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  • 01/06/2007 Il calcio e la maglia azzurra: o dentro o fuori (Redazione, http://www.korazym.org)

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    C’è chi sogna di andare in nazionale e c’è chi invece lo rifiuta: storie di calciatori che declinano la convocazione, in un calcio sempre più a portata di club e sempre meno attento alle squadre nazionali.

    C’è chi dice no, e tocca stare al gioco. Il loro gioco. Alessandro Nesta e Francesco Totti rinunciano alla nazionale, il primo (pare) definitivamente, il secondo (sembra) provvisoriamente, e la loro decisione riporta in primo piano il tema un po’ romantico e un po’ datato del rapporto con la maglia azzurra. Un tempo era considerata il traguardo di una vita, la meta massima per un giocatore di calcio: chi ne era escluso covava la delusione, a chi era concessa non restava che gioire: considerazioni che si sprecano ormai da anni, come pure quelle che sottolineano l’orgoglio che si provava nell’essere chiamati a rappresentare il proprio paese.

    Certamente, oggi molto è cambiato: il calcio ruota soprattutto intorno ai campionati di calcio e alle competizioni internazionali per club, e le nazionali riescono ad elettrizzare solamente nel corso delle fasi finali dei tornei continentali e dei campionati mondiali. Quando ci riescono, beninteso. Il resto ruota tutto attorno alla forza (e alla prepotenza) dei club e dei loro interessi, che calpestano senza tanti complimenti le legittime aspettative dei commissari tecnici e forse anche della federazione. I calendari calcistici sono stilati senza prestare troppa attenzione alle esigenze della nazionale e le società di calcio individuano nelle partite in maglia azzurra più dei pericoli che delle opportunità: per un club un calciatore è anzitutto un patrimonio, pagato a peso d’oro o quasi, e vederlo andare al tappeto a causa di un infortunio in azzurro è visto come una sventura. Chi risarcisce il club per il danno economico subito?

    Naturalmente, ogni medaglia ha due facce, e il valore di un calciatore è tanto più alto quanto più egli si è saputo fare onore con la maglia della propria nazionale. Ma al giorno d’oggi, il cammino in nazionale è fatto di brevi e intensi momenti di attenzione globale (le fasi finali di europei e mondiali) seguiti da lunghi e noiosi intervalli (le fasi di qualificazione e le gare amichevoli): troppo facile dunque esserci ai primi e disertare i secondi, quando diventano più una noia che un onore.

    In fin dei conti, meglio un giocatore motivato che uno a mezzo servizio, che saltella per il campo senza affondare neppure un contrasto per paura di farsi male. Però, almeno una regola andrebbe imposta: o dentro o fuori. Una nazionale di calcio non è solamente l’insieme dei giocatori più forti: è una squadra, un collettivo, un gioco, una mentalità, una consapevolezza di gruppo. Serve a poco mettere dentro i più bravi, se ognuno gioca per suo conto: sarà pure cambiato, ma il calcio resta ancora (fino a prova contraria) un gioco di squadra. Dunque, fondamentale è anche il rapporto fra tecnico e giocatori, il clima, l’intesa, la lealtà reciproca. E allora forse sarebbe saggio non mostrarsi disponibili ad andare appresso alle esigenze di ciascuno (oggi posso, domani non posso, dopodomani forse), per quanto ragionevoli essere possano essere: alla lunga rendono ingovernabile la situazione. Che in maglia azzurra nessuno avesse il posto assicurato lo si è sempre saputo. Ma che nessuno abbia la facoltà di entrarne e uscirne a suo uso e consumo, quasi fosse il bar all'angolo sotto casa, sarebbe altrettanto utile puntualizzarlo.

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