche sui concorsi non ruotano solo sulla composizione delle commissioni. Un altro fronte è quello dei profili scientifici dei candidati indicati dalle facoltà. Le facoltà hanno diverse priorità scientifiche e didattiche e possono esplicitarle indicando nel bando di concorso le competenze che cercano idealmente nel candidato. Nulla di male, fin qui. Ma, come riporta un articolo del Corriere della Sera del 16 settembre (“Concorsi ritagliati sul candidato un muro contro la competenza”), in alcuni casi le facoltà hanno indicato profili estremamente dettagliati, destando il legittimo sospetto che siano ritagliati su un candidato specifico. Quando gli idonei erano più di uno, il profilo non vincolava la commissione nella scelta degli idonei, ma solo la facoltà nella scelta tra gli idonei.Èovvio che con un solo idoneo, il profilo finisca inevitabilmente per condizionare la commissione. Ma se da un lato è chiaro che un profilo che richiede competenze nel “complesso delle pratiche simboliche mitico-rituali relative alla fondazione della città di Napoli, nonché alle trasformazioni subite dalla narrazione eziologica della vicenda del nume patrio” è eccessivamente restrittivo, non è ovvio quale sia il perimetro di restrizione desiderabile e come si possa pertanto sindacare in modo “oggettivo” le scelte delle facoltà. Bisogna allora abolire i profili e quindi precludere alle facoltà la possibilità di decidere di assumere un macroeconomista invece che un economista dello sviluppo?

    IL NUMERO DI PUBBLICAZIONI

    Un altro fronte polemico è la presenza, nei bandi concorsuali, di un tetto massimo al numero di pubblicazioni che si possono sottomettere alla commissione. Ad esempio, in alcuni concorsi si era stabilito che ogni candidato potesse sottomettere solo le migliori (secondo il suo parere) cinque pubblicazioni. C’è chi ha visto in questa norma uno scandaloso artificio per penalizzare i migliori, impedendo loro di sottomettere tutte le loro pubblicazioni, livellando così artificialmente la competizione con candidati meno produttivi. Ma in alcuni casi la restrizione è stata imposta con tutt’altra finalità, vale a dire quella di premiare la qualità delle pubblicazioni sopra la quantità. Almeno nel settore che conosco bene, Economia, alcune pubblicazioni non sono sottoposte a una seria peer review e non hanno alcun impatto sulla letteratura mentre altre devono passare attraverso il vaglio di referee di livello internazionale. Nel secondo caso, i tempi per la pubblicazione si dilatano a seguito delle revisioni richieste dai referee stessi. Per impedire che le commissioni diano un peso eccessivo alla quantità sulla qualità, alcune facoltà hanno pensato di imporre un tetto al numero di pubblicazioni. Certo, in un mondo ideale, le commissioni dovrebbero direttamente tenere conto della qualità e della quantità, ma in pratica chiunque lavori nell’università italiana sa che le divergenze di opinione (almeno nelle scienze sociali e umanistiche) su quali siano le riviste importanti e il loro peso relativo rispetto ad altre riviste e ad altri tipi di pubblicazione sono al momento considerevoli.
    Insomma, ogni norma concorsuale presta il fianco a critiche plausibili. La domanda che sorge spontanea allora è: ma non sarebbe meglio provare, con tutti i rischi del caso, ad abolire i concorsi? Lasciare le università libere di promuovere chi vogliono, assumendosi l’onere delle proprie decisioni, ad esempio con minori fondi pubblici per i dipartimenti che ottengono risultati insoddisfacenti da una valutazione indipendente come il Rae, Research Assessment Exercise del Regno Unito? O dopo il sorteggio dei commissari, avremo il ministero dittatore benevolente che dice alle università come scrivere i profili dei candidati e quante pubblicazioni considerare?
    L’Italia può ormai vantarsi di avere inventato una nuova disciplina: l’ingegneria concorsuale. L’ingegneria concorsuale è una scienza sperimentale, perché vengono provate sempre cose nuove, però, al contrario delle scienze sperimentali, da essa non si impara mai nulla. Forse è arrivata l’ora di abbandonarla.



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