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  • 26/09/2017 Università: qual è il vero vantaggio del test d'ingresso (Vincenzo Carrieri, Marcello D'Amato e Roberto Zotti)

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    Test di ingresso e numero programmato all’università sono strategie adottate per migliorare la qualità del processo formativo. Secondo uno studio hanno un effetto positivo sulle interazioni tra studenti e con i docenti. È dunque una questione di risorse?

     

    Numeri chiusi e test d’ingresso

    Con l’ordinanza n. 04478/2017 il Tribunale amministrativo della Regione Lazio ha sospeso l’efficacia del provvedimento con cui l’Università Statale di Milano intendeva limitare l’accesso ai corsi del primo anno in alcune discipline umanistiche.

    La notizia ha avuto una certa eco, riproponendo al di là dei problemi tecnici del caso specifico, la questione del “numero chiuso all’università” nel nostro paese.

    Le prospettive di crescita e sviluppo delle economie sono legate all’accumulazione di conoscenze e competenze da parte delle giovani generazioni. Per produrre queste competenze le famiglie investono risorse oggi. In Italia e in moltissimi altri paesi il sistema di istruzione terziaria vede un sostanziale intervento di risorse pubbliche (statale o non statale che sia il singolo organismo che presiede alla fornitura del servizio).

    In questo quadro, il cosiddetto “numero chiuso” serve a stabilire il seguente principio: se le risorse pubbliche sono limitate, non può che essere limitato il numero dei candidati che è possibile ammettere.

    Ovviamente, il principio si scontra con quello delle uguali opportunità, principio su cui sono fondate le moderne democrazie liberali, Italia inclusa, almeno nelle aspirazioni espresse nelle loro costituzioni. Il principio non ha solo fondamento su questioni di uguaglianza, cioè prossime all’etica. Dal punto di vista economico, contano questioni di efficienza: esistono giovani, e possono essere molti, il cui retroterra familiare non può permettere l’investimento di risorse adeguate e, in genere, i mercati del credito non consentono di sanare questo problema di allocazione. Ciò è tanto più vero quanto più disuguale è la distribuzione del reddito o della ricchezza.

    Il problema che si pone col numero chiuso è quindi duplice: 1. Quanti studenti è opportuno (o efficiente) abbiano accesso? 2. Chi può avere accesso?

    La risposta alle due domande ovviamente influenza le istituzioni universitarie e la qualità del processo formativo dei singoli. In genere, per stabilire chi può avere accesso vengono utilizzati test volti a misurare la motivazione o il talento dei candidati per uno specifico corso.

    In Italia fino al 1994 non vigeva alcun limite d’accesso, con l’eccezione di alcune università pubbliche non statali e delle scuole di medicina). Ora la normativa contempla la possibilità per le singole istituzioni di adottare il numero chiuso. La decisione sull’accesso è, tendenzialmente, decentrata e la prendono i singoli dipartimenti o facoltà sulla base di criteri stabiliti per legge. È su tale decisione che è intervenuto il Tar del Lazio. Per quanto riguarda chi può avere accesso, singole università hanno adottato il criterio dei test, con il fine dichiarato di migliorare i risultati degli studenti e la qualità del loro curriculum.

    Esistono le basi per affermare che maggiore selettività in entrata basata sul criterio dei test migliora i risultati degli studenti? La letteratura economica non dà una risposta univoca e l’evidenza empirica è controversa. Alcuni studi riscontrano che i test di ammissione all’università sono buoni predittori dei risultati degli studenti a prescindere da informazioni sulla storia pregressa (il voto al diploma o il background familiare). Altri sottolineano come il test di accesso selettivo sia informativo solo se vengono tenuti in considerazione anche i voti del diploma secondario. Altri studi hanno invece rilevato che una volta considerato il background dell’istruzione secondaria, l’uso di un test selettivo di ingresso è ridondante. Nessun effetto sulle performances degli studenti è stato trovato dalla rimozione di un test di accesso selettivo in università non statali, dove presumibilmente sono già all’opera meccanismi di autoselezione.

    I riflessi sulla classe

    In un recente studio, abbiamo stimato gli effetti causali dovuti a una riforma delle politiche di accesso all’Università di Salerno. Nella ricerca abbiamo sfruttato l’introduzione del numero programmato nella facoltà di Economia per misurare gli effetti dei test selettivi su indici di performance individuali, tassi di abbandono e media ponderata dei voti.

    Abbiamo verificato che l’introduzione del test ha portato a una riduzione di circa 14 punti percentuali del tasso di abbandono degli studenti e a un miglioramento della media ponderata dei voti di circa un punto, al termine del primo anno di studi. In sintesi, nel caso da noi analizzato, l’introduzione di limiti all’accesso sulla base del test genera migliori risultati di studenti (e università).

    Ma questo avviene semplicemente perché i test hanno selezionato i migliori studenti o perché, essendosi modificata, la composizione della classe ha permesso una migliore interazione tra gli studenti e con i docenti? La risposta è cruciale per il disegno delle politiche sotto molti aspetti.

    Focalizzando l’attenzione su un gruppo di “trattati” e gruppo di “controllo” con simili qualità individuali (punteggio simile allo stesso test, utilizzato però con finalità non selettive), ma che interagiscono in classi con differenti qualità (in media), i risultati mostrano che il miglioramento delle interazioni sociali a livello di classe rappresenta il principale meccanismo alla base dell’effetto causale dovuto al cambiamento della politica per l’accesso alla facoltà. Dal punto di vista più generale, il nostro studio suggerisce che la domanda da porsi non è tanto a quanta mobilità sociale e uguaglianza delle opportunità si è disposti a rinunciare utilizzando i test, ma quante risorse si è disposti a mettere in gioco per migliorare la qualità dell’interazione in classe (infrastrutture, quantità e qualità del personale).

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