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  • 15/05/2008 ISTAT: la paura fa novanta (Rosa Ana De Santis, http://altrenotizie.org)

    Ricerca personalizzata

    Tutti o quasi i commentatori e gli analisti politici che si sono espressi sui recentissimi risultati elettorali, hanno individuato nel bisogno di sicurezza uno degli elementi decisivi dello spostamento a destra del Paese. Più che un diverso orientamento ideologico o politico, la paura di una società ormai in preda all’insicurezza e alla criminalità, pare sia stato il segno sociologicamente distintivo dello spostamento dei flussi di voto. Eppure, l’Italia non vive nessuna “emergenza sicurezza”. A dirlo é il rapporto ISTAT “100 statistiche per il Paese”, presentato a pochi giorni dall’investitura del nuovo sindaco di Roma Alemanno che ha cavalcato l’onda della paura e dell’insicurezza, cullandosi sulla tempesta emotiva scatenata sui cittadini da una violenta aggressione mediatica di fatti, coincidenze e volute amplificazioni. I numeri dicono che l’Italia nel panorama europeo risulta essere il Paese meno pericoloso per morti violente, in ottava posizione dopo l’Austria; nello specifico, poi, analizzando i dati, emerge che la maggior parte degli omicidi interessa il Mezzogiorno ma, anche qui, con un andamento decrescente. Eppure seppure dal 2000 a oggi sono diminuiti gli omicidi, i numeri dicono che è cresciuta la paura. I dati sono quindi incoraggianti e anche se la criminalità preoccupa tristemente il 58,7% degli italiani sembra proprio non esserci quel mostro di violenza appostato dietro ogni angolo buio di periferia e di stazione, cosi come descritto e teatralizzato dagli show televisivi e dalle ultime cronache.

    Insomma sembra piuttosto evidente che se questi dati fossero stati pubblicati prima delle diatribe elettorali qualche comizio sarebbe rimasto pericolosamente a secco di campagne “salva vita” e in particolare “salva donne”; argomenti che tanta presa hanno avuto sulla sensibilità della gente, in particolare di chi vive in oggettive situazioni di disagio e maggior abbandono istituzionale. In una parola le periferie, dove risiedono la maggioranza di coloro che hanno scelto di votare a destra per una dose altissima - e in parte comprensibilissima - di paura.
    Non è in questione la cronaca dei recenti episodi di violenza, da ultimo il caso alla stazione romana della Storta, piuttosto la percezione che di questi arriva nel comune sentire. Senza scomodare troppa teoria della comunicazione, è da analizzare il discrimine alto, altissimo, tra i numeri della violenza e della non-sicurezza e la percezione che di questi arriva nelle case della gente attraverso i media.

    Perché questo traccia il solco, pericoloso, tra la realtà e la descrizione strumentale della stessa. Un’informazione che sostiene poi la differenza tra un’autentica campagna elettorale fatta di proposte e una spudorata propaganda populista fatta di promesse. Tra conoscere un’opzione politica per la propria città e credere senza esitazioni allo scenario del miglior reality show.

    Un pericoloso contagio collettivo di paura ha avvelenato le opinioni delle persone trasformando le strade della città da ogni pagina di quotidiano e ogni tg regionale in pericolosi covi a rischio di vita e d’incolumità personale. E su questo ha vinto il più tradizionale dei cliché politici: la forza, che nel nostro paese si colloca nelle categorie ideologiche della destra, lì dove trova la sua consacrazione storica e il suo archivio di’immagini e simboli. Quelli cui è più legato il nostro Sindaco e che lo rendono decisamente più autentico del tiepido Fini.

    A questo si è legato indubbiamente il fiume dei problemi reali e irrisolti che hanno patito le periferie, in particolare in questo secondo mandato Veltroni, in cui le vetrine del centro hanno occupato, forse in vista della personale candidatura nazionale, tutte le attenzioni del Campidoglio.

    Il punto è che se una vittoria politica nasce sulle basi della paura collettiva per sopravvivere a se stessa e mantenere valore e credibilità, può aver bisogno - ed il rischio, lo documenta la storia è altissimo - di alimentare sentimenti di discriminazione, di rifiutare qualsiasi disponibilità all’inclusione dell’altro: per mutuare una teoria di Habermas, negando ogni futuro possibile alla democrazia e alla crescita della cittadinanza nel tessuto sociale contemporaneo. E questo una città come Roma non se lo può proprio permettere. Il rischio di non arginare e ricondurre al silenzio frange violente di estrema destra, armate per la caccia all’immigrato, del campo rom o magari di un centro sociale, di questo si che si può aver paura.

    Senza voler approdare a tesi apocalittiche bisogna forse riconoscere che abdicare alla paura le azioni della politica significa perdere la misura della realtà, l’unica garanzia contro le degenerazioni e le violenze ideologiche. E la deriva non è un’ipotesi da studiosi delle masse e del condizionamento ideologico, ma un fatto. E’ alta la tensione alle porte dei campi rom o intorno agli immigrati romeni. Altissima e faticosa da gestire soprattutto laddove i disagi della povertà e della cultura sono già profondi e storici.

    L’ISTAT dice inoltre che gli italiani soffrono per la disoccupazione, l’incertezza del futuro giovanile, la percezione altissima della povertà. I numeri dell’occupazione - in particolare quella femminile - sono lontani dagli obiettivi di Lisbona, e salgono, appunto, le percentuali dell’incertezza e dell’ansia sul futuro. Il salto dai numeri a come vengono raccontati è quello che scatena il cosiddetto elemento persuasorio della comunicazione. Fin qui potremmo non rimanere sconvolti. Ma le parole sono azioni (per tornare alle formulazioni di Habermas o alla lettura di Anna Harendt) della comunicazione politica e il timore legittimo che resta a chi desidera mantenere lo sguardo senza emotività e isteria tipica italiana alle forme del reale, è che una volta sparsi strategici militanti a briglia sciolta e improvvisati cittadini poliziotti, non basteranno le parole di un sindaco a scongiurare i numeri veri della violenza reale, quella che è già odore diffuso di sospetto, regime generalizzato di paura, rabbia che cerca espiazione.

    Con il dubbio che questo rapporto dell’ISTAT sia uscito casualmente fuori tempo massimo per ogni lucido tentativo di analizzare i problemi reali e per privilegiare forse il nero della politica nostrana, possiamo intrattenerci ancora a lungo sull’analisi della comunicazione di quest’ultima campagna elettorale sapendo che non basterà a proteggerci la sera, tornando a casa, alla fermata dell’autobus o aspettando il treno. Magari sperando di non essere aggrediti e uccisi da italiani per una sigaretta negata. Questo, anche questo accade nelle nostre città.

    http://altrenotizie.org
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