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07/02/2007 Un calcio al calcio, a noi il pallone (Alberto Piccinini, Fonte: www.ilmanifesto.it, www.comedonchisciotte.org )

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La partita non è persa Più gioco e più passione, meno business e polizia nello stadio. Il «compito a casa» per i tifosi Adoro chiacchierare di calcio. Con gli amici, coi baristi, con gli sconosciuti. Ieri, dopo che i telefonini avevano diffuso la notizia del povero poliziotto morto a Catania, non ho fatto eccezioni. Verso le due di notte, con altri amici, abbiamo concluso che l'unico modo per uscirne fuori è fondare una squadretta e tifare soltanto quella. Però ho dormito male. E ieri mattina, il barista sotto casa me lo ha detto a brutto muso, col fischio della macchina del caffè: «Bisogna fare come in Inghilterra. Galere dentro gli stadi. E se quelli continuano a picchiare, bisogna picchiarli più forte». Brr. Per fortuna che dopo un po' è entrato un tizio (mi trovo a Milano): «Andrà a finire che fermeranno tutto, e anche quest'anno l'Inter perderà un altro scudetto!». Sorrideva. La chiacchiera ha le sue regole. Intanto dopo ogni evento straordinario e tragico come quello del morto in diretta tv bisogna aspettarsi frasi spicce, pensieri grossi, incazzature a buon mercato. È il controcanto dello sdegno e della retorica che affliggono contemporaneamente le parole della tv e dei giornali. Comprese queste. Ma poi: il calcio in mezzo mondo Italia compresa, resta (ancora, ma per quanto?) ben più che uno sport. È una cultura, un linguaggio condiviso, una narrazione collettiva i cui protagonisti non sono soltanto gli ultras, i giornalisti-opinionisti, quelli della tribuna vip, e nemmeno solo dirigenti e calciatori i quali (da Calciopoli alle bombe di mercato) molto hanno fatto per romperlo, il famoso giocattolo, invece che raccattarne con pazienza i pezzi per trasmetterlo alla prossima generazione.

Modestamente, protagonisti di questa narrazione saremmo anche noi, opinionisti da cappuccino, appassionati da salotto abbonati a Sky, eterni giocatori dilettanti, nostalgici della propria infanzia e di Novantesimo minuto, raffinati esteti delle trame del rettangolo verde. Siamo un bel po', non c'è dubbio. Che facciamo adesso? Siamo disposti a inventarci qualcosa perché il calcio come-l'abbiamo-conosciuto non scompaia definitivamente (nulla è eterno), oppure ci mettiamo a giocare alla playstation? Non è una domanda retorica, spero. È capitato in altre situazioni - altri morti, altre tragedie idiote - che il pallone non si fermasse neppure un po'. Questa domenica, per fortuna di noi eterni indignati e apocalittici, capita il contrario. Il calcio è fermo e non si sa per quanto. La sfida è lanciata. Di modello inglese si discute da parecchio. Ti sintonizzi al sabato sulla Premier League e vedi stadi pieni, pubblico a ridosso del campo, tifo rumoroso ma non uno striscione né un fumogeno. Sai anche che in Inghiterra i biglietti costano un sacco di soldi, che i vecchi hooligans con le buone o le cattive sono stati allontanati dagli stadi (adesso scrivono libri di memorie, la nostalgia nel calcio fa sempre cassetta), che gli stadi sono storicamente proprietà dei club e hanno tutto l'interesse a farli funzionare nel modo più ordinato (ce ne sono alcuni dov'è addirittura vietato alzarsi in piedi!), eccetera.

Certamente l'Inghilterra non è l'inferno di certe nostre tribune brutte e mezze vuote dove praticamente sono rimasti soltanto gli ultras e le telecamere. Non è neanche il paradiso. È business, spettacolo. Ma non solo. Il modello inglese è che da quelle parti il calcio - commercializzato al massimo livello da tv, sponsor e miliardari multinazionali - è frequentato da gente che non si chiude soltanto in salotto, ma cerca di far sopravvivere in ogni modo una cultura, una funzione sociale. Penso a un libro come Febbre a Novanta di Nick Hornby, uscito proprio negli anni in cui il calcio inglese avrebbe potuto scomparire tra le botte degli hooligans. Penso al giornalismo appassionato, di sinistra e mai scontato di riviste come When Saturday comes e 4-4-2 (che esistono un po dovunque in Europa, ma da noi no. Vorrà dire qualcosa?). Mi vengono in mente certi film sui tifosi inglesi che raccolgono soldi per diventare azionisti della loro squadra del cuore, o che difendono il piccolo stadio di quartiere dalla speculazione edilizia, e che - quando il Manchester United è stato comprato da un signore con pochi scrupoli - hanno fondato un'altra squadra e adesso tifano quella. Se penso a come in Italia stiamo svendendo e svillaneggiando la nostra cultura calcistica - tifosi, media, dirigenti, calciatori - non vedo grandi speranze di risolvere il problema in fretta. Una è cosa certa: a parte le leggi ordinarie, non c'è una bacchetta magica per far sparire ora e subito gli ultras dagli stadi. Saremo gli ultimi su questo giornale che spesso dà loro un po' di voce, a volte persino stonata, a pretendere soluzioni spicce. Con o senza ultras, chissenefrega di andare a vedere una partita in uno stadio trasformato in una galera? «Contro il calcio moderno», «contro Sky-fo», recitano i loro striscioni (quelli appena potabili, perché sul neonazismo delle curve non c'è proprio nulla da discutere). In realtà, niente è più tristemente «calcio moderno» di un fenomeno così. La società vuole trasformarci in spettatori assoluti - rifletteva Baudrillard dopo la tragedia dell'Heysel già vent'anni fa - e perciò quando le telecamere illuminano uno stadio, la violenza è il tentativo di fermare la deriva del nostro destino postmoderno, inghiottiti come siamo dalla fine della politica, atomizzati dall'eclisse di ogni dimensione collettiva. Lo so, la sociologia sugli ultras a volte è anche peggio di tutto il resto, fumogeni compresi. E gli ultras non sono una soluzione, sono parte del problema. Stop. Può bastare? Eppure, se vogliamo salvare quel che resta del calcio dobbiamo rispondere anche ai loro striscioni. E si dovrà trovare il modo perché ci sia più democrazia nel calcio, e non più polizia negli stadi. Perché tutti (tifosi semplici, calciatori, addetti ai lavori) possano avere voce in capitolo dentro un fenomeno popolare, che ci riguarda. Il calcio ha senso se non è soltanto uno spettacolo, un business; se ridiventa un luogo di passione collettiva e non un brutto reality show.

Ecco il compito a casa per questo (e i prossimi) fine settimana senza campionato: i tifosi (tutti i tifosi) devono ritrovare la loro voce. Ma come? Non siamo stati capaci di pretendere che i dirigenti del calcio italiano sparissero dopo Calciopoli. Non siamo capaci di indignarci ogni volta che i nostri eroi della domenica (da Totti fino all'ultimo terzino di provincia) vanno a rendere omaggio alla curva tappezzata di bandierine nere e simboli truci. Sugli scambi di favori tra dirigenti e tifo organizzato, poi, c'è una lunga letteratura, che tralascio. Allo stesso tempo i club di calcio devono trovare il modo di aprirsi, di essere nuovamente vissuti dai tifosi (da tutti i tifosi) come propri, per restituire qualcosa a una città dell'investimento di emozioni, storie collettive (e perché no, denari) che ogni squadra rappresenta. Altrimenti, calcio addio. O quasi. Al limite ce la giocheremo da soli la partitella, fosse anche soltanto per sentirci un po' bambini. Chi porta il pallone?

P.s. Uscendo dal bar, nel giardinetto sotto casa c'era un gruppetto di ragazzini che giocava. Non ho resistito. Ho dato due calci al pallone. Fino a ieri avrei scritto: mi sono sentito scemo e felice come un personaggio di Nick Hornby. Invece, chissà perché, mi sentivo un mezzo marziano. Io e cinque bambini, uno con la maglietta di Dida, e le giacche a vento a segnare la porta.

Alberto Piccinini
Fonte: www.ilmanifesto.it
4.02.07

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