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  • 04/02/2007 Se l’avversario è il poliziotto (Roberto Cotroneo , da l'Unità del 4 febbraio 2007, http://www.canisciolti.info)

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    Le immagini che tutti abbiamo nella memoria sono quelle di una camionetta della polizia che gira in tondo allo spiazzo della curva nord dello stadio di Catania, come una mosca impazzita, tra gruppi di giovani che lanciano sassi, tutti i sassi che possono. La polizia da una parte, gli ultras dall’altra. Non abbiamo visto dei tifosi di parti avverse picchiarsi o scontrarsi, abbiamo visto un’altra cosa. Il bilancio degli ospedali catanesi è assolutamente chiaro: dei cento feriti medicati nei pronto soccorso della città, settanta erano poliziotti.

    C’è un secondo dato, trasmesso dalle agenzie di ieri: non ci sono stati scontri diretti tra le due tifoserie. Sarà stato per il cordone di polizia che li ha tenuti divisi, ma soprattutto perché l’obbiettivo dei violenti non erano i sostenitori della squadra avversa, ma erano le forze dell’ordine. Al punto che un ispettore di polizia è morto, e un altro è finito in prognosi riservata.

    Al di là di tutti i legittimi ragionamenti sul campionato da fermare, sulle nuove regole, sulla trasformazione degli stadi e sul giro di vite nei controlli, qui ci troviamo di fronte a qualcosa che già da tempo sappiamo bene. E che abbiamo visto all’Olimpico e in altri stadi italiani. Certe frange violente delle curve, e poi cercheremo di capire veramente cosa significa questa espressione, sono una enclave senza legge che ha un imperativo: l’odio violento verso le forze dell’ordine. E che costruisce tutta la sua logica innanzi tutto su questo. La curva opposta, il tifoso nemico non solo non è più tanto nemico, ma talvolta diventa addirittura un alleato, un sodale, uno che combatte, paraddossalmente, dalla stessa parte.

    Ora, tutto questo ha poco a che fare con lo sport, ma per ragioni diverse da quelle dette nelle lunghe dirette dagli inviati sportivi e dagli esperti. Non è un problema di sport e di violenza, e forse neppure un problema soltanto delle società sportive che fingono di non vedere cosa siano veramente le curve; e neppure una nuova versione delle violenze politiche di piazza che abbiamo visto negli anni Settanta. È invece un fenomeno sociale del tutto inedito e nuovo, che ha come palcoscenico lo stadio, e tutte le simbologie che lo stadio alimenta. Proviamo a fare ordine, indicando per punti quello che sta accadendo.


    1. Qualunque sociologia spiega e non spiega. È facile dire: cerchiamo di capire chi sono questi ragazzi. Sottoproletariato urbano disperato? Violenti che mascherano le loro furie omicide usando a pretesto un calcio di rigore non dato? Sbocchi di violenza in una società dove la conflittualità è sommersa e mal tollerata. Troppo facile. Chiunque nella sua vita ha visto da vicino una curva sa bene che è trasversale, e che gli ultras possono venire da classi sociali, ambienti, e mondi diversissimi. Il collante apparentemente è lo sport. Quello vero è una sorta di forma di appartenenza che si alimenta da sola. E che ha a che fare con il luogo. Ho sentito i ragazzini, alle prime armi nelle curve dire con fierezza: «Qui in curva la polizia non ci prova a entrare». Un far west violento e impunito dove la parte più arcaica e ancestrale di certi tifosi viene fuori nel modo più imprevedibile. Non mi stupirebbe che molti dei ragazzi fermati risultassero dei giovani con un’esistenza apparentemente normale.


    2. L’idea della guerra, la violenza legittimitata da una serie di voci impazzite che corrono e si sovrappongono una sull’altra, è un altro punto importante. Il nemico è la polizia. La polizia è l’ordine, la polizia rappresenta il mondo di fuori. E il mondo di fuori è il nemico, come nelle guerre. Se il confine è tracciato, e il confine è lo stadio, chiunque entri nello stadio per riportare la legalità va distrutto. È per questo che le tifoserie opposte non si scontrano: condividono lo stesso mondo, vivono lo stesso delirio di impunità ed extraterritorialità. Se a questo si aggiunge, e questo va detto con chiarezza, che le forze dell’ordine in uno stadio sono in numero comunque infinitamente piccolo rispetto alla massa minacciosa dei tifosi si capisce il terzo aspetto della questione.


    3. Secondo le curve la polizia fa sempre qualcosa di ingiusto, picchia tifosi solo perché avevano una bandiera, e ha modi molto spicci per tenere sotto controllo le situazioni. Questo avviene perché la paura, là dentro, vale per tutti. Anche se un poliziotto è armato e protetto, risulta difficilissimo mantenere la calma da solo di fronte a dieci tifosi violenti e incontenibili. Le curve sono piene di leggende sulla polizia che invade, reprime, e picchia. In certi casi può essere accaduto, in certi casi accade. Ma è chiaro che queste leggende sono il collante per scatenare appena possibile reazioni violente e criminali.


    4. Il branco allargato. Tutte le violenze illogiche obbediscono a regole di emulazione. C’è premeditazione nel confezionare una bomba carta, destinata ai poliziotti. Spesso non c’è consapevolezza delle conseguenze. L’enormità di quello che è accaduto a Catania non si può spiegare solo con il disagio violento di una generazione sbandata. Ma con una inconsapevolezza che sposta sempre un po’ più in là il senso del limite. E quando iniziano gli scontri non è più possibile fermare niente. Gli stadi sono luoghi emotivi, e - mi si passi il termine senza che possa apparire riduttivo - tutto è su un piano elementare. La polizia è cattiva e io la carico, cerco di lapidarli, cerco di lanciar loro i miei ordigni rudimentali. Nessuno può sapere se ci sia o no una volontà iniziale di uccidere, ma certo da un certo momento in poi uccidere e non uccidere non fa più la differenza, si è entrati in una forma di sadismo paranoide, e per certi versi inconsapevole, che vuole un crescendo sempre maggiore.


    5. Stato e antistato. L’odio per la polizia che è all’origine dei disordini degli stadi non ha una matrice politica, e quando viene esibita è un paravento ingenuo. Invece l’odio per la polizia ha una matrice etnica. Dove l’etnia di sangue e di razza, che è appartenenza, è sostituita dall’appartenenza del tifo per una squadra.


    6. Tutte le guerre etniche vogliono un territorio, una sorta di “sangue e suolo”, che è lo stadio, e i luoghi adiacenti allo stadio. L’enclave dove parte la logica della violenza è lo stadio, che diventa il centro di tutti i comportamenti violenti e criminali. Sarebbe interessante capire se negli ultimi anni siano diminuiti gli episodi di teppismo e di violenza lontano dagli stadi (stazioni ferroviarie, treni, centri storici delle città, etc.) e se invece ci sia stata una recrudescenza ancora maggiore di violenza proprio là, nel luogo simbolico dove si consumano tutti i drammi. Con ogni probabilità è così, perché questo di oggni non è solo più tifo violento, e non è solo più violenza sociale. È qualcosa di più e di peggio.


    7. Questo spiega perché i commentatori sono sempre meno attrezzati a comprendere quello che sta accadendo. Ragionando in termini di tifo calcistico, per quanto malato e drammatico, non si capisce quello che avviene. Ragionando solo in termini sociali e sociologici, non si fa altro che riproporre certi schematismi che spiegano con lo stesso metro ogni cosa: gli anni di piombo, come il ‘77, come lo stadio.


    8. È molto bello dire che allo stadio dovrebbero andarci le famiglie con i bambini, con i popcorn e le bandierine, e che così dovrebbe essere. È molto piacevole pensare un giorno a degli stewart gentili che se stai in piedi sul sedile della tribuna, con un gesto cortese ti invitano a sederti composto. Ma è una ipocrisia. Portare allo stadio le famiglie sarebbe come chiedergli di visitare le trincee ancora funzionanti di una guerra estenuante. O fargli fare un tour per i territori dove non si riescono a spegnere i focolai delle guerre civili. Non funziona in questo modo. Lo sanno bene i poliziotti, che sono consapevoli, ogni domenica di andare in guerra, e come in tutte le guerre, sanno che le regole, anche per loro, valgono fino a un certo punto. Il problema è riuscire a far capire che gli stadi sono diventati un teatro della violenza nel senso tecnico del termine, un territorio occupato che nessuno in tempi brevi sarà in grado di bonificare. Ma al massimo controllare.


    9. Come per tutte le cose che contano in questi tempi, gli interessi sono altrove. Se un tempo il calcio aveva come teatro soltanto lo stadio. Se poi la radio prima e la televisione poi televisione hanno cominciato a trasmettere qualche partita, ma rimanendo lo stadio il luogo deputato al tifo e alla passione calcistica. Oggi i soldi corrono altrove. Gli stadi sono difficili da gestire economicamente. E gli incassi di un anno di una partita non bastano a pagare neppure lo stipendio di un buon calciatore. Il calcio si è trasferito del tutto sulle televisioni a pagamento, a suon di centinaia di milioni e miliardi di euro. E gli stadi come dei feticci abbandonati, hanno assunto un'altra identità. Fino a diventare il palcoscenico di un dramma come quello dell'altro ieri.


    10. Se tutto questo sta avvenendo è perché, al contrario di quanto ci raccontiamo, e ci piace raccontare di noi stessi, questo è un paese, e da sempre, con una violenza sommersa, un Paese diviso, un paese irrisolto. Forse qui si trova il punto di partenza per una riflessione storica. Ma andava fatto prima. Ormai è davvero troppo tardi.

    Roberto Cotroneo
    da l'Unità del 4 febbraio 2007

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